5 febbraio 2018

Il cipiglio delle parole

di Tamara Baris

Il cipiglio del gufo, di Tiziano Scarpa, è un romanzo che racconta la storia di tre uomini: Nereo Rossi, un anziano telecronista di calcio, molto famoso, che sta perdendo la memoria; Adriano Cazzavillan, un insegnante cinquantenne che tenta di cambiare vita affidandosi alla scrittura e Carletto Zen, un trentenne dalle qualità nascoste, che conosciamo nel suo letto, alle prese con una ginnastica immaginaria. Vivono tre periodi particolari delle loro vite, tre età difficili: quei traguardi che ti fanno sentire alla fine della corsa, lasciandoti col dubbio di quello che verrà dopo. Vivono tre vicende che li mettono alla prova; cercano, trovano, perdono dei motivi per salvarsi e salvare le persone che hanno intorno e a cui vogliono bene. Si muovono in un romanzo che è ambientato a Venezia (ma che passa anche per Roma e Milano). Venezia, però, è un pretesto, un punto di partenza, l’origine di idee e affetti e l’ambiente ideale per le sensazioni e le situazioni che si accumulano di pagina in pagina. Venezia è un palco, ma i personaggi di Scarpa vivono soprattutto nel suo vocabolario ricco e accurato, spietato, comico, capace di creare vita e morte (bellezza e paura).

 

Care parole

Sono proprio le parole le protagoniste, in fondo, delle storie di questi tre uomini: c’è chi, ormai anziano e malato, si affida a loro, compagne di una vita, come Nereo Rossi, una voce senza volto, la voce di chi è stato «un grande scrittore. Un aedo dei nostri tempi. Un cantore» (p. 21). Lo troviamo alle prese – lui, il Maestro – con un giovane biografo, un alfabetiere troppo scrupoloso e inesistente agli occhi del grande parolaio («le è del tutto indifferente che io esista o no», p. 341).

Nereo, malato, ha paura di perdere l’unica cosa davvero importante della sua vita («mi torturo immaginando come sarò quando avrò perso la consapevolezza di me», p. 120), così scrive un lungo e appassionato diario alle sue parole che rispondono, anche, a un certo punto rivelando qualche verità, compresa la più vera di tutte.

Le parole hanno un gran potere e Nereo lo sa, infatti, pensa che siano «le parole del telecronista che creano le azioni dei calciatori» (p. 262). È un pensiero che può venire solo a chi le parole le conosce, le teme, le scova («è una parola difficile da trovare, se ne sta incastonata in un cortile interno del vocabolario, nell’insulsa desolazione del lessico», p. 24).

 

Gli spazi bianchi, «…»

Ma Nereo non è il solo a doversela vedere con le parole perché Adriano Cazzavillan si è messo in testa di scrivere il suo romanzo e ci lavora con grande serietà, fino a sottoporlo all’esame della moglie Gabriella, una volta finito. Cazzavillan è un altro uomo di parole, uno che le osserva nella loro forma, consistenza («cambiando font, con le grazie, senza grazie, in tondo, in corsivo», p. 15); un uomo che sa che, a volte, sono superflue e dannose («si trattenne dal dirle qualsiasi cosa. Se avesse chiamato in causa le parole, sarebbero tornati con i piedi per terra, e lui non voleva perdere quota», p. 108); un uomo che, a un certo punto, deve salvare suo figlio che «corre in aiuto delle utopie senza speranza, sgozzandole nella culla» (p. 345) e lo salva grazie alle parole non dette, a volte le più preziose, rispondendogli con gli spazi bianchi («scriveva parole fatte di spazi bianchi», p. 351).

 

Le parole non contano

Poi c’è Carletto, Carletto Zen che nella vita fa un mestiere che non ha molto a che fare con lui («i turisti erano la persecuzione di Carletto Zen, la sua fonte di reddito in mancanza di meglio; gli ricordavano continuamente che cosa era riuscito a ricavare dalla sua laurea in lingue e letterature straniere», p. 255). Carletto è vittima dei turisti, o meglio delle loro facce: neologizza e li chiama faccisti e si interroga su quei volti, ma si risponde iniziandoli a disegnare, «per insignificanti movimenti» («le parole non ce la facevano; doveva affidarsi alle immagini», p. 330). Le parole in Carletto Zen diventano tratto, il segno tracciato sul suo taccuino coi volti dei turisti che incontra quotidianamente, il grado zero della sua scrittura (il grado Zen), mentre vive Venezia e la subisce («una città che era una specie di punto di risucchio e di rigetto; una pulsazione cardiaca, un ganglio che pompava facce», p. 255), una città che lo sfida in un continuo faccia a faccia che tra «facce, visi, volti, ceffi, musi, grugni, cipigli» (p. 256), alla fine, gli fornirà una risposta, quando incontrerà qualcuno con l’esigenza di essere riconosciuto, ritratto, raffigurato, di esistere per gli occhi di qualcun altro.

 

Scarpa®

C’è molto altro, in realtà, in questo romanzo (come se tutto questo non bastasse): c’è soprattutto lo stile di Tiziano Scarpa, quella creatività e profondità lessicale, quell’invenzione sfrenata, l’esagerazione, l’accumulo, la grande ironia, un confronto a viso aperto con l’amore, il sesso, la vita e anche il dolore («l’autore di questa storia non ebbe cuore di vederli finire così, sterzò la frase all’ultimo momento», p. 379). È una pagina che non teme cipiglio, anche se i gufi sono sempre in agguato («Ma il gufo ci tiene d’occhio. Grave e inflessibile. Ci guarda. Ci ascolta. Ci capta. Prima o poi, nel buio della nostra coscienza, spiccherà il volo e piomberà silenzioso a ghermirci», p. 158), e forse è anche bene che sia così, care parole.

 

Tiziano Scarpa, Il cipiglio del gufo, Einaudi, 2018, pp. 384

 


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