24 dicembre 2014

Il sax di Coltrane tra jazz e yoga

di Andrea Dusio

Scivolato via nell'indifferenza generale, si è consumato da poco il cinquantenario delle registrazioni di uno dei lavori capitali per la musica jazz, forse il più importante in assoluto. Il 9 dicembre 1964, negli studi di Rudy Van Gelder a Englewood Cliff, cittadina del New Jersey sfruttata da molte multinazionali per il proprio headquarter, John Coltrane registrava “A Love Supreme”,

 l'album più rappresentativo della sua produzione, posto a cerniera tra   gli anni il cui il sassofonista approfondì la tecnica dell'improvvisazione e gli sviluppi successivi della sua ricerca, iscritti nelle composizioni che appartengono al periodo free jazz, coincidente con il triennio conclusivo della sua attività. Proprio i mesi che vanno dal dicembre 1964 al novembre 1965 rappresentano il momento di massima accelerazione stilistica ed espressiva nella parabola artistica di Coltrane. “A Love Supreme” nasce nel clima culturale degli Anni Sessanta, in cui i musicisti afroamericani, spesso di umili origini - Coltrane era figlio di un sarto e aveva cominciato a suonare nei boy scout, passando poi per le bande militari, senza dunque una formazione accademica tradizionale - cominciavano a riflettere sulle implicazioni storiche e sociali della propria arte. Dopo aver militato nel primo quintetto di Miles Davis, Coltrane aveva formato un proprio quartetto, con l'intenzione di esplorare le possibilità della musica modale, fondata sull'utilizzo di una nota di base, chiamata “tonale”, rispetto a cui tutte le altre si pongono in rapporti d'intervallo, sviluppando scale che contengono 5, 6 o 7 note. Questa tecnica, estranea alla tradizione occidentale dell'armonia tonale, si ritrova invece in differenti forme nelle musiche sviluppate in Africa, India, Cina e Spagna. L'attenzione verso queste culture, unita alla tensione verso forme di misticismo, aveva portato Coltrane a interessarsi alla meditazione yoga. Durante uno degli esercizi che compiva ogni sera, il sassofonista credette di aver ricevuto un messaggio divino, racchiuso nella forma di una musica nuova. Decise dunque di produrre “A Love Supreme”, come ringraziamento per l'illuminazione, includendo una vera e propria dichiarazione di fede, in forma di breve salmo, che informa tutto il lavoro, sino a renderlo uno dei primi concept album della storia, scandito nei modi di una suite in quattro tempi. Il primo movimento, “Acknowledgment” è attraversato dalla ripetizione ossessiva e ipnotica di quattro note: Fa/La bemolle/Fa/ Si bemolle. Tutto fa immaginare che sia questa la sequenza di note trasmessa dalla divinità al sassofonista. Attorno a riff, rivestito dunque di valenze mistiche, si sviluppano e dipanano le improvvisazione dell'ensemble, ciascuna delle quali incarna un momento del percorso di conversione di Coltrane, dalla contrizione (“Acknowledgment”) al desiderio di cambiamento (“Resolution”), dalla nuova professione di fede (“Pursuance”) al ringraziamento finale (“Psalm”). “A Love Supreme” è però anche il disco che chiude una fase. Poche settimana dopo, Coltrane è già altrove. Le sperimentazioni di Ornette Coleman, sedimentate in una serie d'incisioni dove la musica scorre libera, senza alcuna regola, avevano da tempo prodotto nel sassofonista un avvicinamento ai modi del free jazz e all'ipotesi di una musica del tutto atonale. C'era chi, come Miles Davis, considerava Coleman alla stregua di un ciarlatano, e chi, come Eric Dolphy, il sassofonista collaboratore di Charlie Mingus, aveva sposato incondizionatamente la novità. Coltrane insistette perché la propria etichetta discografica, la Impulse, mettesse sotto contratto Archie Shepp e Albert Tayler, che di fatto suonavano un free jazz ancor più radicale delle improvvisazioni totali di Coleman. E trascorse gran parte della prima vera del '65 a preparare lo schema strutturale di un nuovo lavoro, in cui ciascun strumento avesse a disposizione un assolo. Dunque i fiati, il pianoforte e i due bassi. Ma tutti i momenti interpolati tra i solo dovevano essere di improvvisazione collettiva. Vennero convocati in studio il trombettista Freddie Hubbard, esponente di punta della scuola dell'hard bop (il “vecchio” jazz degli Anni Cinquanta, ancora completamente tonale), il sax tenore di Pharoah Sanders, musicista che possedeva un timbro estremo, che sovrastava tutti gli altri strumenti, lo stesso Archie Shepp, più due sax alto e una seconda tromba e un basso, che si andavano ad aggiungere al quartetto tradizionale di Coltrane (McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso ed Elvin Jones alla batteria). Il 28 giugno questa band di undici elementi registra due tracce, l'una di quaranta e l'altra di trentotto minuti. I musicisti si muovono tra scale vertiginose, svisate, fischi e vere e proprie urla. Qualcuno, come John Tchicai e lo stesso Hubbard, ne approfitta per dar libero sfogo alla propria tecnica straordinaria. Altri, come Shepp e Sanders, suonano invece in maniera straordinariamente aggressiva. Questi intrecci di velocità e violenza, dove saltano tutti gli schemi ritmici e gli assoli, sono gli unici momenti dove, seppur in forma parossistica, si possono rintracciare le forme del jazz, diventa una sorta di rovesciamento di “A Love Supreme”: il caos totale e l'antimateria dove c'erano l'illuminazione e l'armonia. Coltrane opta inizialmente per incidere su disco la seconda improvvisazione. Una volta che l'album è uscito però si pente, e procede a una seconda pubblicazione, dove viene privilegiata invece la prima incisione. Tra “Love Supreme” e “Ascension” esiste però anche un punto di sintesi. È “Meditations”, il lavoro che Coltrane incise a fine novembre, a conclusione di quel memorabile 1965. Si tratta ancora di un'improvvisazione, dove dominano gli accenti free e le dissonanze dei due sax. La formazione è stavolta un quintetto, in cui John e Pharoah Sanders stanno in posizione di leader paritetico. Ma la tensione che attraversa i brani rimanda all'incessante ricerca religiosa del sassofonista, con richiami al dogma della Trinità (“The Father and The Son and The Holy Ghost”) e lo scioglimento della traccia finale (“Serenity”) in un anticlimax, dove la temperatura del magma sonoro si raffredda, le grida e gli strappi finalmente si smorzano, e resta solo il lontano suono di campane.


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