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7 agosto

Il Piccolo Lagazuoi nella Grande guerra

«Il rombo dell’esplosione non si attenua, dilaga sulla cengia come un convoglio ferroviario che si addentri rumoroso in una interminabile galleria: meno cupo ma più ampio, uno scroscio infernale ci dà la sensazione che la montagna ci stia crollando addosso» (Lagazuoi, 16 settembre 1917, testimonianza di un alpino, cit. in E. Camanni, Il fuoco e il gelo, Roma-Bari 2014)

 

Il Piccolo Lagazuoi è un monte di 2.778 m che fa parte del gruppo dolomitico di Fanes, a ovest di Cortina d’Ampezzo e a nord-est di Livinallongo del Col di Lana, nel Cadore. Qui si combatté, tra l’ottobre 1915 e il novembre 1917, fino alla disfatta di Caporetto, una delle più incredibili battaglie di mina della cosiddetta ‘guerra bianca’ – quella che ebbe per teatro le Alpi e che mieté più vittime per assideramento, inedia e avversità naturali che per azioni belliche – tra l’esercito austro-ungarico e gli Alpini italiani: una battaglia di cui ancora oggi la montagna conserva visibili i segni.

In seguito all’ingresso in guerra dell’Italia, l’esercito imperiale si affrettò a creare un lungo sbarramento difensivo che penetrò il Cadore, occupando le posizioni dominanti e più favorevoli. Gli italiani trovarono così sbarrate tutte le strade che conducevano, verso nord, alla Val Pusteria, alla Val Badia e al Brennero, e dopo aver occupato senza combattimenti la Piana di Cortina ed essere riusciti a conquistare il Passo Falzarego e il Col dei Bos, incontrarono una dura resistenza tra il Piccolo Lagazuoi e il Sasso di Stria, alle pendici dei quali si estendeva la zona controllata dal nemico tra il Passo Valparola e la postazione Vonbank.

Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1915, dopo mesi di ricognizione, gli Alpini dei battaglioni Val Chisone e Belluno riuscirono nella più improbabile delle azioni, quella di arrampicarsi di sorpresa sul tratto orientale della cengia del Lagazuoi. Così descrive la postazione il comandante Ettore Martini, a cui fu subito intitolata – anche a fini propagandistici – la cengia che ancora oggi porta il suo nome: «La posizione della Cengia Martini, costituita da una specie di ripiano sito a 250 m a sud di q. 2779 del P.lo Lagazuoi e a 2500 m d’altitudine media, si stendeva fortemente inclinata verso sud sull’orlo dell’abisso, per una lunghezza di oltre 200 m» (cit. in M. Vianelli, G. Cenacchi, Teatri di guerra sulle Dolomiti, Mondadori, Milano 2006).

Mappa delle postazioni

Gli italiani si trovarono così una cinquantina di metri sotto la base nemica dell’anticima, protetti dalle insenature naturali, e sopra la Vonbank, che divenne facile bersaglio dei loro tiratori. Da quel momento e per i successivi due anni, nessuno dei due schieramenti riuscì a prevalere sull’altro e dopo una serie di tentativi infruttuosi e suicidi – gli austriaci tentarono più volte di colpire la base italiana calandosi dall’alto con corde  – ebbe inizio un’incredibile opera di scavo di gallerie nella roccia a scopo offensivo: gli austriaci procedendo dall’alto verso il basso per far saltare la Cengia Martini, e in particolare quella parte di essa che veniva definita la “trincea avanzata”, che affacciava sulla Vonbank ed era per loro la peggiore spina nel fianco, causando una media di dieci caduti al giorno; gli italiani dal basso verso l’alto, per far saltare l’anticima. Ma gallerie vennero scavate anche a scopo di riparo, alloggio, magazzino o postazione di combattimento, nonché per far saltare le gallerie del nemico, la cui costruzione si auscultava continuamente.

Feritoie viste dall’anticima e una galleria italiana (crediti foto a destra: da Llorenzi [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons)

Un medico austriaco così descrive le condizioni di vita dei soldati, costretti ad agire, per l’approvvigionamento, lo spostamento di uomini, il trasporto di armi e materiali, sempre di notte: «L’attenta osservazione medica […] ha constatato principalmente malattie ai reni, al cuore e ai nervi. Le prime due patologie sono da far risalire alla mancanza di ossigeno, alla grande sete, al lavoro fisico in costante posizione china. Come conseguenza dell’indebolimento cardiaco e poi dall’angoscia di venire schiacciati da una mina nemica, subentra una grande tensione nervosa» (cit. in La Grande Guerra sul Piccolo Lagazuoi, a cura di L. Bobbio, S. Illing, Grafiche Antiga, Cornuda 1999).

Resti della postazione austro-ungarica sull’anticima

Cinque furono le mine fatte brillare nel corso dei due anni: quattro austriache (1° gennaio 1916, 14 gennaio, 22 maggio e 16 settembre 1917) e una italiana (20 giugno 1917), ma nessuna di queste fu risolutiva ai fini bellici. Sulla montagna sono però ben visibili i crateri e ancora percorribili sono alcune delle gallerie: più claustrofobiche e strette quelle austriache, più alte e larghe ma non meno angoscianti quelle italiane.

Resti della postazione italiana sulla Cengia Martini