11 febbraio 2019

I Patti lateranensi e la delusione di Calamandrei per l’articolo 7

L’11 febbraio 1929 Mussolini firmava i Patti lateranensi, risolvendo la quasi sessantennale “questione romana” e creando uno dei più saldi pilastri del suo regime; 18 anni dopo, in un contesto politico ribaltato, la validità di quell’accordo veniva confermata dall’articolo 7 della Costituzione, che recita: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale».

Si trattava di una scelta dal punto di vista giuridico «sconcertante» (F. Margiotta Broglio 2011), perché imponeva nella legge fondamentale della Repubblica il divieto di modificare unilateralmente una fonte nella quale si rinveniva un corpo di norme inconciliabile con il principio della laicità dello Stato (i Patti riconoscevano quella cattolica come unica religione di Stato) e di uguaglianza di tutte le religioni di fronte alla legge – tanto che su tali aspetti fu necessario poi un processo di revisione bilaterale, sfociato nel nuovo Concordato del 1984.

Dal punto di vista storico, ancor più sconcertante fu la scelta dei comunisti di votare, il 25 marzo 1947, insieme a DC, monarchici, qualunquisti e maggioranza dei liberali, a favore di quella norma. Fino a quel momento, infatti, sia nel corso dei dibattiti preparatori (21 novembre 1946 - 23 gennaio 1947), sia nel corso delle assemblee costituenti vere e proprie (dal 4 marzo), pur cercando in tutti i modi una mediazione con i cattolici, alquanto intransigenti, il PCI si era mostrato fermamente contrario alla menzione dei Patti nella Carta repubblicana. Cosa era avvenuto?

Dello storico “voltafaccia” molto si è scritto, e tra i primi a farlo fu Piero Calamandrei, che nell’aprile del 1947 pubblicò, sulla rivista da lui fondata Il Ponte, un breve, sincero e grave saggio dal titolo Storia quasi segreta di una discussione e di un voto. In esso si descrive l’atmosfera «pesante e depressa» che accompagnò quel voto, e il senso «di delusione, di dispetto, di mortificazione; anche di disgusto» che ne seguì: nessuno applaudì, neppure i democristiani, e i comunisti, «uscendo a tarda notte da quella seduta memoranda, camminavano a fronte bassa e senza parlare». Secondo Calamandrei, non solo i democristiani non si attendevano quell’esito, ciò che mostrava l’infondatezza di un’ipotesi allora diffusa di accordi presi tra i due partiti in una logica “do ut des”, ma neppure ne gioirono.  

Il sospetto di un calcolo elettorale emerse immediatamente, e Calamandrei, che si rammarica di quanto le «preoccupazioni elettoralistiche» avessero già condizionato le scelte dei costituenti, non lo esclude. I democristiani erano insoddisfatti perché avrebbero voluto conquistarsi quella vittoria «senza ricorrere ad impure alleanze contaminatrici», ed era perciò che si erano mostrati tanto maldisposti verso qualsiasi pur generoso compromesso: per costringere i comunisti a votare contro, facendo così cadere su di essi «la taccia compromettente di nemici della Chiesa». I comunisti, d’altra parte, pur di evitarsi quello stigma, furono disposti a negoziare i loro principi. Quest’impressione fu così forte e immediata che quando Togliatti prese la parola per negare in quel voto un suo interesse elettorale, «suscitò, nell’aula, una di quelle reazioni clamorose di incredulità che nello stile dei resoconti parlamentari possono essere qualificate, secondo i casi, come “mormorii”, o come “rumori” o anche come “ilarità”».

Ma Calamandrei avanza anche un’altra ipotesi, e cioè che né i democristiani, né i comunisti avessero agito per scopi di così corto respiro, ma fossero stati costretti da una volontà altra: «non dalla sovranità del popolo italiano, ma da un’altra sovranità che lo stesso articolo 7 riconosce e proclama come contrapposta a quella della Repubblica». Calamandrei ricorda che tra i democristiani vi erano molti “sinceri democratici”, convinti che la confessionalità dello Stato costituisse una contraddizione irrisolvibile. Ma ricorda anche quanto lasciato intendere da De Gasperi durante quella triste seduta, ossia che in Italia il mantenimento della pace politica – e quindi dell’appoggio economico degli Stati Uniti – dipendeva da quello della pace religiosa, e che questa sarebbe venuta meno se ci si fosse opposti alla «formula perentoria», imposta dalla Santa Sede, dell’articolo 7. E ricorda infine le parole di replica pronunciate da Togliatti: «Abbiamo capito, onorevole De Gasperi, abbiamo capito».

Calamandrei, che giudica verosimile ma non dà per certa questa interpretazione tanto drammatica, conclude dunque che dietro quel voto potrebbe esserci stato «il doloroso riconoscimento della servitù internazionale e della miseria in cui, per merito del fascismo, l’Italia è caduta». Profondamente amareggiato, assai severo nei confronti dei comunisti («le “questioni di principio” sono, per loro, vecchi pregiudizi borghesi») e dei democristiani («portavoce di una potenza esterna, i fiduciari, vincolati da mandato imperativo, di un’altra sovranità»), egli considerò quel voto una sconfitta di tutte le forze politiche democratiche, inclusa la DC, e nello stesso tempo della sovranità italiana e della democrazia parlamentare, anche per via della mancanza totale di trasparenza con cui le decisioni erano state prese dai due partiti senza mai essere dibattute nelle aule preposte.

 

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