30 aprile 2014

Heydrich, il nazista ucciso dal crine di cavallo

di Giovanni Ziccardi

Gli ingredienti per un libro di successo ci sono, e sono tutti di prima qualità. Una città dal fascino magico e unico, Praga, con un’architettura e strade che sembrano create appositamente (anche) per nascondersi, per tramare nell’ombra e per resistere. Un cattivo, Reinhard Heydrich, la mente dietro alla Soluzione Finale nazista, definito “il boia di Praga” o il “macellaio”, prima attivo nei servizi di controspionaggio e poi, incredibilmente, arrivato ai vertici del sistema nazista. Un anno, il 1942, critico per lo sviluppo del nazismo e della Seconda guerra mondiale e per i mutamenti bellici e geo-politici che stavano avvenendo. Un attentato con armi che s’inceppano e una bomba a mano (“Operazione Antropoide”) organizzato da Londra e affidato a un ceco e a uno slovacco paracadutati nella Praga occupata e dalla resistenza locale ormai debellata. Due uomini da lasciare lì, quiescenti, una cellula dormiente, fino al momento in cui faranno esplodere la decapottabile del gerarca nazista e daranno vita non solo a uno degli episodi più clamorosi del conflitto ma, anche, a una terribile ritorsione che arriverà sino a cancellare dalle carte geografiche l’intero villaggio di Lidice.

Un talentuoso scrittore francese, Laurent Binet, particolarmente legato alla storia, alla tradizione e al popolo cecoslovacco, ha raccolto tutti questi elementi e li ha inseriti con grazia nel suo libro d’esordio, HHhH (“Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”), unendo una certosina ricerca di elementi storici e di testimonianze, anche nei musei locali, a uno stile vivace e a numerose considerazioni personali. Il tutto per scrivere un’opera davvero interessante, che Einaudi ha ripubblicato di recente e che, in alcuni passaggi, nasconde vere e proprie gemme.

Il cuore del libro, si diceva, è quello che l’autore definisce come uno dei più grandi atti di resistenza della storia umana, e la più eroica impresa di resistenza della Seconda guerra mondiale. Siamo nel 1942. I due nemici sono (indirettamente) Himmler, capo delle SS e (direttamente) Heydrich, il suo braccio destro, Protettore di Boemia e Moravia. L’azione di resistenza sarà eseguita da un commando cecoslovacco (composto, guarda caso, da un ceco e da uno slovacco) inviato da Londra. Il tutto, però, è narrato in prima persona dall’autore, un ricercatore che vive e lavora ai giorni nostri, che recupera le informazioni anche su Internet e che alterna i fatti dell’epoca a momenti di vita quotidiana, al suo amore per la Repubblica Ceca e all’attenzione ai traumi che questa terra si porta dietro sin dalle discriminazioni territoriali e razziali che avvennero in quell’epoca.

Il personaggio di Heydrich, sia chiaro, è talmente particolare (e terribile) che già era stato oggetto di altri film e libri; anche in quest’opera, nella parte iniziale, si cerca di comprendere e descrivere la psicologia del gerarca nazista, muovendo dalle sue esperienze infantili e dalla sua carriera all’interno del partito nazista.

La parte più suggestiva dell’opera, però, è la capacità di far interagire “a strati”, e intersecare, le vicende politiche che hanno riguardato prima la politica tedesca e, poi, la guerra (muovendo dall’inizio del 900 per passare all’intervallo fra le due guerre, con l’avvento del nazismo e, infine, al secondo conflitto) con le vicende personali del narratore, le sempre nuove scoperte (vere e proprie investigazioni) sulla storia di cui tratta, le testimonianze e l’azione, nonché tutti gli equilibri politici (anche con riferimento ai servizi di intelligence e alle strategie nascoste). Il tutto all’ombra della terribile soluzione finale.

Lo stile narrativo è molto particolare: sono oltre 250 “blocchi di testo” numerati, alcuni di poche righe, altri di alcune pagine, che tracciano piccoli affreschi o che riportano frasi, dialoghi, considerazioni, pensieri, brevi biografie di personaggi, testimonianze. Una sorta di diario, molto curato e con un filo logico solido.

