19 marzo 2013

I calciatori volanti

Intervista a Philippe Daverio 

 

Il professor Daverio è tutto quello che sappiamo e molto di più. Arguto, cordiale, spiritoso, calmo come una presa elettrica: finché non ci metti un dito dentro non prendi una scarica, il che non è assolutamente un male. Ti sveglia dal torpore delle tue convinzioni, mettendole in discussione su un piano filosofico oltre che artistico. Ogni frase, argomentazione, una piccola scossa; mentre ti elettrizzi ti osserva per capire se aumentare la carica. Deve aver pensato chi fossi, da dove spuntasse una persona convinta che la fotografia fosse anche solo lontanamente verità e in quanto tale non alterabile. È stato molto paziente e gliene sono grata: ha sfogliato i suoi libri per farmi degli esempi, “guardi il velluto di questa giacca, annusi l'odore acre di ascella, non vede quanta umidità in questo canale?”. Mi ha fatto ascoltare musica classica da un computer in lontananza perché non si ode con le orecchie, non si vede con gli occhi: l'esperienza dei sensi è un concerto orchestrato dal cervello. Forse si è anche divertito, una persona con così poche nozioni di pittura non deve essergli mai capitata. Poi l'ascensore dal suo studio al sesto piano, sprofondi nei livelli della fortezza che avevi costruito con tanta cura e bisbigli: “Io così non l'avevo mai vista, e ora?” Parlare con Philippe Daverio dunque ha segnato la mia esistenza, io che facevo della fedeltà contenuta nelle immagini fotografiche una certezza, come molti suppongo. Ora so che un abbozzo del mio viso fatto a matita da un bambino potrebbe narrare di me molto più di una foto.

 

Professore, l'immagine giornalistica deve contenere un messaggio o deve risultare esteticamente piacevole per seguire i canoni del momento? L'immagine è comunicazione, l'idea che la fotografia sia verità è un'illusione assoluta, non esiste la fotografia verità, non l'ha mai rappresentata, ad eccezione della natura morta. Ovvero, metto questi oggetti, li fotografo, questi sono ciò che ho visto. Ma per il resto non è mai verità perché astrae rispetto al surrounding e isola in un istante. L'istante per definizione è l'unica cosa siamo sicuri non esistere quindi la fotografia rappresenta una cosa che non è.

 

Si sta abituando però la gente a dare delle notizie attraverso immagini belle da vedere. La pittura rappresenta la realtà, la fotografia mai.

 

Io pensavo esattamente il contrario. È impossibile che la rappresenti, non esiste la realtà senza fattore tempo. È come se rappresentassimo il tempo senza il fattore spazio. Non è tecnicamente possibile. La pittura è immagine vera, una rappresentazione nella quale l'attenzione al tempo sussiste. Esistono due fattori della cognizione, il tempo e lo spazio.

 

Ma è sempre una fantasia dell'autore. Non importa, noi non vediamo la realtà se non attraverso il sistema dei sensi, siamo condizionati da tutti i sensi individualmente. Li sommiamo, quando ne togliamo uno quella cosa non funziona più. Una fotografia di una goccia d'acqua su un foglio non rappresenta l'umidità mentre un quadro di Canaletto sì. Nulla è più falso di una fotografia di paesaggio che reputa di essere la più corretta. È molto più realistico un dipinto di Canaletto dove ci sia la sensazione della temperatura, dell'umidità. La grande illusione è nel pensare che la fotografia rappresenti la verità.

 

Ho difficoltà, io vengo dal fotogiornalismo. Ma anche nel fotogiornalismo avviene la stessa cosa, la famosa foto di Robert Capa di quello che muore non è mica vera! Cioè quella lì è una frazione di secondo di un'azione. Abolire il fattore tempo vuol dire uscire dalla realtà.

 

Quindi questo aspetto la distingue dal video? Il video è più reale? Sì, il video è molto più reale, sono due mondi completamente diversi. Il video tiene conto del fattore tempo. Ma non solo, considera la mozione e il movimento di chi guarda, nessuno di noi guarda fisso bensì in movimento. Il fattore T (Tempo) è fondamentale nella gnosi.

 

Ciò nonostante non crede sia un danno proporre la morte esteticamente? Molti additano la tendenza nel fotogiornalismo di emulare grandi artisti come Caravaggio. È perché sentono il limite tecnico della fotografia, il fotogiornalismo è il meno vero di tutti. Non esiste che un pallone sia fermo ad un metro da terra, non è mai successo, un pallone semmai è in movimento davanti ad un piede che l'ha appena calciato. Non esistono calciatori che volano, l'azione è da quando si innalzano a quando scendono. Non c'è gnosi senza la sommatoria dei sensi. Se lei pensa che addirittura abbiamo perso il senso fondamentale della gnosi medievale che era il sensus vagus, la sensazione di come sto, cioè se sono comodo, sento ancora il sapore del caffè, sono seduto su una sedia. Percezioni che non hanno un senso di riferimento. Il medioevo, che era filosoficamente più speculativo di noi, lo chiamava appunto sensus vagus.

