13 dicembre 2018

Il Philip Roth di Luciano De Fiore

È il più osannato e criticato, idealizzato e ostracizzato, uno di cui, bene o male, si parla. E bene o male lo si legge, sempre – soprattutto chi ne parla male. Parliamo di Philip Roth, scomparso lo scorso maggio. L’eterno candidato al Nobel mai vinto. L’austero cantore dell’ebraismo americano sin dalla sua prima raccolta del ’59, Goodbye, Columbus, che gli valse l’attenzione dei critici ma anche la messa all’indice della comunità ebraica che si era vista esposta, denudata, denunciata nelle sue contraddizioni umane, quindi perverse e meschine. Del resto la vecchia solita cantilena se sia più ebreo o più americano non affascina più nessuno: lo stesso Roth ha risposto una volta per tutte quando disse: «Io non sono uno scrittore ebreo, io sono uno scrittore che è ebreo». Che narra perciò un mondo, un contesto, fatto di Ebrei americani. Aveva comunque ragione Isaac Bashevis Singer, uno dei più grandi scrittori del XX secolo, che intervistato proprio da Roth gli riferì quanto lui stesso diceva a chi gli chiedeva come mai scrivesse così spesso nei suoi romanzi di ladri ebrei e di prostitute ebree: «Dovrei forse scrivere di ladri spagnoli e prostitute spagnole? Scrivo dei ladri e delle prostitute che conosco». Amen.

Tuttavia, quello con l’ebraismo non è mai stato per Roth un rapporto sereno, al punto che Gershom Scholem sostenne (in ebraico, su l’Haaretz) che il romanzo Il lamento di Portnoy era il libro che gli antisemiti avevano cercato invano di scrivere da duemila anni. Non pare che Roth se la sia presa più di tanto.

Ma che succede se un filosofo serio – uno di quelli bravi che, per dirla con Hegel, conoscono la dura fatica del concetto – ha un interesse (non solo letterario ma anche filosofico) per lo scrittore? Succede che arriva in libreria Philip Roth. Fantasmi del desiderio di Luciano De Fiore (appena pubblicato da Castelvecchi in una nuova edizione – era comparso per la prima volta sei anni fa). Sia chiaro: abbiamo detto che l’autore è serio, perciò in questo libro non c’è nulla di ammiccante a sedicenti filosofie prêt-à-porter di cui ultimamente si riempiono gli scaffali delle librerie. Al contrario l’oggetto del libro, ovvero altri libri (quelli scritti da Roth), è trattato con tutti i crismi: da buon filosofo De Fiore stende dapprima una tela, che è l’universo dello scrittore, i suoi romanzi, i temi trattati, i personaggi ricorrenti o meno, gli alter ego con le gioie e i piaceri, le sofferenze e le angosce; poi su questa tela applica gli strumenti della filosofia e perciò procede a un’attenta disamina, curiosa, piena di collegamenti avvincenti e inaspettati.

Il risultato è straordinario. Se ami Roth lo amerai ancora di più: ti viene subito voglia di leggere i romanzi che non conoscevi, o rileggere quelli già letti, oppure t’illumini di fronte a quella dichiarazione che non avevi mai sentito. Se odi Roth lo odierai ancora di più, e a maggior ragione, perché troverai espresse tutte quelle perplessità che percepivi e che qui trovi enunciate meglio. Ecco uno dei pregi del libro: non è militante, non si erge da una parte o dall’altra della barricata. Semplicemente spiega, racconta, dice. E affascina.

Prima di tutto per il repertorio dell’universo rothiano, qui scandagliato con la stessa perizia d’un entomologo alle prese con i suoi insetti: la morte, l’Io – quell’ego così ingombrante nei romanzi dello scrittore – e la follia, l’Altro, infine il desiderio, forse il tema più importante e ricorrente, quello principale che crea fantasmi, come ci dice il titolo del libro, che non è soltanto seduzione, attrazione o sesso, bensì qualcosa di più profondo e complesso. All’«io» dello scrittore, con i suoi alter ego, i suoi eteronimi alla maniera di Pessoa, a Nathan Zuckerman e agli altri protagonisti dei romanzi, De Fiore dedica pagine molto belle.

