14 dicembre 2018

Il Porajmos, lo sterminio degli zingari

«Il blocco degli zingari sempre così rumoroso, s’è fatto muto e deserto. Si ode solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattono di continuo».

(Testimonianza di un medico ebreo internato ad Auschwitz)

 

Il 16 dicembre 1942 Himmler, con l’Auschwitz-Erlass, disponeva di deportare tutti gli zingari nel campo di sterminio di Auschwitz, decretandone così definitivamente la fine. Si trattava di una delle tappe fondamentali di quella immane tragedia che in lingua romaní è indicata con la parola Porajmos, “divoramento”, che condusse – secondo le difficili stime compiute nel corso del tempo – all’uccisione di circa 500.000 persone di etnia Sinti e Rom: una vicenda per decenni rimossa e di cui ancora oggi poco si parla, tanto che solo nel 2015 il Parlamento europeo votò una risoluzione per celebrare una Giornata europea della commemorazione dell’olocausto dei Rom ogni 2 agosto, data dell’uccisione nel 1944 nelle camere a gas di tutti gli zigani presenti ad Auschwitz-Birkenau.

L’ordine di Himmler era stato anticipato da una lunga serie di atti persecutori e violenti. La “questione zingara”, infatti, aveva impegnato i nazisti sin dai primi anni di regime e la sua “risoluzione” fu peraltro facilitata dalla preesistenza di istituzioni, iscritte nella secolare storia di discriminazione europea di questo popolo, quali il Servizio informazioni sugli zingari, fondato a Monaco nel 1899, ma presto trasformato in Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara, con sede a Berlino, che si occupò della individuazione di tutti gli appartenenti alla razza zigana. Se, infatti, fino ad allora gli zigani erano stati considerati un problema di ordine securitario da affidare alle autorità di polizia, per i nazionalsocialisti divennero immediatamente un problema di ordine razziale.

Tra i più zelanti a occuparsene vi furono lo psichiatra Robert Ritter, a capo prima dell’Unità di ricerca per l’igiene razziale e biologia demografica e poi dell’Istituto di Biologia criminale, e la sua assistente Eva Justin, che fornirono i presupposti “scientifici” alla successiva legislazione: gli zingari provenivano sì dal ceppo indoeuropeo ariano, ma nel corso delle lunghe peregrinazioni avevano perso la loro purezza, e costituivano quindi ormai “un miscuglio pericoloso di razze deteriorate”, portatrici addirittura del gene Wandertrieb, “la voglia di girovagare”, un istinto amorale al nomadismo.

Schedatura – anzi, “censimento” nel linguaggio nazista –, studio genetico per definire il livello di purezza o ibridazione di ciascun individuo, sterilizzazione forzata della popolazione dai 12 anni in su, incarcerazione, trasferimento in sezioni speciali dei ghetti per gli Ebrei o in campi di lavoro e aree dedicate – in condizioni però insostenibili per la sopravvivenza dei più –, annullamento dei diritti personali e poi, con il procedere dell’avanzata nazista in Europa, stragi in loco immediate per contrastare le fughe, fino al comando definitivo del trasferimento di tutti gli zingari ad Auschwitz, inequivocabile segno del disegno genocida.

Il primo convoglio raggiunse il lager il 26 febbraio 1943; marchiati con la stella nera degli “asociali” – ciò che ha permesso per molto tempo di considerare la loro deportazione una questione, ancora, di ordine pubblico –, furono segregati nel cosiddetto Zigeunerlager, senza passare per la selezione in entrata, senza essere separati dalle loro famiglie, né costretti poi al lavoro forzato, ma lasciati morire per inedia, freddo e malattie. Probabilmente proprio perché considerati “razza degradata”, inoltre, continuarono a essere preferiti come cavie negli esperimenti medici compiuti da Mengele e dal suo staff.

La storia del Porajmos cadde poi nel quasi totale oblio: in parte, si pensa, per via dell’oralità della cultura Sinti e Rom e della mancanza di una tradizione letteraria, in parte per il pudore delle vittime, ma certamente anche a causa dei pregiudizi mai superati nei confronti di questo popolo.  Ritter andò a insegnare biologia criminale presso l’Università di Tubinga e fu poi assunto come pediatra dall’ufficio sanitario di Francoforte (morì nel 1951), continuando a collaborare con Justin, “la donna dai capelli rossi” nelle testimonianze dei sopravvissuti, pure lei mai condannata (morì nel 1966), e anche a Norimberga non fu riconosciuto il carattere razziale del genocidio e nessun parente delle vittime fu quindi risarcito.

 

Crediti immagine: Bundesarchiv, Bild 146-1989-110-29 / CC-BY-SA 3.0

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