30 luglio 2020

I quaderni di Malte Laurids Brigge, di Rainer Maria Rilke

 

È una forma assai peculiare, quella cui accenna Gianluca Didino in un libro molto affascinante appena pubblicato da Minimum Fax, tipica di una vita in tempi strani: Essere senza casa (che è anche il titolo del volume) diviene, nelle pagine sottili e composite dell’autore, il filtro attraverso il quale osservare non solo la contemporaneità, ma anche e soprattutto gli effetti che l’ablazione dell’esperienza e del futuro, intesi l’una come causa dell’altro, esercitano sulla contemporaneità. La sua riflessione, che prende le mosse da una lettura fervida e intensa di Mark Fisher, ha la capacità di acquisire personalità e originalità grazie a un’intensa meditazione condotta sui concetti di causalità e di consecutio temporum: alla linearità inesorabile della freccia, sul cui tragitto l’essere umano articola narrazioni capaci di schermire il ribollire caotico dell’amorfo dal quale è circondato, all’ineluttabilità del modello apocalittico (del quale Frank Kermode, ne Il senso della fine, offre puntualissima analisi, lasciando che un acuto saggio letterario essudi, classicamente, la sua natura di aureo libro oracolare), Didino lascia emergere fra le sue pagine un modello iperoggettuale (memore dell’opera fondamentale di Timothy Morton) il quale, nello slancio di accedere alla comprensione della quarta dimensione, rovescia il determinismo classico stendendo, sull’evanescenza del nostro presente, le ombre dense e cupe provenienti dal futuro, evocatrici anche di spettri e larve dal passato.

È questo il noumeno che le varie declinazioni fenomeniche squadernate nel libro indicano incessantemente: il tempo della crisi dell’antropocentrismo, che elide l’intimità e permette al fuori di insidiare il nostro interieur ancora tipicamente ottocentesco, come in una delle sequenze più impressionanti di The Haunting di Robert Wise (tratto da L’incubo di Hill House di Shirley Jackson), dove una massiccia porta inizia a gonfiarsi sotto il peso di una forza tanto orribile quanto per nulla umana.

La condizione di essere senza casa ha i suoi prodromi in un tempo che non sembra nemmeno, per l’effetto di cui parlavo prima, essere appartenuto alla nostra vita, un tempo nel quale un esausto isotropismo nascondeva ormai a fatica un mondo brulicante e acefalo; per emergere poi, con lancinante acutezza, nel XX secolo, con La lettera di Lord Chandos di Hofmannsthal, ove il rapporto armonico fra parola e mondo viene fatto inesorabilmente deflagrare.  

È in questa prospettiva che Rilke giunge, nel 1910, attraverso un lavoro lungo e faticoso, all’esito unico e fondamentale de I quaderni di Malte Laurids Brigge (da poco ristampato per i tipi di Adelphi nella traduzione e curatela di Giorgio Zampa); ed è già la città, come sarà in una curva che parte da Benjamin per giungere a Fisher, a mutare la propria fisionomia di sfondo in quella di pervasiva, informe vischiosità, sbriciolando così la prospettiva con la quale il Portico degli Innocenti inaugura la modernità. La Parigi di Malte è il luogo dove si muore, ma non della propria morte, la quale, come il nocciolo in un frutto, l’uomo prima portava in sé: e se è vero, come scriveva Cristina Campo, che i Preludes di Chopin sono sentieri tortuosi verso l’infanzia e, quindi, verso la morte, le pagine del Malte assolvono a un compito di discrimine fra la morte anonima che il mondo schematizzato e quantificato, elaborato dalla prospettiva lineare, impone nel suo punto di fuga, e il percorso rotto e spezzato di una morte che sia unica e irriproducibile, rottura di una continuità data per assodata.

In questo scenario, nel quale l’esperienza si è tramutata in meccanismo, dal passato tornano spettri, in un movimento di cui sarà memore Mann quando, sullo Zauberberg, verrà messa in atto l’evocazione di Joachim Ziemssen, in un capitolo fitto di richiami alla riproducibilità tecnica. Immagini coatte come quelle nel salotto di Norah Lange, che spingono Malte a cercare occhi nuovi, a sviluppare una visione che la lunga consuetudine con l’opera di Cézanne ha aiutato a crescere: uno sguardo che possa ritrovare le cose come sono, fenomeni la cui opacità spicca nella misura in cui di essi ignoriamo la caducità. Inizia qui il movimento paradossale che porterà al grande raccolto delle Duinesi, all’invidia degli Angeli per quel movimento ancipite per cui «noi che la felicità la pensiamo / in ascesa sentiremmo la commozione, / che quasi ci atterra sgomenti, / per una cosa felice che cade».

«Una volta / ogni cosa, soltanto una volta. Una volta e non più»: così, ritorna la riflessione sul time out of joint attraverso l’aspetto effimero della felicità, la quale sarà solamente Vorteil (vantaggio), volto luminoso di una perdita futura che essa, quale suo Vor-Teil (la parte che precede), precorre; ma la sua caducità sarà ciò che di più prezioso rimane: ancora, dunque, l’arco del tempo come disseminazione, stillicidio di discontinuità a-causali tese a frantumare l’angolo retto di cardo e decumanus in una prospettiva mitica che riprenda lo Schelling de Le divinità di Samotracia per tracciare il passo retrogrado di un Dio a venire.

A dispetto della sua importanza non solo per l’opera di Rilke ma anche per gli sviluppi del romanzo novecentesco, il Malte, almeno in Italia, è meno noto di altre opere “dissolutrici”. Non è da escludere che la causa si trovi nel suo rifiuto della parodia: se messo a confronto con le opere del decennio successivo, la volontà di manipolare il materiale del passato e di mantenere un distacco da esso che caratterizzerà, per esempio, Ulisse, qui è assente. Al contrario, l’esteriore, nel suo carattere caduco e contingente, viene messo in contatto con l’interiore senza che quest’ultimo sgretoli il primo, in una polarizzazione fra zahir e batin perfettamente equilibrata la quale troverà nell’effimero la via regia per esprimersi. Questa prospettiva apparirà chiara nell’invocazione della metamorfosi delle amate in amanti evocante Gaspara Stampa (altro tema fondamentale delle Duinesi) e nel mahleriano adagio conclusivo, nel quale la parabola del figliol prodigo diviene punto di equilibrio fra l’interiorità del protagonista e la sua compiuta espressione.

 

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Adelphi, 2020, pp. 213

 

Crediti immagine: Foto di MPMPix da Pixabay

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