24 marzo 2014

Grammatica italiana in 3 D

Quando elaborò la teoria del linguaggio come gioco, Ludwig Wittgenstein abbandonò definitivamente la «purezza cristallina della logica – una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito –» per tornare sul «terreno scabro» dell’esistenza, riflettendo sull’«impiego quotidiano delle parole» e sul loro «uso effettivo». Pur senza velleità filosofiche, anche Silverio Novelli approccia la lingua come qualcosa «in 3D, non piatta, non bidimensionale»: da questo assunto, mutuato pure da Giorgio Manganelli (per cui «un linguaggio è un gigantesco “come se”, una legislazione ipotetica… Con gesto arbitrario fissiamo i valori delle carte, ma da quel momento subentra il rigore del gioco e del rito»), muove per imbastire un curioso saggio di grammatica italiana, godibile e utile come una guida di viaggio. Si dice? Non si dice? Dipende. L’italiano giusto per ogni situazione è, infatti, un prontuario intelligente per navigare nello «spazio linguistico», guidati non solo dalla tradizione normativa ma anche dagli “usi e costumi” della lingua, facendosi suggestionare persino da opere di fantascienza come Guida per autostoppisti galattici e Flatlandia.

L’autore, giornalista e lessicografo, nonché collaboratore della Treccani, è ironico e antiapocalittico («Intanto, va detto che il congiuntivo non sta morendo e la lingua italiana non corre verso la catastrofe»), e ama zigzagare tra citazioni letterarie e immagini cinematografiche, fumetti e canzonette: il libro, così, non esibisce la spocchia di certa manualistica dotta né la superficialità di un libretto d’istruzioni; possiede la «leggerezza della pensosità», non la rigida precettistica di un trattato, e «racconta la grammatica in tre dimensioni: quella del (bisogna dire o scrivere proprio così, facciamocene una ragione), quella del no (così non va e non ci si pensi più!), e quella – centrale – del dipende», che valuta caso per caso a seconda dello scritto o del parlato, dei soggetti e dei contesti, del mezzo di comunicazione, del grado di formalità.

Innanzitutto non bisogna avere troppa riverenza nei confronti delle “Leggi grammaticali” «perché non di rado queste presunte norme sono vere e proprie impuntature del senso linguistico comune, radicatesi negli anni, con la complicità di quella che Luca Serianni chiama la “norma scolastica sommersa”, in forza della quale “alcune prescrizioni particolari, senza effettivo fondamento nella grammatica o negli usi reali della lingua, si trasmettono con una costanza degna di miglior causa nel corso delle generazioni attraverso le aule scolastiche”. Essere rigidi è controproducente, perché le caratteristiche e le dimensioni dello spazio linguistico mutano e le regole che le fissano vanno periodicamente rivedute e corrette», esattamente come un gioco, il cui regolamento può venir modificato o affinato o, talvolta, stravolto. Ma questa non è l’unica metafora cara a Novelli, che altrove paragona la lingua a un territorio e la linguistica alla geografia, cioè scienza che tenta di mappare un continente sempre alla deriva, in continuo movimento tettonico: qui si spazia, in dieci capitoli, da “Pronuncia e grafia” a “Preposizione”, da “Punteggiatura” e “Articolo” a “Verbo” e “Avverbio”, con tanto di gustoso “Addio… e grazie per il pesce” e bibliografia finale.

Al di là di regole e deroghe, modi di dire ed effrazioni più o meno lecite o tollerate, il lettore potrà scoprire chicche storiche e vezzi poetici, come «Vabbè (va bene)», che «è recente, ma non crea problemi nella scrittura informale o che rifà il verso all’oralità, da Pier Paolo Pasolini in poi (“Ah vabbè”, fece il Riccetto di Ragazzi di vita). E ancora, «i puntini di sospensione oggi sono e devono sempre essere tre (nell’Ottocento erano quattro; domani chissà)... Luca Serianni, peraltro, ci ricorda che ancora nell’Ottocento c’erano oscillazioni accettate, anche nello scritto, nell’uso dell’articolo davanti ai nessi complicati (“il gnomo” in Pascoli; più indietro nel tempo, nel libretto del Don Giovanni mozartiano, scritto da Lorenzo Da Ponte, trovo il sciagurato, il scellerato, il zucchero)». Mentre i Baci Perugina confermano l’uso maschile di “eco” («Il rumore di un bacio non è forte come quello di un cannone, ma il suo eco dura molto più a lungo»), Oriana Fallaci sdogana le “ciliege” e Vasco Rossi, «che non si è laureato alla Bocconi di Milano ma al “Roxy bar” di Zocca», disdegna l’accezione disgiuntiva di “piuttosto che”, «che ha bensì valore avversativo o comparativo», come nella sua canzone «Piuttosto che morire immobile / meglio morire di te». D’altronde, «Vasco ha sempre avuto gran fiuto per le sfumature».


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