3 giugno 2019

I germogli. Un viaggio simbolico dall’Iran all’Italia meridionale

di Gioele Zisa

Il giovedì della Settimana Santa in Sicilia si visitano i sepulcri: in chiesa sull’altare dell’eucarestia o vicino al corpo di Cristo crocifisso sono posti una grande varietà di germogli (lenticchie, fagioli, ceci, grano ecc.), chiamati lavureddi e associati alla morte di Cristo. I germogli simbolicamente incarnano la dicotomia morte-resurrezione: la germinazione dei semi annuncia la resurrezione di Cristo. Ma fin quanto lontano geograficamente e cronologicamente ci conducono i germogli? In quali altri orizzonti culturali e religiosi appaiono? E di quali valenze simboliche si caricano? La ricorrenza di tali germogli in molte pratiche cerimoniali e rituali permette di tracciare, nonostante le evidenti differenze all’interno dei diversi contesti religiosi, dal cristianesimo allo zoroastrismo, alcune analogie di carattere simbolico. La presenza dei germogli in contesti festivi e cerimoniali, dalla Pasqua in Sicilia al Nowruz persiano, è stata indagata, attraverso una prospettiva strutturalista, dall’antropologo Salvatore D’Onofrio nel suo recente libro, Le matin des dieux. Du Norouz persan aux Pâques chrétiennes (Éditions Mimésis, 2018).

Come è noto, in Iran, così come in molti altri Paesi dell’Asia Centrale, per i festeggiamenti del Nowruz, il Capodanno persiano di origine zoroastriana, che coincide con l’equinozio di primavera (21 marzo), è realizzata una tavola (sofreh), chiamata haft sīn (le sette S). Sulla tavola sono disposti sette elementi di grande rilevanza simbolica i quali presentano tutti l’iniziale S: sabzeh, il germoglio; sīr, l’aglio, noto per le sue virtù medicinali; samanu, una crema zuccherata preparata con i germogli di grano più teneri, simbolo di abbondanza; sīb, mela, di solito rossa, associata alla bellezza; somāq, sommacco che simboleggia l’asprezza della vita; senjed, frutto secco dell’olivo di Boemia, che rimanda simbolicamente all’amore; serkeh, l’aceto, simbolo di saggezza. A questi elementi se ne aggiungono altri: il giacinto (arrivo della primavera); le monete (prosperità e fortuna); dolci di vari tipi; le candele e lo specchio (onestà); uova colorate e decorate (fertilità); una boccia con pesci rossi (la vita dentro la vita). Troviamo talvolta anche: frutta (perlopiù arance e limoni); acqua di rose; pani tradizionali; spighe di grano; miniatura di Ḥāji Firuz (personaggio dal volto nero e abiti rossi che annuncia l’arrivo del nuovo anno); un libro sacro (l’Avesta per gli zoroastriani; il Corano per i musulmani) e il libro di un poeta nazionale persiano, come il Divān di Hāfez o lo Šāh-nāmeh (Libro dei Re) di Ferdowsī.

Uno degli elementi essenziali dello haft sīn persiano è il sabzeh, i verdi germogli di orzo, o legumi o grano, realizzati soprattutto dalle donne nelle case nei giorni che precedono dell’arrivo del nuovo anno, o, più comodamente, acquistati in una delle molte bancarelle che affollano lo spazio urbano nei giorni prefestivi. Essi rappresentano la rigenerazione della natura, l’arrivo della primavera e del nuovo anno. Il sabzeh disposto sulla tavola di Capodanno testimonia la rigenerazione simbolica del tempo, il ritmo ciclico del ritorno delle stagioni.

 

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                                                                           Haft sīn a Tehran (per gentile concessione di G. Zisa)

 

Il sabzeh è protagonista anche della celebrazione del Sīzdah-bedar, il tredicesimo giorno del nuovo anno, che gli iraniani trascorrono lontano dalla città, immersi nella natura, organizzando i tipici picnic. In questo giorno che chiude il ciclo festivo, il sabzeh è gettato in acqua, spesso in un fiume o in un ruscello. A esso sono affidati i desideri, in particolare quelli delle giovani donne. Esse, infatti, realizzano dei piccoli nodi sui germogli nel momento i cui confidano i loro sogni e desideri.