 

A me risulta complicato pensare ad un fotografo che ritocchi una foto di due bambini morti. Perché lei parte dall'idea che la fotografia rappresenti la realtà e non è vero. L'unico esempio come le dicevo è nella natura morta, perché prende un momento che non prevede tempo, è statica. Io posso concentrarmi e guardare le cose davanti a me evitando anche di muovermi per capire il loro rapporto prospettico, mi basta questa visione prospettica, ma non è verità.

 

Significa che l'architettura potrebbe essere una fotografia realistica? No! Perché come diceva Le Corbusier: “L'uomo vede le cose dell'architettura con i propri occhi, che sono a un metro e settanta dal suolo”. La fotografia è la falsificazione assoluta. La Tour Eiffel: una cosa è vederla sull'orizzonte di Parigi, altra è starci sotto o salirci su. Ma questo non condanna la fotografia, al contrario le da un ambito preciso sul quale riflettere. La fotografia è uno dei percorsi della gnosi, del capire, del guardare. Intanto è assolutamente personale, ognuno la fa come le viene in mente. È un percorso mentale molto meno significativo del tentativo del disegno, dove invece posso provare a rappresentare un concetto. Cambiamo campo linguistico, è sempre utile quando si fanno questi ragionamenti. Ad esempio, Dostoevskij  e il principe Minsky, lì non c'è foto, elaboro un'immagine in base al testo, ognuno seguendo i propri parametri, però alla fine sarà più vera quella nella mia testa che in una foto del principe Minsky. Io ho scritto un libro su questo argomento (Il secolo lungo della modernità, Rizzoli che inizia a sfogliare n.d.t.). Fra questi due ritratti di Manet, qual è il più vero? In questi dipinti posso sentire l'odore, capire la forma della barba, su una foto è tutto piatto, morto. C'è un meccanismo dietro che le spiego. Noi percepiamo attraverso il cervello, sempre. Se in questa stanza avessimo un pianoforte che suona lo ascolteremmo in un modo ma se la musica provenisse dal miglior impianto audio ce ne accorgeremmo, perché la sua fisicità è diversa. Non ha più la densità, anche se mi ridà le vibrazioni e lo sento con la pancia saprei che non è uno strumento ma la sua riproduzione. Se prendiamo una radiolina e la mettiamo in fondo alla tromba delle scale noi saremo convinti che in lontananza ci sia un pianoforte, eppure sentiamo il cinque per cento dei suoni che emette. Questo per un motivo chiaro, catturiamo i segnali dall'orecchio ma attraverso esso li inviamo al cervello. Quando la quantità di informazioni e spiegazioni parallele è elevata abbiamo modo di decifrare. Per evocare è necessario il numero minore di dettagli, la precisione allontana dalla verità, è nella diminuzione delle informazioni che cresce la nostra percezione. Se lei guarda questo particolare lontano di Canaletto noterà che l'acqua sembra vera. Perché si vedono cose così vere nel racconto di Canaletto? Perché le rivede con la ricomposizione che il cervello fa, eppure il quadro è iper semplificato ed è proprio ciò che lo rende reale, in quanto dà al cervello la possibilità di ricomporre. Il cervello elabora in base alle informazioni che riceve, più ne ha maggiore sarà la fatica nel ritrovare il percorso, proprio a causa di elementi che possono distorcere, meno ne ha più ricompone. Prendiamo l'elemento minimizzato e siccome nella testa la quantità di meccaniche di informazioni sono infinite, lo elaboriamo. Questa non vuole essere mimesi, vuole essere evocazione. È per questo che se sentiamo in fondo alle scale solo il 2 per cento di una sonata di Mozart abbiamo l'impressione che sia vero. I cinque sensi sono solo sensori che inviano informazioni al cervello. La pittura rappresenta la realtà molto più della fotografia che è una grande arte, ma il cui scopo è rappresentare solo gli istanti che compongono la realtà, una sua astrazione. Per questo molti sono più attratti dalla fotografia in bianco nero piuttosto che dal colore, perché astrae. Non per niente quando si va a fare foto si cerca non la precisione totale ma la deformazione, in quanto evoca. I linguaggi sono delle evocazioni, il positivismo nel linguaggio non ha senso. Nulla è positivo, noi siamo sempre una parte protagonista nella sensorialità, vediamo e percepiamo attraverso i sensi. La pittura abbassa la quota dei parametri, nessuna fotografia può emettere un rumore, un odore; fa delle altre cose. Il quadro ha una sua fisicità, la vera rappresentazione della realtà è nel fatto che il quadro non rappresentandola introduce nella riproduzione almeno un elemento fondamentale che è una traccia di elemento: il tempo.

