09 ottobre 2017

Il senso della restanza

di Vito Teti

Mi sono trovato, quasi per caso, come capita nella magica imprevedibilità della scrittura, ad adoperare, a inventare almeno in una nuova accezione, la parola “restanza”. L’ho fatto in continuità e per assonanza con termini come erranza e lontananza. Perché restanza denota non un pigro e inconsapevole stare fermi, un attendere muti e rassegnati. Indica, al contrario, un movimento, una tensione, un’attenzione. Richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa: sempre pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi in esilio e straniero nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva piccole utopie quotidiane di cambiamento.

Restare è legato all’esperienza dolorosa e autentica dell’essere sempre fuori luogo, proprio nel posto in cui si è nati e si abita o a cui se sente di appartenere. Non esiste, forse, spaesamento, sradicamento più radicale di chi vive esiliato in patria e combatte una lotta quotidiana, fatta di piccoli gesti per salvaguardare e proteggere i luoghi che potrebbero essere loro sottratti non da chi arriva da fuori, ma da chi vi abita dentro come un’anima morta.

Il villaggio e la comunità da raggiungere non stanno indietro nel tempo, ma vanno raggiunti qui e ora, costruiti giorno per giorno. Anche con scarti, schegge, frammenti – nei margini, nelle periferie – del passato (riconosciuto e risarcito) in un luogo così vicino e così lontano. Restare significa raccogliere i cocci, ricomporli, ricostruire con materiali antichi, tornare sui propri passi per ritrovare la strada, vedere quanto è ancora vivo quello che abbiamo creduto morto e quanto sia essenziale quello che è stato scartato dalla modernità. E ancora volontà di guardare dentro e fuori di sé, per scorgere le bellezze, ma anche le ombre, il buio, le devastazioni, le rovine e le macerie. Non sono concessi autocompiacimento, autoesaltazione ma neppure afflizione.

Restanza comporta riscoprire la bellezza della sosta, della lentezza, del silenzio, di un complesso e faticoso raccoglimento, stare insieme. Non è una considerazione all’insegna del «come era bello una volta» o di una sorta di «idealismo utopistico del passato», o un tentativo di proiettare nel passato l’ideale che non è vissuto nel presente, o di rimpianto di un «buon tempo andato», mitizzato e mai esistito nelle forme di tanti inventori di paradisi perduti. Le tradizionali forme di conflitto, lacerazioni, divisioni delle comunità sono scomparse o si sono trasformate in «narrazioni» per lasciare posto a nuove forme di conflitto o magari di coesione.

Il ritorno-non ritorno deve, dunque, realizzarsi a partire da un’analisi approfondita di quello che resta, con la consapevolezza che gli antichi legami evocati e oggetto di rimpianto, le relazioni primarie e di solidarietà, vere o immaginate, sono profondamente mutati o non esistono più. È la presa d’atto che se una nuova comunità è possibile e auspicabile là dove esisteva l’antico paese, questa comunità comunque deve essere riorganizzata e inventata tenendo conto di fughe, abbandoni, ritorni e anche di mutate forme di produzione e rapporti sociali. Restare comporta creare nuove modalità dell’incontro, della convivialità, dell’esserci. Se è una scelta consapevole ed etica, restare non può diventare mai chiusura o territorio per artificiosi contrasti tra chi è partito e rimasto, tra chi è rimasto e chi oggi arriva o torna.

Coloro che restano potenziano il senso del viaggiare, e diventano approdo per quanti ritornano: forse perché viaggiare e restare, viaggiare e tornare, sono pratiche inseparabili, trovano senso l’una nell’altra. Rimasti e partiti debbono dare vita a una dialettica che parla di integrazione, d’incontro, di vite separate e di riconciliazione. Se è vero che anche chi resta in qualche modo si sente in viaggio, è anche vero che chi è partito in qualche modo si sente rimasto. Rimasti e partiti, senza enfasi e senza rancori, senza quel miscuglio di odio e amore, dovrebbero percepirsi nelle loro somiglianze e nelle loro diversità, legate a una particolare esperienza di vita, a un singolare rapporto con il luogo d’origine e con gli altri luoghi.

Restare, allora, non è uno slogan né un proclama. Si può affermare un’utopia delle piccole cose che richiede pazienza e cura, circospezione e tenacia, attenzione e apertura, senso di responsabilità e discorsi di verità che non ammettono illusioni. Presuppone sapere individuare dove soffia lo spirito del Carnevale, del rovesciamento, dell’utopia per fuggire dai luoghi di nuove fame e di inedite paure: cercare una città, come sognavano Gioacchino e Campanella, che deve riconoscere, rendere vero e abitabile il proprio interno per dialogare con il mondo e aprirsi a esso. Il paese presepe è finito, frantumato, smembrato, esploso, svuotato. Le sue schegge hanno costruito nuovi abitati, nuovi mondi. Molte di queste schegge tornano, profondamente mutate, all’indietro, alla ricerca del corpo perduto, che non troveranno, alla ricerca di un’impossibile riconciliazione e ricomposizione. Ma ogni ritorno è un nuovo inizio. 


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