14 gennaio 2019

Il centenario di Andreotti

Il 14 gennaio Giulio Andreotti avrebbe compiuto 100 anni: morto nel 2013, è stato uno dei politici più potenti della storia italiana, dominando la scena pubblica per quasi cinquant’anni, fino a quando, a partire dagli anni Novanta, la sua figura venne almeno in parte messa in secondo piano a causa di gravi procedimenti giudiziari a suo carico.

Aveva iniziato a fare politica sin dai tempi dell’università – studiò legge – nelle fila della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), a cui si era iscritto nel 1939, succedendo nel 1944 a Moro nella carica di presidente, e nello stesso anno divenne delegato nazionale dei gruppi giovanili della DC. Per volere di De Gasperi entrò nella Consulta nazionale e, quindi, nell’Assemblea costituente alla quale – secondo quanto da egli stesso raccontato (Che cosa era lo spirito costituente, in Corriere della sera, 14 maggio 2008) – diede un modesto contributo perché ancora troppo inesperto e non in grado di competere «con giganti come Piero Calamandrei»: l’unica proposta da lui avanzata fu un emendamento alla libertà di espressione per gli stranieri i cui Paesi d’origine non riconoscevano lo stesso diritto (quelli dell’Est, ovviamente), che però «fece scandalo» e venne rifiutato.

Entrò in Parlamento nel 1948, e fu quindi eletto in tutte le successive consultazioni, fino al 1987, accumulando record di preferenze (anche grazie a una politica clientelare sistematica e capillare, si veda, per esempio, tra i tanti, Famiglia cristiana, 2013). Sette volte presidente del Consiglio tra il 1972 e il 1992, era in procinto di formare il suo nuovo governo (il IV) per la prima volta appoggiato anche dal PCI – nel quadro di una misurata apertura verso il cosiddetto “compromesso storico” tra DC e PCI, sostenuto dalla sinistra democristiana guidata da Moro, ma da lui (leader della destra) osteggiato in quanto «frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica» che avrebbe sommato «due guai: il clericalismo e il collettivismo comunista» (O. Fallaci, Intervista a Giulio Andreotti, 1973) – quando il presidente della DC venne rapito dalle BR: guidò quindi il “governo di solidarietà nazionale”, avallando  la “linea della fermezza” voluta soprattutto dal PCI – e durissime furono le parole che gli riservò Moro nel suo Memoriale.

Fu ventisette volte ministro in diversi dicasteri, tra le quali otto nella Difesa e cinque agli Esteri, appoggiando la strategia atlantica, adoperandosi nella politica della distensione tra i due blocchi e facendo valere, nell’ambito delle questioni attinenti allo scacchiere mediterraneo – e in particolare nei rapporti con i Paesi arabi e con l’OLP −, una spiccata capacità di mediazione. Fu favorevole alla partecipazione italiana alla guerra in Iraq nel 1991. In questo medesimo anno, guidò per l’ultima volta un esecutivo e venne nominato senatore a vita.

Nel 1999 Andreotti fu assolto con formula piena dall’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio (1979) del giornalista Mino Pecorelli, assoluzione resa definitiva nel 2003 dalla Cassazione. Nello stesso anno fu anche assolto in primo grado dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, in particolare per aver favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia attraverso la mediazione di Salvo Lima, appartenente alla sua stessa corrente politica e ucciso dalla organizzazione criminale nel 1992; tuttavia, la sentenza di appello emessa nel 2003 stabilì che Andreotti aveva commesso il «reato di partecipazione all’associazione per delinquere» (Cosa nostra) fino alla primavera 1980 – reato però ormai «estinto per prescrizione» –, mentre lo assolse per i fatti successivi a quella data.

Alla sua figura e agli anni delle accuse e dei processi, che fecero saltare l’ipotesi della sua elezione alla presidenza della Repubblica, soprattutto in seguito alla morte di Falcone, alla sua impermeabilità, al suo quasi ostentato understatement, alla ricostruzione “estetica” di quella lunga fase politica dominata dalla DC, è dedicato Il Divo di Sorrentino, un film da cui Andreotti si sentì offeso, definendolo «una mascalzonata»: «Il cinismo non è nel mio carattere, non sono facile alla commozione, questo è vero. Ma non sono insensibile. E ne ho passate tante perché dava fastidio a molti che la Provvidenza non si fosse organizzata per togliermi dai piedi prima», commentò, nonostante l’irritazione, con l’usuale ironia.

 

Crediti immagine: Gruppo Facebook "Una foto diversa della prima Repubblica. Ogni giorno. Pubblico dominio, attraverso it.wikipedia.org

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