7 marzo 2019

Il pieno di felicità. Una determinata idea di sé

di Tamara Baris

Il pieno di felicità, di Cecilia Ghidotti (Minimum Fax), è un romanzo che è anche un memoir e il diario di bordo di una generazione – quella dei poco più che trentenni di oggi – che dietro la corazza che si è costruita, accumulando esperienze di studio e soggiorni all’estero o in giro per l’Italia, nasconde la propria anima fragile (un gomitolo di ansie, una sana voglia di concretezza) che insegue faticosamente i propri sogni (che hanno il peso della responsabilità e dei propri doveri mai venuti meno).

Il pieno di felicità è il diario di bordo di chi ha costruito e difeso una determinata idea di sé, per anni, e poi ha avuto il timore di aver sbagliato tutto: «Noi eravamo cosmopoliti, europei, solidali, antirazzisti, pronti a pensare globally ma agire locally. Avevamo letto tanti libri e visto tanti film giusti. Noi, intimamente convinti di essere meglio di quelli che restano a vivere nel posto in cui sono nati, avremmo visto luoghi diversi, ci saremmo aperti con fiducia al mondo che sicuramente sarebbe stato migliore della nostra provincia di origine. Poi dovevo essermi distratta e i primi iniziavano a tornare» (p. 45). Così scrive Cecilia, e queste parole le ritroviamo, nero su bianco, a fare da lato B, nella quarta scarna ed essenziale, ai colori pastello della testa di unicorno mozzata della copertina e a un titolo che ricorda, nostalgicamente, una canzone dello Zecchino d’oro («una donna di trentadue anni che singhiozza ormai apertamente davanti alla nostalgia per Sette matitine: la storia di un magico astuccio di matite colorate che portava a due sorelle moltissima felicità. Consentiva loro addirittura di fare il pieno di felicità», p. 170).

La generazione di Cecilia, che è anche la mia, è la generazione di molti ragazzi che continuano a farsi forza l’un l’altro, spesso trovando sostegno più negli sconosciuti (con cui condividono esperienze comuni e i pochi metri quadri degli anni vissuti fuori casa), che negli ex compagni di università e negli amici d’infanzia che hanno scelto altre strade e annunciano matrimoni e nascite di bellissimi neonati («negli ultimi anni il mio Facebook ha iniziato a popolarsi di bimbi minuscoli», p. 42).

Ragazzi, forse sarebbe meglio dire uomini e donne, rimasti sulla propria strada, a fare i passi programmati in anni di desideri, mete raggiunte, dubbi («Sono ragionevolmente certa che nessuno mollerà sul serio le proprie occupazioni mal retribuite nel sottomondo dell’università per un lavoro a tempo pieno», perché «vorrebbe dire abbandonare tutte quelle attività che consentono di mantenere aperto lo spiraglio che forse un giorno – se ci si è giocati bene le proprie carte, se si è avuto tempo di aspettare producendo un congruo numero di pubblicazioni scientifiche, se se se – permetterà di approdare alla posizione di ricercatore. Qualcuno che conosco ci è pure riuscito», p. 168).

La storia di Cecilia, che a un certo punto inizia a valutare l’ipotesi di un ritorno nella sua provincia di origine, che guarda con nostalgia a Bologna (la città degli studi e del mondo che avrebbe voluto vivere, di Massimo, dei suoi amici), che vive a Coventry con Simone e, nel frattempo, costruisce, nei tempi morti,  tentativi di vite parallele in giro per l’Europa (a Barcellona, Berlino, Helsinki) è una storia comune e che forse dovremmo raccontarci più spesso, oggi, tra noi, e agli altri. Il diario di Cecilia, delle sue esperienze di lavoro che le fanno da cuscinetto, degli studi, del doppio dottorato e degli sguardi compassionevoli che riceve («Le colleghe mi chiedono dove vivo e quando vengono a sapere delle tre ore quotidiane di treno Coventry-Londra mi offrono sguardi compassionevoli», p. 67) è il racconto dell’esperienza di chi non ha mai smesso di correre, nonostante tutto, e nonostante il luogocomunismo imperante che cercava di trascinare tutti in altre direzioni. Di chi, poi, a un certo punto («poi abbiamo compiuto trent’anni», p. 42) ha iniziato a fare bilanci: si è ritrovato adulto, in un mondo che – purtroppo e per fortuna – non è più quello dei nonni e dei genitori («I soldi degli anni Sessanta erano parecchi, c’erano persino soldi per gli ermellini, ma non soldi abbastanza per decidere di mandare l’unica figlia al liceo», p. 39), ma merita di essere vissuto con coerenza, sperando che qualcuno inizi ad ascoltare, con serietà, le storie – come questa – di chi sente risuonare il desiderio di un pieno di felicità (ma io non mi arrendo, lo stesso la prendo, diceva così, a un certo punto, la canzone, no?), in tante giornate sospese e scorate, di chi sbaglia ancora e meglio, intelligentemente pessimista, ottimisticamente volenteroso («Possiamo prendercela un po’ come viene, come abbiamo sempre fatto. Finora ha funzionato, no?», p. 217).

 

Cecilia Ghidotti, Il pieno di felicità, Minimum fax, Roma, 2019, pp. 218


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