26 novembre 2018

Il bagno di Diana di Klossowski

Per lambire i confini di un’opera come Il bagno di Diana di Pierre Klossowski (appena pubblicato da Adelphi nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco), si renderà necessaria in via preliminare la contemplazione dello iato che separa il simbolo dall’emblema: laddove il primo scatenerà, implicandolo, un complesso di immagini avvolgenti, come un arco, tutta la realtà dalla più infinitesima fino all’immensità cosmologica, l’altro si presenterà come un frutto ormai secco, l’alveo mortuario della tradizione simbolica, semplice allegoria capace di accennare ormai solo ad un indirizzo morale. Fedele alla ricchezza del simbolo, Klossowski compone un’opera fra le cui pagine gli «opposti fondamentali e irriducibili», per citare Lévi-Strauss, quegli opposti costituiti da parola e visione, trovano una mediazione irriducibile a pacificanti soluzioni, una compresenza aperta ad un mondo la cui collocazione potrà essere rintracciata in quel movimento che supera l’articolazione linguistica, per approdare ad una sponda silenziosa.

Nel Terzo libro delle Metamorfosi, Ovidio dà voce al celebre episodio di Diana sorpresa durante il bagno da Atteone con accenti dai quali il sacro sembra essere ormai scomparso, a favore di un racconto laicizzato nel quale il destino si confonde con l’errore: «quod enim scelus error habebat?», si chiede infatti il poeta, prima di iniziare. Ma tutto ciò, per Klossowski, non è sufficiente. Come per Giordano Bruno, anche per Klossowski «pensare significa speculare con delle immagini»: sarà quindi nel simulacro, in quel manifestarsi improvviso e accecante dell’immagine, sbriciolante qualsivoglia sviluppo temporale e discorsivo (nel quale, ricordiamolo, Hegel individua la forma della conoscenza) a favore di un hic et nunc di cui non possiamo sapere nulla, che un conoscere altro si profila.

Un conoscere che i suoi disegni, ma ancor di più i quadri del fratello Balthus, sembrano delineare in modo del tutto paradossale: un’esperienza sovrana, avrebbe detto Bataille, di cui sembra che Klossowski tenti di lasciare aleggiare un’immagine attraverso la teofania di Diana, la quale, annullando lo spazio fra oggetto e soggetto, permetterà di accedere ad un lembo di terra dove ogni lingua tace, dove conoscenza ed eros saranno a tal punto intrecciati da non lasciare spazio a descrizioni o parole.

Nelle pagine de Il bagno di Diana, Klossowski sembra volere trascrivere l’esperienza di “mutismo visionario” che intride i quadri suoi e di Balthus, per accedere così a quello spazio del mito alla cui unità l’uomo caduto nella storia guarda con rimpianto; in alcune pagine illuminanti, dedicate a Maurice Blanchot, Klossowski delinea con chiarezza la nozione di dissimulazione dell’essere che nel linguaggio si rivela, «la funzione svolta dal linguaggio nell’esistente, funzione che è quella della morte», la cui duplicità sarà evidentissima quando si penserà ad essa come lavoro della verità nel mondo, ma anche come «perpetuità di ciò che non tollera né inizio né fine». Spazio che si identifica, senza troppe ambiguità, con l’essere.

Uno spazio nel quale l’evento, id quod cuique èvenit, sarà sempre teofania autentica e genuina, un attimo prima di cristallizzarsi in forma, in quella polarità che Carlo Diano individua nell’incessante specchiarsi fra istante e apeiron periechon: l’apparizione di Diana ad Atteone non potrà che avvenire tramite il mesocosmo demonico nella cui passibilità ella riflette la propria impassibilità, mettendo in atto così quel tempo della riflessione, quel tempo che divide l’esterno dall’interiorità dello spazio mentale e che spezzerà, inesorabilmente, il tempo del mito.

Il dettato di Klossowski acquisisce, inevitabilmente, una plasticità mobilissima, del tutto simile alla fuggevolezza del mercurio alchemico, una capacità di adattarsi ad ogni sfumatura o inclinazione  che ne avvicina così il carattere, composito di stili e cadenze fra loro diversissime, più all’indefinibilità di un testo come il De Iside et Osiride di Plutarco che alla rigida distinzione di generi istituita dalla modernità; irrequieto e irriducibile a qualsivoglia cristallizzazione, sottopone sé stesso a continue metamorfosi, le quali porteranno il suo tono a volte verso la prosa saggistica, altre verso un monologo evocante le cadenze sensuali de Le leggi dell’ospitalità, ritrovando quella zona sottilissima e impraticabile, se non per fuggevoli istanti, dove parole e visione, dimensioni così antitetiche per un pensiero centrato sulla cogenza univoca del logos, trovano spazio, ognuno nel momento della propria dissoluzione, sulla lama affilata delle Simplegadi.

E questa parola liminare, spezzata da una visione che la eccede e muta in balbettio e bramito, viene perfettamente interpretata dalla traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, la cui bravura nel modellarne le ambiguità, quell’alternarsi di oscurità che all’improvviso si apre ad abbaglianti chiarezze, si rivela fondamentale per la ricezione, da parte del lettore italiano, di un autore complesso e articolato come Klossowski, confermando, eliotianamente, l’affinità fra lavoro critico e traduzione.

 

Pierre Klossowski, Il bagno di Diana, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, Adelphi, 2018, pp. 115

 

Crediti immagine: Fonte: The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. [Pubblico dominio], attraverso it.wikipedia.org

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