26 maggio 2020

Gioco

 

«Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione» (Platone).

 

«Il gioco è la medicina più grande», suggerisce Lao Tze, e in tanti lo stanno scoprendo a causa della quarantena, dove il gioco - per uomini e donne di ogni età - diventa un modo per passare assieme un tempo di qualità. Quindi non solo i videogame, o i giochi di carte, ma anche giochi da tavolo, giochi di ruolo, fino ai complicati wargame.

 

Ma cos’è un gioco?

Per Roger Caillois si tratterebbe di una qualsiasi attività umana in grado di soddisfare contemporaneamente queste quattro caratteristiche (ognuna delle quali corrisponde a un preciso bisogno psicologico): Agon (la competizione), Alea (il caso), Mimicry (il travestimento, la mimica, la finzione) e infine Ilinx (la vertigine e il terrore).

 

Ma qui entriamo in un’altra dimensione, quella degli archetipi.

 

Johan Huizinga, autore del famoso saggio Homo Ludens, divide i giochi in due grandi famiglie: la lotta per qualcosa (la competizione) e la gara fra chi rappresenta meglio qualcosa (la rappresentazione appunto). Di sicuro il gioco è un bisogno primario dell’uomo; «Si possono negare quasi tutte le astrazioni: la giustizia, la bellezza, la verità, la bontà, lo spirito. Si può negare la serietà» - scrive ancora Huizinga - «ma non si può negare il gioco». In fondo, i nostri hobby, e tra questi i giochi che ci appassionano, ci servono per organizzare in modo bello e razionale un determinato - pur piccolo - settore delle nostre vite. I giochi - poi - rispecchiano le particolarità delle culture che li hanno generati.

 

Nell’Awéle - gioco tipico del continente africano - per vincere una partita non è consigliabile prendere subito l’iniziativa: l’accumulo di semi (che all’inizio sono equamente ripartiti) ha l’effetto di ridurre la parte dell’«altro», il cui margine di manovra si assottiglierà sempre più fino a che si troverà a subire le decisioni dell’avversario.

 

Nel Taoismo, lo yin precede lo yang, come la notte precede il giorno; ed è per questo che nel Go chi gioca con le pietre nere - contrariamente a quanto accade negli scacchi - posiziona per primo: il “senza-forma” precede la “forma”, il cui divenire è “senza-forma”. E come può essere drammaticamente poetica la descrizione di una partita a questo gioco cosmologico: il “fuseki” è la fase iniziale, quando il gioco si sviluppa su tutta la scacchiera (goban). “Sabaki” è il tentativo di uscire da una situazione critica con una tattica rapida e flessibile. Si ha un “Seki” quando si determina una situazione di stallo e nessuno è in grado di ottenere un vantaggio. Quando si “sacrifica” volontariamente un proprio pezzo, si opta per un “Uttegae”, un “gambetto”. Un attacco senza quartiere è detto “Shicho”. “Tsuru no sugomori” (“Le gru ritornano nel nido”) è la definizione di un’abile manovra con cui si catturano i pezzi nemici. I giocatori di go devono sempre coniugare le priorità tattiche con la profondità strategica, sia in attacco che in difesa.

 

Per assonanza e con un salto concettuale giungiamo a parlare di uno dei più raffinati strumenti di analisi: la Teoria dei giochi. Si tratta di una disciplina relativamente giovane, esoterica, visto che è per lo più confinata negli ambiti degli istituti di ricerca universitari e governativi. Il grande pubblico l’ha scoperta grazie al biotopic dedicato a John Forbes Nash: A Beatiful Mind, dove il grande matematico statunitense viene magistralmente interpretato da Russell Crowe.

Una definizione accademica ci dice che questa disciplina analizza soluzioni competitive e cooperative tramite delle matrici, ovvero studia le decisioni individuali in situazioni in cui vi sono diversi soggetti e le decisioni di un singolo possono influire sui risultati conseguibili da parte di uno o più attori coinvolti, attraverso un meccanismo di retroazione.

Questo modello ha molteplici applicazioni che spaziano dall’economia, alla finanza, passando per la politica, la psicologia, la cibernetica fino alla biologia e allo sport. La sua nascita si fa risalire al 1928, grazie alle intuizioni di John von Neumann, papà del primo prototipo di calcolatore elettronico noto con la sigla ASCC (la cui esistenza è rimasta a lungo coperta dal segreto militare).

 

Un ulteriore sviluppo si ebbe a Princeton grazie al fecondo incontro tra lo stesso Neumann e l’economista Oskar Morgenstern, incontro che portò alla nascita del volume Teoria dei giochi e comportamento economico destinato a rivoluzionare i rapporti tra matematica e scienze economiche. L’obiettivo di questo nuovo approccio sarà quello di “matematizzare” il comportamento umano al fine di comprendere come i diversi protagonisti - in quei casi in cui è prevista l’interazione - possono conseguire la vittoria o una spartizione delle risorse scarse.

 

Le decisioni sono interdipendenti: quando un soggetto si accinge a prenderne una deve anche valutare quelle della controparte. La mossa o l’insieme delle mosse che un individuo compie è chiamata strategia, e in relazione a quella adottata dagli altri giocatori, ognuno riceve una vincita finale, secondo un’adeguata unità di misura, che può essere positiva, negativa o nulla (in caso di vittoria, sconfitta o pareggio).

Nel 1950, il futuro premio Nobel John Nash introdusse e sviluppò il concetto (noto come equilibrio di Nash), secondo il quale un insieme di strategie costituisce un equilibrio se a nessuno conviene cambiare la propria, nel caso in cui tutti gli altri la mantengano fissa.

 

Ma la riflessione più importante in questo frangente, sta nel quanto mai profetico dilemma del prigioniero: tutti gli scenari riconducibili a questa fattispecie (si tratta del gioco simmetrico per eccellenza, dove il mantenimento della strategia da parte di tutti i giocatori porta al conseguimento della stessa) dipende fondamentalmente dal livello di fiducia che i giocatori ripongono negli altri. La situazione ottimale si ottiene quando tutti sono liberi di discutere sull’esito del gioco, prima di decidere.

 

La fiducia rappresenta quindi l’elemento centrale su cui concentrarci per sconfiggere il Covid19, applicare al meglio il distanziamento sociale e la ripartenza, anche perché come ammoniva Oscar Wilde, «quando si hanno in mano le carte vincenti, bisogna sempre giocare lealmente».

 

* Giornalista, esperto di politica internazionale

 

 

 

Immagine: Gioco da tavolo Go. Crediti: Aedka Studio / Shutterstock.com

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