Roth sembra scrivere come antidoto alla realtà: non alla maniera di Mallarmé, che diceva che tutto è fatto per finire in un libro. Roth dice: «Il problema non è che tutto dev’essere un libro, è che ogni cosa può essere un libro. E non conta, come vita, finché non lo è». Qui Roth rivendica il suo ruolo nei romanzi: «Quando scrivo storie inventate dicono che faccio dell’autobiografia, quando faccio dell’autobiografia dicono che sono storie inventate, e allora, visto che io ho le idee così confuse e loro invece sono tanto in gamba, che siano loro a decidere cos’è o cosa non è», scrive Philip Roth protagonista (oltre che autore) di Inganno. Del resto si legga I fatti: autobiografia di un romanziere, dove tutto (in particolare le pagine finali) è giocato sull’inganno della verità, come se quel che Roth affida alla scrittura fosse più vero di quel che vive. Scrive De Fiore: «La ricostruzione narrativa delle storie individuali, il racconto delle sorti intrecciate e pur sempre singolari, consentirebbe dunque di dire la verità nell’inganno: in quell’inganno che è la scrittura stessa, pulsione truffata in partenza. Non c’è un’altra verità, esiste solo quella scritta e subito tradita, per quanto possa risultare scabra e affilata».

Il poeta è un fingitore, diceva Pessoa. Anche lo scrittore, dice Roth. Tanto che in uno dei suoi ultimi romanzi, Lo scrittore esce di scena, ci dice: «Ogni cosa che lo scrittore costruisce, meticolosamente, frase per frase e dettaglio per dettaglio, è un inganno e una bugia. Lo scrittore manca di un motivo letterario. Il suo interesse nel rappresentare la realtà è zero. I motivi che spingono lo scrittore sono sempre personali e generalmente meschini. E questa rivelazione è consolante, perché ciò che salta fuori è non soltanto che questi scrittori non sono superiori al resto di noi, come pretendono di essere, ma che sono peggio del resto di noi. Questi terribili geni!».

Roth non piace al pubblico femminile, si dice spesso. Perché troppo “sessuato”, perché espone senza pudori la fissazione narcisistica del maschile, la sua ossessione nevrotica e ripetitiva per il sesso dei suoi personaggi. Vero. Ma cosa significa davvero tutto ciò? È perversione maschile narcisistica oppure vi sono logiche differenti che vengono esposte da Roth quando narra queste dinamiche? De Fiore risponde a questa domanda con alcuni “professori” di desiderio, Lacan e Kojève, Bataille, Roland Barthes. E vi è una sorta di eccesso nella risposta che si trae, lo stesso eccesso che accomuna Roth a un Bataille, che ci dice che il desiderio non è quello sessuale, ma il desiderio per quanto pieno non tende mai ad avere una soddisfazione finale. È perciò desiderio di desiderio: desideriamo desiderare, che è cosa ben diversa dal godimento. Lo sapeva bene Luis Buñuel nel suo ultimo film, Quell’oscuro oggetto del desiderio: definendo “oscuro” l’oggetto del desiderio, Buñuel coglieva un punto essenziale, cioè – scrive De Fiore – «non si desidera mai davvero qualcosa o qualcuno, perché l’oggetto non si dà, sfugge sempre al desiderante. Il desiderio è, in termini calcistici, immarcabile». Ecco l’eccesso di Roth, l’aver messo in scena un desiderio che sa di non poter soddisfare. Ma del resto il non poterlo soddisfare è vita. Cosa eccede, nella vita, se non la vita stessa?, si chiede De Fiore. Ecco la chiave di questo libro: «Il desiderio, non consumandosi fino in fondo, risparmia l’eccesso che esso stesso è… Averne consapevolezza consente al soggetto desiderante di sottrarsi, di stabilire una distanza, di uscire di scena per meglio preservarne la carica. L’uscita di scena del fantasma non è mai definitiva».

 

Luciano De Fiore, Philip Roth. Fantasmi del desiderio, Castelvecchi, 2018, pp. 232

 

Crediti immagine: da Wolf Gang. Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0), attraverso www.flickr.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0