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28 aprile 2017

I libri italiani conquistano il mondo

L'editoria italiana conferma il suo successo sui mercati stranieri: nel 2016 la vendita di libri di autori italiani fuori confine è cresciuta dell’11%, trainata in particolare dai libri per bambini e dalla narrativa, che rappresentano il 71,3% delle vendite. Il mercato principale è quello europeo, con il 62,2% delle opere (+35,7% rispetto al 2015), ma la diffusione dell’editoria italiana migliora anche in Nord America (+45,8% sul 2015). In espansione risulta anche il mercato mediorientale, dove l’editoria italiana è cresciuta del 14,2% rispetto allo scorso anno. A rivelarlo è il Rapporto sull’import/export di diritti 2017, realizzato dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) in collaborazione con ICE - Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. L’indagine è stata presentata il 22 aprile a Tempo di Libri, la Fiera dell’editoria italiana di Milano, nel corso dell’incontro La geografia dei diritti 2016.

L’Osservatorio AIE-ICE conferma la capacità degli editori italiani di diversificare l’offerta, diffondendo testi di autori e generi differenti, in grado di attrarre anche mercati lontani e fino ad ora poco esplorati. È il caso, ad esempio, dei Paesi del Pacifico, che rappresentano una piccola fetta del mercato italiano, appena il 4%, ma che in un solo anno, il 2016, hanno fatto registrare una crescita del 352,9%. Un altro fronte importante per il processo di internazionalizzazione dell’editoria italiana è quello delle coedizioni con gli editori stranieri. Nel 2016 sono state 1102 e a farla da padroni, ancora una volta, sono stati i libri per bambini e ragazzi, che rappresentano il 57,7% del mercato, seguiti da quelli illustrati (18,5%). E non è un caso, visto che si tratta di due tipologie di libri la cui realizzazione in collaborazione con più partner internazionali permette anche di abbattere i costi di produzione in modo significativo. Contenere i prez zi di copertina in testi dove il colore e la qualità della carta incidono fortemente rappresenta, infatti, un risparmio importante per il produttore.

 

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17 gennaio 2017

Nel 2016 è diminuito il numero dei lettori di libri

Da pochi giorni è uscito l’Annuario statistico italiano 2016 e da una rapida scorsa ai dati riguardanti la lettura si può notare con dispiacere che i lettori dai 6 anni in su, nel nostro Paese, sono diminuiti rispetto al 2015. Se infatti lo scorso anno la popolazione che leggeva almeno un libro era pari al 42% del totale, quest’anno i lettori sono stati solo il 40,5% della popolazione. Una diminuzione dell’1,5% (751.000 persone in meno). Un segnale certo non incoraggiante, soprattutto pensando che nel 2015 la tendenza alla decrescita era stata invertita rispetto agli anni precedenti con un più 1,2%, che aveva fatto sperare che la crisi della lettura fosse stata superata. Se prendiamo in considerazione l’arco temporale che va dal 2010 a oggi, l’Istat certifica che il trend è ancora più critico. I lettori, infatti, risultano essere calati del 6,3%.

A incidere maggiormente nello studio dell’Istat è stato il calo dei lettori deboli, cioè quelli che in un anno leggono da uno a tre libri, che passano dal 45,5% del 2015 al 45,1%, mentre quelli medi sono rimasti perlopiù invariati. Invece i lettori cosiddetti forti, che leggono in media un libro al mese, pur diminuendo circa di 300.000 unità hanno fatto registrare una crescita percentuale dello 0,4%, passando dal 13,7% del 2015 al 14,1% del 2016.

Interessanti sono anche i dati riguardanti la distribuzione per macroregioni dei lettori, da cui risulta che nel Nord-est e nel Nord-ovest si concentra il più alto numero di lettori di più libri all’anno, rispettivamente, in percentuale, 48,7% nel Nord-est e 48,5 nel Nord-ovest. Segue l’Italia centrale, che come per le regioni settentrionali, cresce seppur di poco e si attesta al 42,7%. Ad abbassare la media su base nazionale sono il Sud, con il 27,5%, e le isole, con il 30,7%. Il trend negativo è confermato anche dai dati diffusi dagli editori, che hanno abbassato la tiratura e il numero di titoli pubblicati annualmente, e dalla chiusura di molte librerie, sia indipendenti che legate a una catena.

Un elemento di cautela nella lettura di questi numeri è dato dal fatto che in queste statistiche manca del tutto il dato specifico relativo alla lettura degli e-book che, come si evince dagli studi dell’Associazione italiana editori (AIE), negli ultimi anni è molto aumentato, anche se non in modo soddisfacente e, soprattutto, non come nel resto del mondo industrializzato.

 

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17 febbraio 2017

I custodi della memoria: l’Italia terra d’Archivi

Un dedalo di corridoi e scaffali impolverati, pergamene e codici, sigilli e diplomi regi; no, non è un libro di Dan Brown, ma è la realtà. L’Italia è un paese dall’immenso patrimonio archivistico.

Ogni archivio presente nelle nostre città è il custode silente della nostra storia: dall’alto Medioevo all’età moderna, dal Risorgimento alla nascita della Repubblica. In termini di memoria e d’identità nazionale questi luoghi sono i depositari di una ricchezza d’inestimabile valore culturale, tutelano la verifica del passato.

I dati forniti dalla Direzione centrale sono indicativi di quanto detto: una sede in ogni provincia del territorio nazionale per un totale di 101 archivi più 33 sezioni (fonte DGA 2013). A questi si aggiungano più di ottomila archivi comunali e innumerevoli enti privati, associativi.

I complessi documentari che le diverse sedi custodiscono occupano circa 1500 km lineari, milioni tra pergamene, filze, registri, mazzi e buste.

Il documento più antico, conservato presso l’Archivio di Stato di Milano, noto come Cartola de accepto mundio, è del 12 maggio 721, i più recenti sono gli originali delle leggi e dei decreti che ogni anno vengono depositati nella sede centrale di Roma. Non si può invece parlare del documento più prezioso nella misura in cui ogni documento è di per sé un unicum. Ma in una visita immaginaria potremmo leggere e toccare con mano i diplomi dei re normanni in Sicilia, le disposizioni dei dogi di Venezia, avremmo la possibilità di sfogliare le note di pagamento per committenze artistiche a Firenze, gli ordini impartiti da Mazzini a Roma nel 1849, con lo stupore negli occhi a Milano potremmo trovare un autografo con la firma di Leonardo da Vinci. Se ciò non bastasse gli stessi edifici che ospitano i nostri archivi sono edifici dal grandissimo valore architettonico. Tra gli altri: Roma (Palazzo della Sapienza), Milano (Collegio Elvetico), Napoli (Monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio), Venezia (Cà Granda dei Frari).

Purtroppo questo patrimonio d’inestimabile valore sta correndo un grave pericolo, continui tagli di risorse e personale, nonché la mancanza di un piano complessivo di salvaguardia, non solo mettono a repentaglio l’accesso libero ai documenti e il loro studio, ma rischiano di compromettere irrimediabilmente le funzioni di tutela, di conservazione e comunicazione della memoria che gli archivi esercitano. La minaccia è reale e concreta, anche perché per ogni documento perduto verrebbe a mancare un tassello della nostra storia collettiva. Lasciare che il passato marcisca significa che qualcuno potrà reinventarlo in funzione di scelte utilitaristiche e di interessi personali.

 

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