11 luglio 2019

Giorgio Ambrosoli, morto per “salvare una civile convivenza”

L’11 luglio 1979 veniva ucciso a Milano da un sicario di Cosa nostra incaricato dal banchiere Michele Sindona l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca privata italiana. Tre giorni dopo, nessuna alta autorità dello Stato avrebbe partecipato ai suoi funerali, salvo Paolo Baffi e Carlo Azeglio Ciampi, allora rispettivamente governatore e direttore generale della Banca d’Italia. Con queste parole il 17 luglio 1979 Giorgio Bocca commentava su la Repubblica quel funerale: Baffi è stato «il solo gran commesso dello Stato, la sola autorità, il solo uomo di potere che abbia capito che con Giorgio Ambrosoli non si seppelliva un professionista qualsiasi, vittima di un disgraziato incidente, ma uno dei non molti che cercano di salvare l’essenziale di una civile convivenza; e non sembra casuale che Paolo Baffi, l’unico a capire, a sentire che bisognava esserci al funerale di Ambrosoli, sia a sua volta sottoposto ai ricatti e ai messaggi di una giustizia che vede le pagliuzze e non i tronchi».

Lo stesso Baffi, infatti, insieme al capo dell’Ufficio vigilanza Mario Sarcinelli, sostenitori all’interno della Banca d’Italia dell’operato di Ambrosoli, era stato in quei mesi incriminato per comportamenti scorretti in relazione al crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi – accuse poi rivelatesi del tutto infondate – ed aveva subito, come Ambrosoli, pesanti pressioni per il salvataggio della banca di Sindona.

Giorgio Ambrosoli, nato a Milano nel 1933, di formazione cattolica e conservatrice (da giovane aveva militato nell’Unione monarchica italiana), avvocato esperto in fallimenti, aveva accettato l’incarico di commissario liquidatore della Banca privata italiana nel 1974 quando – in seguito all’emersione delle gravi irregolarità dell’intero sistema bancario di Sindona, che si diramava tra Italia, Stati Uniti, Svizzera e diversi “paradisi fiscali”, nonché dei rapporti con la Democrazia cristiana, di cui il banchiere era finanziatore – la Banca d’Italia ne aveva deciso la liquidazione coatta amministrativa. Nel corso della sua indagine, Ambrosoli ebbe modo di approfondire ulteriormente la trama di operazioni occulte, falsificazioni contabili e illeciti, ma, benché già pendesse mandato di cattura su di lui, Sindona, fuggito negli Stati Uniti, poteva ancora contare su una forte rete di appoggi: su Giulio Andreotti, su Licio Gelli, sul boss della mafia Stefano Bontate. Molto forti furono, attraverso Andreotti, le pressioni che Sindona riuscì a esercitare sulla Banca d’Italia affinché accogliesse il suo piano di salvataggio, che puntava al denaro pubblico, scontrandosi tuttavia con la volontà contraria di Baffi. E non mancarono aperte intimidazioni, oltre che ad Ambrosoli, anche a Enrico Cuccia, amministratore delegato di Mediobanca.

Ambrosoli era dunque del tutto consapevole dei rischi che stava correndo, ma continuò a rifiutare ogni tentativo di corruzione. Già nel 1975 aveva scritto alla moglie una lettera – che non le consegnò mai, ma che lei trovò quando lui era ancora in vita – che costituiva una sorta di testamento: «È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese […] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo». Non cedette poi neppure di fronte al numero crescente di minacce di morte, da lui registrate, pur non essendo riuscito a ottenere che gli venisse assegnata una scorta. E la negazione della scorta, l’incriminazione del tutto infondata di Baffi e Sarcinelli nel marzo del 1979, attraverso la quale fu privato dei suoi due referenti all’interno della Banca d’Italia, le fughe di informazioni subite dalle sue indagini benché secretate, lasciano ancora irrisolti molti dubbi sul suo omicidio, nonostante la condanna all’ergastolo di Sindona del 1986 e l’individuazione dell’autore delle telefonate minatorie e del killer della mafia, rispettivamente Giacomo Vitale, cognato di Bontate, e William J. Aricò.

 

Crediti: L’immagine è un fotogramma tratto dal video Giorgio Ambrosoli (11 luglio 1979) Grandi Italiani/2 (pubblicato da Corriere della Sera)

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