Presso la comunità dei Parsi, gli zoroastriani emigrati in India dopo la conquista musulmana dell’Iran, tuttavia – come ricorda D’Onofrio – non è documentata la tradizione del sabzeh. Essa, invece, è presente in alcuni apparati cerimoniali induisti in India. Alcune comunità indù, infatti, fanno germogliare i semi durante il nuovo anno per promuovere la fertilità della terra e la fecondità degli uomini.

Non è necessario allontanarsi tanto geograficamente per rintracciare la presenza dei germogli in contesti rituali connessi, più o meno esplicitamente, alla rigenerazione naturale. In Grecia, a Serres, sino al XX secolo, in occasione della quaresima, le donne preparavano i germogli di lenticchie e d’orzo, chiamati hassili, che durante la processione pasquale divenivano sacri. Essi erano pensati come dotati di un potere legato alla fertilità. Si riteneva, infatti, che bruciare gli hassili nei campi avesse un effetto positivo sui raccolti. Essi ricordano chiaramente i “giardini di Adone”, che venivano realizzati nell’antica Grecia per commemorare la morte e la rinascita del dio della vegetazione, connesso al ciclo agricolo.

Prima di tornare in Italia, va menzionato il “grano di Santa Barbara”, una tradizione natalizia della Provenza, dove le stesse modalità di semina dei germogli – non solo di grano, ma anche di legumi – i cui semi sono disposti in tre piattini detti seitoun, sono svolte dai bambini. Il grano di Santa Barbara è simbolo di prosperità per il prossimo anno. Si dice, infatti, in provenzale: Quand lou blad vèn bèn, tout vèn bèn! (Quando il grano viene bene, tutto va bene!). Questi tre piattini, simbolo della Santa Trinità, sono posti al centro della tavola della Vigilia di Natale. Dopo il giorno di Natale, sono collocati vicino al presepe e fino all’Epifania.

In Sicilia i germogli sono chiamati lavureddi, termine che richiama simbolicamente il ciclo del grano. Diminutivo di lavuri, campi di grano in erba, il termine deriva dal latino labor, in siciliano lavurari. La parola indica tutte le tappe della lavorazione del grano, dalla semina alla mietitura. Il grano, una volta separato dalla paglia, non è più chiamato lavuri, ma frumentu (frumento). I lavureddi sono impiegati ritualmente, in connessione alle donne, in alcune occasioni festive stagionali che corrispondo al ciclo di lavorazione del grano, che può essere così tripartito: a) Festa dei morti/Natale, solstizio d’inverno, semina del grano; b) San Giuseppe/Settimana Santa, equinozio di primavera, germinazione del grano; c) San Giovanni Battista/San Calogero, solstizio d’estate, raccolta del grano.

Di particolare interesse in Sicilia è la festa di San Giuseppe, la quale è connessa all’arrivo della primavera e alla conseguente germinazione dei semi di grano e le cui analogie con il Nowruz persiano sono evidenti e affascinanti. In Sicilia, infatti, i lavureddi sono preparati per San Giuseppe, richiamando così ritualmente l’inizio della primavera. Durante la celebrazione del santo si preparano le cosiddette “tavole di San Giuseppe”. Alcuni elementi simbolici qui presenti compaiono anche nello haft sīn persiano. Un esempio evidente è rappresentato da quanto avviene a Salemi, in provincia di Trapani.

