25 marzo 2020

Ho bisogno di verità terrena

 

«Tienimi forte il braccio che non ci perdiamo nel bosco». Quando Nikiforos Vrettakos rivolge alla nipotina di appena due anni questa preoccupata raccomandazione, si trovano entrambi in Sicilia, immersi in un bosco palermitano, all’inizio degli anni Settanta. Gli occhi di Alessandra gli dicono «sorgerà il sole»; lui riesce soltanto a pensare «tienimi forte».

 

Dopo il colpo di Stato del 1967 che consegna la Grecia al regime militare dei colonnelli, Vrettakos decide per sé l’esilio volontario. Prima in Svizzera, a Trogen, e successivamente in Italia, a Palermo, ospite del grecista Bruno Lavagnini che lo coinvolge attivamente nella redazione del primo, e più accurato Dizionario greco moderno-italiano.

 

Ma la revisione delle schede del dizionario non è l’unica attività che lo tiene impegnato: nel capoluogo siciliano ritrova la forza per cominciare di nuovo a scrivere poesie. Al di là dell’Egeo, insieme a Seferis, Ritsos ed Elitis, è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori poeti del Novecento: i suoi versi hanno sempre provato a restituire dignità e spessore alla parola pace, vocabolo troppo spesso smarrito in un Paese come il suo, vinto da continue dittature e guerre insensate. Pace si intitola una sua breve poesia del 1958:

 

 

È come un rametto di mandorlo in un bicchiere

nel mio cuore l’amore. Vi cade il sole

e si colma d’uccelli.

 

L’usignolo più bravo dice il tuo nome.

 

(in Poeti greci del Novecento, trad. F.M. Pontani)

 

 

È facile immaginare perché abbia ricominciato a scrivere solo dopo essere arrivato in Sicilia. L’isola gli ricorda la sua terra, la luce e il sole della Laconia, dove è nato nel 1912; passeggiando tra i vicoli palermitani, gli sembra di percepire la stessa idea di umanità che c’era in Grecia e che è stato costretto ad abbandonare.

 

Per Vrettakos la poesia è materia. Ed è fede e fiducia. Se però desideriamo capire le ragioni di queste asserzioni, dobbiamo tornare indietro, all’escursione che intraprende con la sua nipotina.

 

Una volta che Alessandra è partita, comincia a cercare le sue orme sui sentieri percorsi, ritrova persino l’acacia con cui aveva cominciato ad articolare «mozze, tenere paroline». E fa tutto ciò mosso da una chiarissima epifania:

 

 

Perché il sole è sorto, come aveva detto,

e la poesia ha bisogno di cose.

Ha bisogno di verità terrena

per diventare cosa celeste,

tempo autonomo.

 

(in 12 Poesie siciliane, trad. V. Rotolo)

 

 

La sua poesia poggia sulla concreta e solida materia delle cose, in alcuni testi arriva addirittura a definirsi «muratore», perché il suo poetare è animato dall’intento di costruire un edificio stabile a cui potersi affidare, in cui riuscire a riporre finalmente la propria fede. Ricorda molto l’immagine che Wisława Szymborska dava della poesia, «l’àncora d’un corrimano»: un oggetto, fermo e sicuro, a cui aggrapparsi. Per reggersi, e proseguire la strada. Nella poesia La casa Vrettakos scrive:

 

 

Tutto quanto mi fu dato qua, con gli occhi,

le orecchie e le altre mie antenne

l’ho raccolto e mi son fatto muratore.

Perché potessi contenere il mondo. Costruire

una casa dentro tutte le case.

 

(in L’Aureo Cocchio, trad. V. Rotolo)

 

 

È lecito, adesso, chiedersi verso chi o verso cosa provasse questo sentimento di fede. Qual è, insomma, “la calce” che ha ispirato in lui il desiderio di modellare le strutture che per tutta la vita ha messo in piedi. A una risposta è possibile pervenire scomodando un assunto formulato dal filosofo Ludwig Wittgenstein. L’autore del Tractatus logico-philosophicus sostiene che i limiti del nostro linguaggio corrispondono ai limiti del nostro mondo, mettendo così al centro di tutte le questioni del pensiero occidentale il problema del linguaggio. Vrettakos formula il medesimo assunto, solo che sostituisce il problema del linguaggio con quello dell’amore: i limiti della nostra capacità di amare corrispondono ai limiti del nostro mondo. In quest’ottica l’amore non ha una dimensione esclusivamente “sentimentale”, ma presenta una vera e propria qualità “spaziale”, come possiamo leggere nell’Elegia sulla tomba d’un piccolo combattente:

 

 

E vedemmo che il mondo è più grande

e divenne più grande per contenervi l’amore.

 

(in Nikiforos Vrettakos, trad. V. Rotolo)

 

 

Finita la dittatura della Giunta, negli ultimi anni ritorna in patria e si ritira a Plumitsa, ai piedi del monte Taigeto, dove seguiterà a scrivere finché «il sole» ‒ lui stesso appunta ‒ a prenderlo «manderà un cocchio aureo con un auriga ritto, vestito tutto di bianco». A chi ha la fortuna di interrogarlo direttamente sulla sua visione dell’esistenza umana, ogni volta ripete che la sua “materia di fede”, il suo unico dogma, si sintetizza nell’equivalenza «amo, dunque sono». L’amore, una salvifica ossessione. In questo modo, d’altronde, termina uno dei suoi componimenti più intensi, Lamento dell’ucciso:

 

 

Ma ditemi,

ditemi: se senza amore

io non potevo vivere,

che dovevo fare?

 

(in Poeti greci del Novecento, trad. F.M. Pontani)

 

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