18 febbraio 2019

I premi al Festival di Berlino

Si è chiusa la 69a edizione del Festival di Berlino, con un saluto che non poteva mancare al grande, benché forse sottovalutato o comunque poco sfruttato, attore svizzero Bruno Ganz, scomparso il 15 febbraio, interprete meraviglioso di film importanti, quali La Marchesa Von... di Eric Rohmer, L’amico americano e Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, l’italiano Pane e Tulipani di Soldini e, più recentemente, La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler di Oliver Hirschbiegel.

L’Orso d’oro del miglior film è andato a Synonymes, del regista israeliano Nadav Lapid, una storia parzialmente autobiografica che racconta di un ragazzo di Tel Aviv che si trasferisce a Parigi nel tentativo illusorio di recidere le sue radici in un Paese in guerra perenne, per il quale prova odio, e di assimilare completamente la nuova cultura attraverso la lingua, che studia con diligenza ossessiva, senza separarsi mai da un dizionario, ripetendo frasi come fossero preghiere.

L’orso d’argento - Gran premio della giuria è andato alla produzione franco-belga Grâce à Dieu del francese François Ozon, che tratta l’argomento delicato della pedofilia e delle molestie sessuali nella Chiesa, raccontando una vicenda vera avvenuta nella diocesi di Lione negli anni Ottanta, il cui processo è ancora in corso (ciò che in Francia ha sollevato anche alcune polemiche); inizialmente indeciso se realizzare un documentario o una fiction, Ozon ha incontrato le vittime della vicenda, che lo hanno indirizzato verso la seconda ipotesi, ed è dal loro punto di vista che i fatti vengono narrati.

Al film tedesco System Crasher di Nora Fingscheidt è andato invece l’Orso d’argento - Premio Alfred Bauer: racconta la storia drammatica di una bambina difficile che passa da un istituto all’altro e da un tutore all’altro senza che mai si riesca per essa a trovare una soluzione che ne mitighi la rabbia e la disperazione, tradendo l’impotenza e l’inefficacia dell’intero sistema.

La tedesca Angela Schanelec ha ottenuto l’Orso d’argento del miglior regista per I Was at Home, But, in cui un evento scatenante – la fuga di un bambino e il suo ritrovamento – diventano occasione per raccontare l’angoscia, la solitudine e l’incomunicabilità delle nostre esistenze: troppo esplicito, secondo alcuni, l’intento della regista, e nel contempo privo di quel minimo di empatia o di poesia da renderlo convincente – e critiche analoghe a Schanelec furono mosse in precedenza per il suo Places in Cities (1998).

Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi e Roberto Saviano hanno vinto lOrso d’argento della miglior sceneggiatura per La paranza dei bambini, tratto dal romanzo che lo scrittore napoletano, nel 2016, ha voluto dedicare ai “Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza”, ai ragazzini vittime dei modelli mafiosi: ambientata nel rione Sanità, la storia ha convinto ampiamente la critica anche grazie alla regia di Giovannesi e al suo sguardo «compassionevole ma privo di pietismo» (Giancarlo Zappoli, in MyMoovies.it). Gli Orsi d’argento per la recitazione sono andati ai cinesi Yong Mei e Wang Jingchun, interpreti di So Long, My Son di Wang Xiaoshuai, un’opera forte e commovente da molti considerata tra le migliori in concorso.

Infine, l’Orso d’argento del miglior contributo artistico è andato a Rasmus Videbæk, direttore della fotografia di Out Stealing Horses; il Premio del miglior documentario a Talking About Trees di Suhaib Gasmelbari; il Premio della miglior opera prima a Oray di Mehmet Akif Büyükatalay; l’Orso d’oro al miglior cortometraggio a Umbra di Florian Fischer e Johannes Krell; l’Orso d’argento - Premio della giuria al cortometraggio a Blue Boy di Manuel Abramovich; e l’Audi Short Film Award a Rise di Bárbara Wagner e Benjamin de Burca.

 

Crediti immagine: Martin Kraft [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

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