24 giugno 2013

I moscerini di Patrese

di Vanda Biffani

Intervista a Ercole Colombo

 

Oltre 600 GP in Formula 1, quarantatré anni di attività fotografica ininterrotta. Ha il passo veloce e sicuro, tipico di chi si è mosso per decenni tra le folle o sotto i podi carico di attrezzatura, un fardello che quando riponi ti fa lievitare. Non tocca suolo, sfreccia. Lo inseguo nelle sale della sua base operativa e una vertigine da sindrome di Stendhal mi assale. Tra più di 150 caschi volutamente impolverati, guanti, pettorine, zaini, diapositive, ritagli di giornali, libri, trofei, dediche, alettoni, annuari e molto altro il suo studio di Monza è qualcosa di più di un'agenzia fotografica di altissimo livello, è piuttosto la materializzazione del parco giochi di ogni appassionato delle quattro ruote.

“Conoscevo tutti i buchi nelle reti dell'autodromo fin da piccolissimo, vidi Fangio e Ascari” confessa con un sorriso infantile. Un mondo amato e vissuto con passione, dedizione e sacrifici che hanno reso Ercole Colombo il fotografo di Formula 1 di riferimento. Ercole ha talmente tanti aneddoti da rapire chiunque, mentre lo ascolto mostro le tonsille per lo stupore e penso: “ci verrebbe fuori un libro, anche due, ma sarebbe meglio un'enciclopedia.”

 

Come è iniziata la raccolta dei caschi?

Il primo mi fu regalato da De Angelis, a Rio. Aveva un casco nuovo e mi chiese che ne pensavo, gli risposi che preferivo quello che usava solitamente in gara, lo trovavo più aggressivo. Elio annuì e mi disse “è tuo prendilo”. Da allora molti altri mi donarono il proprio casco, sono tutti rigorosamente usati, mai puliti. Ognuno ha la sua storia: questo di Brambilla ha i segni dell'incidente che riportò a Monza nel '78, su quello di Patrese ci sono ancora i moscerini.

 

 

Dalla raccolta dei caschi alla raccolta dei flash!

Quel giorno dovevo fare la foto della squadra della Ferrari, erano tutti allineati intorno alle macchine quando mi cadde un flash. Schumacher si staccò dal gruppo, lo raccolse e mi inseguì per qualche passo per consegnarmelo. Fu divertente!

 

 

Come iniziasti la tua carriera?

La famiglia di mio padre aveva una casa nei pressi dell'autodromo, scorrazzare in pista e appassionarmi risultò naturale. Io provengo da una carriera commerciale, lavoravo presso un'azienda e per seguire le gare usavo tutte le ferie e i riposi a disposizione. Partivo il venerdì pomeriggio per raggiungere le piste e rientravo a volte anche alle 7 di mattina del lunedì, una doccia e subito in ufficio. Il mio primo servizio lo feci nel 1970, mi occupavo di testo e fotografico. Chiamavo in redazione e dettavo al telefono l'articolo, tutto a mente compresa la punteggiatura. Poi spedivo il rullini e quando i giornali arrivavano in edicola vedevo cosa era stato utilizzato. Per molto tempo seguii anche la Formula 2, era il vivaio delle promesse dell'automobilismo, tutti i grandi faceva scuola in quel campionato. Con l'avvento del digitale non ebbi più tempo di scrivere, a fine gara si corre in sala stampa per editare, spedire il materiale e cercare di soddisfare le richieste dei giornalisti. Quando un giovane fotografo mi chiede consigli, suggerisco sempre di non iniziare dai grandi campionati, costa moltissimo e se non si è preparati professionalmente il rischio è troppo alto. Bisogna essere già bravi fotografi per la F1, è necessario conoscere le dinamiche di gara, imparare a difendersi dalla bagarre, dai colleghi. Quando si fotografa si è come un pilota in gara, sei te contro tutti.

 

 

Riassumeresti il tutto in regole fondamentali?

Certo ne ho tre, per me o sei artista o porti a casa la gara. La cronaca sportiva è un compromesso che deve poter essere utilizzato dai giornali. Ai miei assistenti dico sempre: “Prima regola, porta a casa il pane, i momenti salienti della giornata”. La foto deve essere già pronta senza apportare modifiche, bisogna concentrarsi sul soggetto. Fatto questo, se hai tempo, puoi fare l'artista e solo in ultimo ti puoi permettere il lusso di fare lo stupido, scegliendo ad esempio di ritrarre una vettura a 1/15” per un mosso, la redazione ti direbbe che la foto è tanto interessante quanto inutile.

 

Qual è la strategia di gara che adotti con i tuoi assistenti?

Alberto Crippa, fotografo di F1 dal '98, Mario Chiaparra ed io formiamo un gruppo affiatato e collaudato. Durante le prove uno di noi è fisso ai box e gli altri due sono in pista, mentre in gara oltre la partenza io mi occupo regolarmente del pit stop, sono il più esperto dei tre e la corsia del pit lane richiede moltissima cautela e padronanza. Ci sono solo 8 fotografi che possono sostare in questa area durante la gara, il rischio di essere investiti è altissimo, le macchine quasi non le senti arrivare. Un tempo poi c'erano carburanti altamente infiammabili e questo comportava un ulteriore pericolo. Durante la gara faccio la prima curva, dopo 5/6 giri corro al pit stop. Alberto e Mario coprono la pista, per quel che si può, dovendosi spostare come tutti a piedi.

 

 

In 43 anni avrai generato una quantità incredibile di immagini. Presti molta attenzione all'archivio?

In tre produciamo 500 mila foto l'anno. Sarebbe impossibile gestire tutto questo materiale senza un archivio metodico e continuamente aggiornato. Come ti dicevo vengo dal commerciale e questo mi ha aiutato nell'organizzazione del mio studio. Le immagini sono tutte digitalizzate ed indicizzate, solo per Alonso abbiamo decine di cartelle: mezzo busto, con altri piloti, gara, podio e via discorrendo...

 

 

Come giudichi i servizi fotografici della stampa italiana?

Il photo editor non è una figura che si è mai imposta nel nostro paese e se ne vedono le conseguenze. Solo La Stampa ha sempre curato molto il fotografico ma gli altri non si interessano. Da 150 anni in Italia sono i giornalisti e i grafici ad occuparsi del fotografico, i quali spesso non hanno cultura fotografica adeguata. Se sfogli un giornale trovi soprattutto faccine, è come se mancasse la capacità di scegliere due foto significative che riassumano una gara, non parlo solo dei motori ma anche del calcio, dello sport in generale. Ricordo riviste di prestigio, come Epoca, che erano tutte improntate su servizi fotografici di alto livello e considera che su molte testate una volta non c'erano i crediti sulle foto. Ma i tempi sono cambiati, ora vedo spesso foto di scarsissima qualità o rubate dalle riprese televisive pubblicate. Prelevano dei frammenti senza rispettare i diritti, è avvilente e scorretto. Il giorno che Ecclestone si arrabbia... Vedi, internet ha cambiato il nostro lavoro impoverendolo, qualsiasi foto secondo molti va bene. Ormai si basano tutti più sulla velocità di pubblicazione che non sulla qualità di fotografie suggestive, piene di significato, che spieghino cosa sia successo.

È un vero peccato, senza belle fotografie siamo tutti più poveri.

 

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