 

Quindi è inutile tentare di riprodurre la realtà. Sono le regole della psicologia urbana e della psiche umana, cosa ci possiamo fare! Mi sono divertito a fare il mio libro, è proprio un'indagine sulla percezione. Il nostro cervello non chiede la realtà ma la sua astrazione da poter mettere nei codici della conoscenza, altrimenti non siamo in grado di percepire.

 

In una intervista aveva detto che la fotografia può essere considerata arte quando è virale. Sì, è una grande arte, quando si perverte. Ogni meccanismo di comunicazione che riesca a sintetizzare una direzione diversa prevista è un fatto artistico. Nel momento in cui muto la percezione cambio l'equilibrio delle cose. Quello che manca alla fotografia è la capacità di restituire il tempo che invece è della pittura. Il tempo è azione, la fotografia è istantanea quindi più si riferisce ad una cosa statica più è vera. La pittura viene eseguita nel tempo e restituisce l'azione che risulta più durevole del previsto, le scene sono sommate, ognuno dei gesti è il suo riassunto quindi contiene un fatto temporale, porta al parossismo. Il grande salto avanti della pittura avviene quando nasce la macchina fotografica perché si misurano: “Ti faccio vedere io la realtà vera”, fotografia e pittura entrano in competizione. Si vedono subito i pittori pre fotografici e i post fotografici.

 

Come mai secondo lei così tanta gente ha bisogno di esprimersi artisticamente attraverso la fotografia? Perché è alla portata di tutti, una gran parte dell'umanità si è evoluta verso diritti maggiori di emancipazione cerebrale, è un dato positivo dell'umanità di oggi. La confusione è totale, però oggettivamente la gente ci sta, faccio foto anch'io si figuri. Ho fatto persino una mostra per gioco, sulle nature morte. Era divertente. La questione non è sapere se la fotografia sia arte o meno, è arte! Si usano gli arti, si schiaccia con un dito, arte più di così non si può, ognuno col proprio occhio e decidendo il momento. È un fenomeno artistico trans democratico, quindi passa da chi ha sensibilità all'idiota vero e proprio. Nello sport, l'informazione è fra la fotografia e il percorso completo del gesto dell'atleta che non è mai statico, anche in questo caso è più vero il video, perché introduce un dato in più, il tempo. Noi non abbiamo cognizione che escluda il fattore tempo, mentre la fotografia tende ad escluderlo e riesce a funzionare solo dove il tempo è abolito. La pittura, mentendo, inserisce un falso fattore tempo e ci rende però tutto plausibile.

 

Come mai la fotografia in Italia non è molto venduta? Non ci sono grandi aste, gallerie. l'Italia è un paese arretrato, non ha mercato d'arte, esiste un piccolissimo finto mercato d'arte totalmente autoriferito legato al fatto che siamo un paese tagliato fuori per normativa dal mercato mondiale, meno agile rispetto a quello internazionale. Abbiamo delle leggi molto rigorose, notifiche, il blocco delle opere, l'alto tasso di Iva sulle opere vendute: tutto ciò genera un mercato totalmente in nero. L'Italia da quel punto di vista lì è un paese demente. Vero è che il grande mercato delle fotografie è anche esagerato, perché quando una foto di Avedon tirata in 8 esemplari viene venduta a 400 mila dollari, è come se l'opera complessiva costasse 3 milioni, forse è un po' tanto! Però chi se ne importa, il mercato è fatto dai mercanti. Un conto è un'opera, una fotografia può essere riprodotta all'infinito a meno che non la si renda opera. Negli Stati Uniti addirittura alcune aree di mercato fanno fotografie tirate in 30 esemplari, la prima costa mille dollari, la trentesima trentamila perché più la vendo più vale. D'altro canto se uno crede al mercato, amen. Però se prendiamo una fotografia storica di Ansel Adam, stampata da lui, si sa che ce ne sono 4, punto. Dipende uno come me le stampa, incornicia, le rende oggetto. La fotografia digitale è più autentica. Più si possono inserire fattori di menzogna, più diventa artistico il percorso. È l'inserimento di parametri personali che la trasforma in un fatto artistico.

 

Lei fa foto? Solo con il telefonino!

 

 Foto Lorenzo Ceva Valla


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