29 marzo 2017

Gli anni ruggenti dell’Art Déco

Quando si dice déco appare subito un mondo fatto di arte e lusso, arredi raffinati e accessori unici e preziosi. È un linguaggio che ha toccato pittori e scultori, industriali e poeti, la nuova borghesia arricchitasi con la Grande guerra e l’aristocrazia languida che si avvicinava al declino. Non ci sono artisti puramente déco ma molti di loro finirono con l’esserne contagiati. Ai Musei di San Domenico di Forlì, fino 18 giugno, Art Déco. Gli anni ruggenti a cura di Valerio Terraroli, comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, direttore generale Gianfranco Brunelli. Non c’è una data precisa per stabilire l’inizio e la fine del déco, ma la mostra offre una lettura per perimetrare il fenomeno di quel gusto che segnò un’epoca. La relazione con il liberty che lo precede non è di continuità, il déco ha regole precise, sostituisce con geometrie e rigori le linee morbide, ispirate alla natura, che avevano suggestionato il primo Novecento. E se il liberty democraticamente auspicava l’arte per tutti il déco riporta l’arte per pochi, ricchissimi eletti. È il 1925 quando a Parigi si tiene l’Esposizione universale dedicata alle “Arts décoratif”, ma saranno le tre esposizioni biennali tenutesi, fra il 1923 e il 1930, alla Villa Reale di Monza a imprimere il carattere prettamente italiano al gusto, il recupero della classicità e del passato che si fonde con l’innovazione. All’esposizione francese sarà Giò Ponti a vincere la medaglia d’oro, con La casa degli “Efebi”, un otre in maiolica creato per la Richard-Ginori, l’azienda fiorentina con cui l’artista ha iniziato a collaborare. Le mostre monzesi nascono con l’idea di creare un connubio fra industriali e artisti, imprenditori e giornalisti della critica emergente. Il luogo è strategico: alla Villa Reale si è insediata la scuola Umanitaria che prepara artigiani e operai specializzati, lì vi insegnano Martini, Ponti, Cambellotti. Ugo Ojetti organizzatore della prima esposizione chiede a Gabriele d’Annunzio di venire ad inaugurarla: un ottimo lancio pubblicitario. Cultura e business. Da questo modello nascerà il Salone del Mobile, emblema di un’industria alta e internazionale. Il distretto brianzolo, alle porte di Milano, offre falegnami e tessitori, nelle industrie si creano mobili, tessuti d’arredo e abbigliamento, la ricerca del materiale diventa sofisticatissima. Le sete di Como – in mostra alcune prodotte da Guido Ravasi – e del veneziano Mariano Fortuny vestono la Marchesa Casati Stampa e Eleonora Duse, arredano il Vittoriale. I disegni, le ceramiche del pittore Galileo Chini abbandonano i ghirigori floreali per disegni essenziali e netti, Tito Chini progetta il Grand Hotel e le Terme di Castrocaro che diventano il luogo di vacanza preferito da Mussolini e i suoi gerarchi. Gabriele D’Annunzio si immerge nel déco, al Vittoriale è dedicata un’intera sezione, drappi e tappeti, opere d’arte e sculture, oggetti inutili e costosi, o eclatanti come l’Isotta Fraschini blu pavone. Un gruppo di architetti avventurosi, fra cui Giò Ponti, Giovanni Greppi, Tomaso Buzzi, Emilio Lancia, Piero Portaluppi e Giovanni Muzio, abbandonano l’idea di struttura classicista e introducono un’architettura con caratteri propri e inconfondibili. L’Oriente si insinua nell’immaginario collettivo dell’epoca, dall’antico Egitto a Babilonia, dall’India misteriosa di Salgari al mito della Cina imperiale. Nel 1926 debutta al Teatro alla Scala Turandot, opera postuma di Giacomo Puccini, il libretto di Adami e Simoni, si ispira alla fiaba di Carlo Gozzi, l’allestimento è in puro stile déco. In mostra la prima locandina del capolavoro, proveniente dall’Archivio Ricordi di Milano. Wally Toscanini posa per Alberto Martini in abito da odalisca. I riferimenti orientali entrano nelle scenografie e nei costumi dei Balletti russi di Sergej Djagilev, elaborati da Benois e Bakst, e vengono immortalati dai bronzi di Chiparus. Viaggiare testimonia l’appartenenza a uno status, visibile la ricostruzione di un vagone completamente arredato della compagnia dei treni di lusso, poltrone comode ed eleganti, tavoli di design e vetri azzurrati di Lalique. Si pensa all’antico e lo si trasforma in contemporaneo, come Gigina di Luigi Bonazza, che per i colori freddi e per il taglio rigoroso è la quintessenza dello stile déco. L’ideale femminile libero e spregiudicato è proposto dalla scultura Leda e il cigno di Martini, La piccola russa capolavoro assoluto di Mario Cavaglieri, nei quadri di Antonio Donghi le ragazze portano i capelli “à la garçonne” come la pittrice Tamara de Lempicka. La mostra si apre con un busto di donna Luigi Supino e Giò Ponti, apparentemente ricorda i busti dell’antichità ma è realizzato in ceramica, non in marmo, lo sguardo della protagonista è spavaldo, fissa negli occhi il visitatore; la stessa imprevedibile ambiguità assunta da Raja di Felice Casorati. Giovani donne dal corpo tornito e pieno come Galatea di Cataldi o La figlia di Jefte di Ubaldo Oppi sfidano gli uomini. Durante la Prima Guerra molte di loro hanno sostituito i loro compagni in trincea, sono entrate in fabbrica, guidano l’auto e hanno accorciato per praticità le gonne. Nessuna vuole più tornare indietro. Verso la fine degli anni Venti il déco viene sostituito da uno stile ideologico e monumentale, nelle pagine della Storia scompare per sempre quel mondo effimero e lussuoso. Musei di San Domenico di Forlì fino al 18 giugno Art Déco. Gli anni ruggenti  a cura di Valerio Terraroli Comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci catalogo Silvana Editoriale Galleria immagini  


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