20 ottobre 2015

I disegni riemersi dell'Inferno di Dante

di Carlo Pulsoni

È del 26 settembre l’articolo del “Corriere della Sera” Il più antico disegno dell’Inferno di Dante: prime tracce della Commedia, nel quale si dà notizia dell’importante scoperta di un manoscritto di Francesco da Barberino, redatto fra il 1304 e il 1309, contenente illustrazioni ispirate alla Commedia di Dante maturate nell’ambito della bottega giottesca ; nell’arco di poche ore l’annuncio di questa scoperta è stato ridicolizzato dal sito di informazione “Dagospia” Inediti, scoperte e altre bufale di prima pagina (http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/inediti-scoperte-altre-bufale-prima-pagina-corriere-sera-109384.htm), dove si precisa che non si tratta assolutamente di una novità: quel codice non solo era ben noto alla comunità scientifica grazie agli studi di Fabio Bertolo, Teresa Nocita e Kay Sutton, ma di esso si erano già occupati in precedenza vari quotidiani, tra i quali “Il giornale” nel 2007.

Forse è il termine stesso di “scoperta” a risultare ambiguo, soprattutto quando viene usato nei media per richiamare l’attenzione dei lettori, anche se a volte crea qualche difficoltà anche a livello accademico. Faccio un esempio: l’autografo dei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, segnato Vaticano latino 3195 della Biblioteca Apostolica Vaticana, fu considerato come tale fino a tutto il Cinquecento, ma nei secoli successivi se ne perse inspiegabilmente la consapevolezza. Quando nel 1885 due studiosi stranieri, Arthur Pakscher e Pierre De Nolhac, in maniera autonoma l’uno dall’altro, riconobbero nel codice vaticano l’illustre autografo del poeta aretino, quale termine avrebbe dovuto essere utilizzato per alludere al felice esito delle loro fatiche: “scoperta” o “riscoperta”?

Forse nel caso dell’Officiolum di Francesco da Barberino sarebbe più opportuno parlare di “riemersione”. Quando un codice fa il suo ingresso negli scaffali di un collezionista bibliofilo scompare solitamente dal circuito degli studi. Va pertanto salutato con gioia il fatto che Guido Rossi, finora sconosciuto proprietario del manoscritto, abbia concesso di riprodurlo al fine di consentirne la visione e l’analisi da parte degli studiosi.

Chi scrive fu tra i fortunati che più di dieci anni fa ebbe la possibilità di sfogliare questo codice, mentre Fabio Bertolo, allora responsabile del Settore manoscritti della Casa d’aste Christie’s, si precipitava da una parte all’altra della nostra Penisola nella speranza di trovare qualche Istituzione italiana pubblica o privata che lo acquisisse per lo Stato.

Resta da segnalare ai lettori il motivo per cui questo manufatto si rivela tanto importante, partendo proprio dagli articoli di Fabio Bertolo e Teresa Nocita, e in particolare da L'Officiolum ritrovato di Francesco da Barberino. In margine ad una allegoria figurata inedita della prima metà del Trecento («Filologia e Critica», XXXI, 2006) . Si tratta di un manoscritto pergamenaceo di piccole dimensioni (134 x 100 mm) costituito di 174 carte, vergate in una gotica testuale italiana. Esso presenta un imponente corredo esornativo di ben 67 miniature, spesso a tutta pagina. Tra di esse spiccano le raffigurazioni del limbo (c. 69r) e dei gironi infernali (c. 156r), databili entro il 1309. Queste miniature potrebbero pertanto essere le più antiche illustrazioni della prima cantica di Dante, se si riuscisse a dimostrare una circolazione dell’Inferno antecedente al 1313. Questo libro era stato posseduto da Francesco da Barberino, come dimostra l’esatta corrispondenza fra le miniature del codice e sette temi iconografici reperibili nei Documenti d’amore, suo capolavoro letterario, riguardo ai quali nell’autocommento Francesco stesso dichiara che erano stati già impiegati nel suo Officiolum, specificando inoltre la posizione che occupavano all’interno del breviario. Si aggiunga inoltre che nelle carte finali del codice si trovano le immagini di una allegoria figurata, accompagnate da una prosa marcata da riecheggiamenti biblici, in particolare dal libro dei Salmi e da quello dei Proverbi. La narrazione autorizza una lettura in chiave autobiografica, quasi un riferimento all’esilio da Firenze patito da Francesco da Barberino nel 1304 e alla sua successiva riammissione in patria nel 1315.

Bastano questi pochi cenni per rendersi conto non solo dell’importanza di questo codice, ma anche dell’occasione persa dallo Stato nella sua mancata acquisizione.

 


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