 

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                                                           Tavola di San Giuseppe a Salemi (per gentile concessione di Laura Guaggenti)

 

La struttura in legno, canne e ferro a forma di ponteggio della “tavola di San Giuseppe” è addobbata con pani multiformi e finemente lavorati e con fronde di mirto e alloro, oppure di arancio e limone. I pani hanno forme diverse: di fiori, animali, oltre a quelle che richiamano, come la croce, la dimensione cristiana della celebrazione. Possono figurare anche, come per la festa del nuovo anno persiano, dei pesci rossi entro le bocche. Fiori, frutta e aglio sono presenti, mentre le uova appaiono sotto forma di frittata o all’interno dei pani, tutti elementi centrali nella preparazione dell’haft sīn persiano. Hanno un ruolo importante sulle tavole dedicate dal santo, accanto ai finocchi, i germogli, disposti geometricamente.

 

                     slider_I-germogli_Particolare_di_una_tavola_di_San_Giuseppe_a_Salemi_Guaggenti

                                                    Tavola di San Giuseppe a Salemi, particolare (per gentile concessione di Laura Guaggenti)

 

La festa di San Giuseppe in Sicilia, di cui quella di Salemi è un esempio prezioso, va intesa, infatti, come una “festa di primavera”, di rigenerazione del cosmos naturale e sociale allo stesso tempo, in quanto connessa ai cicli produttivi del grano, economia centrale in Sicilia fin dai tempi antichi. Tali elementi simbolici, connessi alla rigenerazione naturale, sono, com’è chiaro, soggetti a un processo di risemantizzazione cristiana.

I germogli di grano sono protagonisti, come accennato all’inizio, delle pratiche rituali che hanno luogo il Giovedì Santo prima di Pasqua in Sicilia. Una grande varietà dei germogli adorna gli altari dell’eucarestia. Il nome di tale pratica è sepulcru (sepolcro), termine che richiama la morte di Cristo e la sua successiva resurrezione. È tradizione visitare almeno tre sepolcri (sempre comunque un numero dispari) la notte del Giovedì Santo. In quanto simboli della morte di Cristo, sono rimossi la domenica di Pasqua. Il valore rituale dei germogli ci conduce lontano nel tempo, ai “giardini di Adone” dell’antica Grecia, in quanto connessi al ciclo vitale del dio che muore e risorge. Non solo questo, la loro presenza durante la Settimana Santa, così come nella festa di San Giuseppe, richiamano la rigenerazione della natura, sebbene rifunzionalizzati entro la cornice cristiana.

Oltre alla Sicilia e alla Calabria (per esempio a Nocera Terinese), anche in Sardegna è documentata la presenza rituale dei germogli, chiamati nènniri, durante la Settimana Santa. A Bari Sardo sono realizzati anche per la festa di San Giovanni. Qui i germogli dedicati al santo sono condotti a mare sulle teste di giovani ragazze e poi gettati in acqua, così come avviene durante il Sezdahbedar in Iran.

I germogli sono dunque protagonisti di diversi contesti rituali e cerimoniali in area euroasiatica, dall’India induista alla Sardegna cristiana. Sorprendenti sono le somiglianze tra le strutture simboliche e rituali del Capodanno in Iran e della festa di San Giuseppe e la Settimana Santa in Sicilia. I germogli si caricano di valenze simboliche riconducibili all’opposizione morte-rinascita, connessa al tempo ciclico delle stagioni e allo stesso tempo al ciclo produttivo agricolo, in particolare a quello del grano. Il germoglio rappresenta la rinascita della natura e l’arrivo della primavera, ma anche la speranza di un buon raccolto, collegando la dimensione naturale a quella socioeconomica della comunità. Essi possono dunque essere simbolicamente associati a quelle divinità che muoiono e rinascono e che, in maniera più o meno esplicita, sono connesse al mondo vegetale, come Adone nel mondo greco antico e Cristo per il cristianesimo. La presenza dei germogli ci ha guidato in un viaggio dall’India alla Francia, passando per l’Iran, la Grecia e il Sud Italia. Ma potrebbe condurci ancora più lontano, oltreoceano, presso gli Hopi delle pianure nordamericane… e chissà per quali misteriose ragioni.

 

Immagine di copertina: Haft sīn a Tehran, particolare (per gentile concessione di G. Zisa)

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