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28 marzo 2012

I nuovi modelli per il giornalismo online

di Antonella Napolitano

“Mettiamola così. Le notizie sono quella cosa che un tale che non si interessa un granché di nulla vuole leggere. Ed è notizia fintanto che lui la legge. Dopo, è morta.” Non sono parole del magnate dell’informazione Rupert Murdoch, ma di Corker, un reporter immaginario creato da Evelyn Waugh nel suo romanzo “L’inviato speciale”, un’efficace satira del giornalismo pubblicata nel 1938. E non è un caso se il romanzo dà il nome a uno dei più interessanti esperimenti di giornalismo online degli ultimi anni, il Daily Beast , in cui il digitale non è più “il braccio” del cartaceo, ma uno dei fondamenti mediatici del successo e della rilevanza dell’impresa editoriale. Il giornale online, diretto da Tina Brown, ha trovato due anni fa una peculiare strada di successo nel mondo dell’informazione grazie alla fusione col settimanale Newsweek, con una combinazione di opinioni, notizie e approfondimento, tra politica, costume e cultura. In più, il Daily Beast non ha paura della concorrenza, anzi. Al centro della homepage, la colonna denominata Cheat sheet rimanda agli articoli più interessanti pubblicati su altri giornali e riviste online. Forse, ancora più del Daily Beast, il paradigma del nuovo giornalismo online è però l’ Huffington Post . Nato nel 2005 come sito di opinione e aggregatore di notizie (anche in questo caso da una donna, Arianna Huffington), in pochi anni è riuscito a diventare un punto di riferimento mediatico, forte di un’aderenza senza precedenti ai processi sociali della Rete, nonché di un enorme numero di opinionisti e blogger esperti su un ampio spettro di argomenti. Col tempo l’Huffington Post è diventato una vera e propria potenza giornalistica, con giornalisti di esperienza a guidare la redazione. Un anno fa è stato acquistato da AOL, il più grande Internet Service Provider al mondo, per 315 milioni di dollari. La strada da seguire? Per allargare il pubblico servono investimenti forti e sperimentazione, sembra dire la Huffington, ma anche specificità: negli ultimi mesi sono state lanciate sezioni dedicate ai teenager, agli over 50, ai temi LGBT e persino ai matrimoni. Ma la velocità e la copertura di tutti i target sono davvero l’unica via per il giornalismo online? “Oggi troppe istituzioni nel campo dei media scelgono i contenuti virali a scapito di investimenti su giornalismo rigoroso di notizie e analisi.” Lo sostiene Chris Hughes, ventottenne neo-editore del The New Republic nella lettera rivolta ai lettori della rivista, cento anni di storia e un’influenza ben più estesa delle 50.000 copie vendute ogni due settimane. Hughes, co-fondatore di Facebook e un ruolo di rilievo nella campagna Obama del 2008, continua sottolineando che oggi ci informiamo attraverso blog, social network  e aggregatori di notizie, e cita tablet e telefoni come strumenti ormai imprescindibili per l’informazione. Ma, soprattutto, il giovanissimo editore spiega che abbiamo ancora bisogno di un giornalismo che verifica, approfondisce: insomma, che rallenta. Dopo alcuni anni in cui il mondo dell’informazione sembrava essere destinato a una perenne, quasi parossistica accelerazione, la nuova, fondamentale necessità è proprio il “vecchio” giornalismo d’inchiesta. Lo sanno bene a ProPublica , recente esperimento che mette al centro il “classico” lavoro del reporter, che i reporter non fanno più: il giornalismo investigativo. Con una redazione di 34 giornalisti, ProPublica realizza inchieste soprattutto su politica e finanza. Sarà il ritorno del “mito” dell’imparzialità dell’informazione? Con 110 storie pubblicate nel 2011 e due premi Pulitzer in due anni, ProPublica ha già una solida reputazione nel settore e molti pensano possa essere un modello da tenere presente, forse anche perché unisce il finanziamento di una fondazione con la pubblicità, in un modello misto da tenere d’occhio. Il punto, in fondo, è anche quello: i nuovi modelli di giornalismo online saranno economicamente sostenibili, oltre che di qualità? Difficile dirlo quando si tratta di colossi mediatici o, come nel caso di Pro Publica, di esperienze solide almeno nel medio periodo. Nei giorni scorsi, qualcuno faceva notare che, per fortuna del The New Republic, Chris Hughes non ha bisogno che la sua nuova avventura editoriale produca profitto economico: la condizione ideale per sperimentare. Sarà abbastanza per tracciare una strada percorribile verso il futuro dell’informazione?

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