29 marzo 2020

Storie virali. Il Covid-19, la storia della medicina e la politica

 

Durante la Seconda guerra mondiale, la Francia di Vichy fu il teatro di una strage silenziosa: almeno 45.000 internati psichiatrici morirono di fame. Si trattò di una strategia eugenista? No. Come ha dimostrato Isabelle von Bueltzingsloewen, fu l’esito di incapacità, penuria, negligenza e disonestà. Anche i medici sottovalutarono la situazione: pochi, sovraccarichi di lavoro, abituati a un accompagnamento medico minimo dei malati psichiatrici, tardarono a riconoscere i segni della malnutrizione e la causa dei decessi.

 

Il paragone con la guerra, addirittura con il nazismo, è ricomparso recentemente a proposito del Covid-19, in particolare della scelta (ormai abbandonata) del governo conservatore britannico di non varare misure di contenimento in attesa di una supposta “immunità di gregge”, a costo di perdere molte vite tra i più vulnerabili (anziani, malati cronici). Come fossimo in guerra, non si può pensare ai deboli. Del resto, la guerra contro il nemico invisibile è oggi esplicitamente evocata da capi di Stato, ministri e funzionari, rimbalza nei titoli dei giornali, è insita in alcuni provvedimenti di limitazione della mobilità e ricorso all’esercito. La retorica marziale si accompagna agli appelli all’unità e al senso civico – assolutamente necessari, sia chiaro ‒ o alla meditazione morale: nessuno è al riparo dalla morte, povero o ricco.

 

In realtà, oggi come in passato, in guerra come nelle emergenze sanitarie, non siamo tutti uguali. Nel corso dei secoli, le crisi hanno colpito più severamente i poveri, fragilizzato ulteriormente i deboli, isolato più duramente i marginali. Ieri gli ebrei untori che sono accusati di infettare i pozzi, oggi i migranti che ‘portano le malattie’ stipati sui barconi. Ieri, le vecchie vedove costrette a mendicare, oggi i senzatetto. Ieri, i poveri ammassati nei sottotetti, oggi confinati in appartamenti minuscoli e malsani. Ieri, gli operai a giornata respinti alle porte della città, oggi i precari licenziati per sms. Ieri gli internati lasciati senza cibo, oggi i detenuti privati di cure mediche. Del resto, anche nel discorso pubblico abbondano da parte di profani e di specialisti i paragoni con la peste manzoniana, le citazioni dal Decameron, le rievocazioni dell’influenza spagnola e le allusioni ai lazzaretti rinascimentali, talvolta con struggente forza evocativa…

 

Il dibattito tra paleopatologi, demografi storici e storici della medicina sull’impatto socialmente differenziato delle malattie e morbi epidemici è lungi dall’esser concluso. C’è tuttavia ampio consenso che la morbilità e mortalità di almeno alcune, come la tubercolosi e il colera, probabilmente la peste bubbonica, siano correlate anche a fattori sociali, a cominciare da tipo di abitato, dieta, accesso alle cure. E non si tratta solo dell’impatto delle malattie in sé, ma anche delle misure prese per contenerle – assolutamente necessarie, sia chiaro anche in questo caso ‒: quarantena, confinamento domestico, divieto di spostarsi, ricovero coatto non colpiscono nello stesso modo i diversi segmenti sociali. A questo proposito, anzi, la storiografia recente, facendo giustizia di una certa visione ispirata una lettura semplicistica dell’opera di Foucault sulla pervasività del potere e dei meccanismi di controllo delle popolazioni, ha messo l’accento sull’agency degli attori, le loro strategie e capacità di azione e reazione di fronte al pericolo – e dunque, ancora una volta, le loro non uguali risorse economiche e relazionali. Neanche il manicomio e il carcere sono uguali per tutti.

 

Ora, però, con buona pace delle persistenze di lungo periodo, nelle società di antico regime, l’accesso ineguale alle cure era un’evidenza ‒ i medici anzi dovevano suggerire rimedi per i poveri. Oggi, invece, almeno nell’Europa occidentale, è un dato di fatto contrario al diritto, il frutto di scelte precise di politici eletti democraticamente – o almeno dell’assenza di scelte e di politiche. Il nazismo non c’entra niente con le strategie sanitarie odierne, per quanto brutali, perché non c’è in esse intento di migliorare l’eredità genetica. E così via. Ciò pone una questione, il ruolo pubblico degli storici della medicina nella crisi attuale.

 

In momenti come questi, la storia sembra esser fatta per ricordare che i fenomeni che viviamo hanno una lunga genealogia. Come discusso nella serie delle Storie virali, è necessario relativizzare il presente accostandolo in vicinanza distopica e diacronica al passato. Tuttavia, perché questo esercizio non indulga in una pulsione oracolare fine a sé stessa, mi pare che sia necessario, oggi più che mai, insistere sulle differenze, denunciare l’uso strumentale di analogie e persistenze storiche, svolgere un’opera, per così dire, di igiene concettuale. Facendo così, mi pare, si può poi anche più liberamente e autorevolmente intervenire fuori dal dibattito accademico, scongiurando un uso puramente decorativo della storia, per individuare le responsabilità, proporre soluzioni, immaginare un futuro di liberazione.

 

La versione in francese del presente articolo, pubblicata sulla lettera d’informazione della Maison de l’Histoire, è disponibile qui

 

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 Bibliografia per approfondire

 

Giulia Calvi, Storie di un anno di PesteComportamenti sociali e immaginario nella Firenze barocca, Milano, Bompiani, 1984

Isabelle von Bueltzingsloewen, L’Hécatombe des fous. La famine dans les hôpitaux psychiatriques sous l’Occupation, Aubier, Paris, 2007

Richard Wilkinson, Kate Pickett, The Spirit Level: Why More Equal Societies Almost Always Do Better, Allen Lane, London,  2009

Angus Deaton, The Great Escape: Health, Wealth, and the Origins of Inequality, Princeton, Princeton U.P., 2013

John Henderson, Florence Under Siege: Surviving Plague in an Early Modern City, Yale U.P., New Haven, 2019

 

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Immagine: Salomon de Caus incarcerato nel manicomio del Bicêtre. Litografia di Lafosse secondo J.J. Lecurieux, 1845. Crediti: Wellcome Collection. Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

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