La parte finale del libro descrive le difficoltà nell’attività della resistenza ceca quando la situazione a Praga inizia a degenerare, con lutti e deportazioni quotidiane. Di qui la programmazione del clamoroso attentato, organizzato da Londra e dai governi in esilio. Jozef Gabčík, slovacco, è il primo a essere scelto, insieme a un ceco, Anton Svoboda che, però, si farà male a seguito di un lancio col paracadute e sarà sostituito, nella storia, da Jan Kubiš. Uno sanguigno ed energico, l’altro bonario e riflessivo. Uno col mitragliatore, uno con gli esplosivi. Due personaggi uniti ma complementari. Ideali per un thriller.

Un ulteriore punto di forza di questo libro è, infine, la documentazione esaustiva di tutti gli scritti, i libri, i film e gli studi che, muovendo dall’episodio dell’attentato, hanno cercato di ricostruire alcuni episodi della seconda guerra. L’autore riesce a inserire centinaia di nozioni storiche senza appesantire la storia, fornendo una quantità d’informazioni notevole.

I due attentatori per mesi vivranno in clandestinità nella “loro” Praga, città in cui, in realtà, non erano mai stati prima ma che rappresentava simbolicamente il ritorno, da partigiani, nel loro Paese. E da questo momento in poi il libro si anima come nelle migliori storie di spionaggio. Da Londra fremono, non hanno più notizie o le notizie arrivano frammentarie e di difficile interpretazione. Sembra, poi, che il nazista stia per lasciare Praga e il Protettorato dove aveva operato da dittatore sanguinario per andare a Parigi e iniziare a debellare anche la resistenza francese.

E lì scatta il piano, con le conseguenze tremende che chiudono il libro e che videro come innocente obiettivo il villaggio di Lidice e i suoi abitanti.

La lettura è sempre avvincente, pagina dopo pagina. L’impressione è quella di ripercorrere un momento tremendo della storia dell’umanità attraverso la città, i monumenti, le chiese, le vie, i caratteri delle persone e i grandi eventi politici che si fondono con ammirevole equilibrio, e dove tutto sembra collegato, dal particolare più insignificante ai fatti che cambiano la storia.

Il “boia di Praga” morirà poco dopo l’attentato nell’ospedale della città che aveva vessato e martoriato per mesi: la bomba gettata in maniera improvvisata sui sedili posteriori della sua auto decapottabile gli aveva causato una ferita apparentemente sotto controllo. Ma una setticemia causata forse dal prezioso crine di cavallo che rivestiva i sedili della sua Mercedes, e che con l’esplosione gli era entrato in corpo e nelle piaghe e nella milza, non ha avuto pietà di lui.

I nazisti, a loro volta, non ebbero pietà di Lidice, villaggio ritenuto covo di partigiani. Erano in cinquecento, uomini, donne e bambini. La selezione fu mirata: prima furono separate le donne insieme ai bambini, rinchiuse in una scuola, mentre gli uomini vennero ammassati in una cantina. Il paese fu devastato e ridotto in macerie, le donne caricate e portate in un campo di sterminio, i bambini uccisi col gas tranne alcuni ritenuti “adatti alla germanizzazione” e che saranno adottati da famiglie tedesche. Gli uomini dai 15 anni agli 84 fucilati a gruppi di dieci alla volta; il sindaco del paese ucciso per ultimo, perché doveva riconoscere i cittadini. Poi toccò alla geografia dei luoghi, con il cimitero profanato, tutti gli edifici rasi al suolo e il sale sparso sulla terra in attesa dei bulldozer che spianassero le macerie. La furia di Hitler per non aver individuato gli autori dell’attentato fu talmente accesa che volle far sparire letteralmente un paese dalle carte geografiche, mostrando all’opinione pubblica, per la prima volta, un atto di una violenza inaudita.


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