20 giugno 2017

Il silenzio che ci libera

Non so perché, ma ho sempre avuto una passione per le cartine geografiche. Se ne vedo una rimango incantata a guardarla per un po’: immagino percorsi, cerco gli occhi azzurri dei laghi, i nomi che abbiano qualcosa di evocativo. Mi piace l’idea di essere contenuta da un territorio e nello stesso tempo di riuscire a contenerlo con lo sguardo, in silenzio. Mentre mi concentro in quella visione dall’alto, faccio vagare il pensiero in una dimensione immaginativa nuova.

Forse è per questo che tra le figure più affascinanti per me ci sono gli esploratori. Esplorare è prima di tutto un viaggio della mente. Non implica solo una sfida con territori remoti e non accoglienti, ma anche un continuo contatto con se stessi, un continuo corpo a corpo con la solitudine e il silenzio.

Il silenzio è proprio il titolo del bel saggio di Erling Kagge, primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e primo a raggiungere i “tre poli” (Polo Nord, Polo Sud e una cima dell’Everest). Il libro è un viaggio alla scoperta di un’intima necessità che sta acquattata dentro ognuno di noi. Ognuno soddisfa il proprio bisogno di silenzio nei modi più diversi: andando in biblioteca, rimanendo seduti in chiesa, godendosi la visita a un museo. Qualcuno non lo soddisfa per niente, perché non sa ascoltarlo. Al MAXXI di Roma c’è un’istallazione di Mario Merz che riproduce un igloo, o meglio un igloo matrioska che ne contiene altri, sempre più piccoli e tutti di vetro. Freddi ma pieni d’energia: li guardi e pensi all’uomo, alla dimensione dell’abitare, del sentirsi protetti, contenuti in un silenzio quasi prenatale. Il critico Harald Szeemann ha definito Merz «Solitario, nomade e visionario».

Kagge parla della sua esperienza al Polo Sud: «L’Antartide è il luogo più silenzioso in cui sia mai stato. Sono andato da solo al Polo Sud, e in quel paesaggio monotono che si stendeva davanti a me a perdita d’occhio non si udivano altri rumori umani se non i miei. Da solo, sul ghiaccio, circondato da un grande nulla bianco, riuscivo a sentire e a percepire il silenzio». Laggiù tutto era così uniformemente bianco da trasformarsi in una tabula rasa. Un intero continente diventava «uno stato della fantasia». Immaginandomi l’esploratore solitario, mi è subito tornato in mente Robert Walser, lo scrittore svizzero morto nel 1956. Walser anelava alla scomparsa. Aveva cominciato a scrivere con caratteri sempre più piccoli (i suo celebri “microgrammi”) e a matita: una scrittura sempre più vicina all’evanescenza. Forse desiderava avvicinarsi al luogo in cui le parole non sono più sufficienti a cogliere il mistero dell’esistenza. Walser è morto il giorno di Natale. Si è allontanato dall’ospedale psichiatrico di Herisau, dove viveva da molti anni, per una delle sue solite passeggiate ed è morto nella neve, immerso in un nulla bianco e silenzioso che ha inghiottito la sua fuga.

Si apprezza il silenzio intorno a noi solo quando si inizia a trovare e ad amare il silenzio dentro di noi. Il silenzio che è innanzi tutto una sensazione. Kagge ha chiesto a un calciatore che percezione dei suoni si ha in campo durante una partita. L’attaccante ha risposto che, nel momento esatto in cui tocca la palla per fare gol, smette di sentire quello che c’è intorno nonostante sia circondato dal fragore di un intero stadio. Tutto diventa muto per qualche secondo. Il silenzio è qualcosa che noi stessi riusciamo a creare. Creare, come lo ha creato Marina Abramović in molte delle sue performance. Dal 14 marzo al 31 maggio 2010 è rimasta immobile, fissando negli occhi migliaia di visitatori senza dire una parola. La performance s’intitolava The artist is present. La forza magnetica del silenzio, la sua capacità ipnotica. L’Abramović ha studiato il silenzio. è andata a comprenderlo e a trovarlo dentro di sé in lunghi soggiorni nei monasteri, e poi nel deserto. Chiunque sia stato in un deserto ha sentito la potenza di essere inchiodati a se stessi e nello stesso tempo in fuga dal mondo: ogni parte del corpo si è messa a risuonare in modo inedito.

Il deserto, il mare, le vette. Nel suo Elogio della fuga, Henri Laborit spiega quanto sia necessario andarsene, allontanarsi dalle costrizioni sociali per ritrovarsi in modo più autentico. Vila-Matas nel suo Dottor Pasavento parla del mito della scomparsa, spesso identificato con alcuni luoghi simbolici come la Patagonia. In un passo racconta come per avanzare sia necessario rinunciare ad avanzare. Andarsene, svincolarsi dai condizionamenti. E quindi ritrovarsi in una situazione totalizzante di solitudine, silenzio, e libertà.

La fuga, però, la si può perseguire in tanti modi: non è necessario andare nel deserto o in capo al mondo. La si può costruire con l’immaginazione, ritrovando il silenzio che c’è dentro di noi. Per Kagge «chiudere fuori il mondo non significa ignorare quanto ci circonda, ma l’esatto contrario: volerlo vedere con maggiore chiarezza, mantenere una direzione e cercare di amare la vita». Sottrarsi all’irrequietezza dell’“èra del rumore” ci porta a contatto con una dimensione più autentica di noi stessi. Si può andare al Polo Sud, ma anche starsene seduti su un divano a sferruzzare a maglia, oppure tagliare la legna, o chiudersi in una cantina a fare la birra.

Le commesse che lavoravano negli shopping center più esclusivi di New York vivevano soprattutto nel Bronx e ad Harlem. Arrivavano al lavoro con largo anticipo, per entrare di nascosto nel reparto libri. Leggevano i romanzi che non si potevano permettere, creando una bolla di beatitudine, una piccola fuga destinata a durare fino a quando il grande magazzino non apriva e il rumore cominciava a saturare ogni spazio e ogni momento. Il silenzio non è solo relax, non è solo la “sala del silenzio” costruita in Danimarca; non è solo un momento di tranquillità che si può concedere – come leggo in una guida di Berlino – nella Raum der Stille, la stanza del silenzio che si trova alla Porta di Brandeburgo.

Ci sono silenzi che urlano, come L’urlo di Munch, altri che indicano lo scambio più sincero tra due persone. Nel silenzio c’è qualcosa simile a una perla, direbbe Kagge. C’è l’inesprimibile. Se le parole a volte distruggono l’incanto, nel non detto si aprono nuovi impensabili orizzonti. Come dice un personaggio del film di Roberto Andò, Le confessioni: «l’ultima forma di libertà è il silenzio».

 

Erling Kagge, Il silenzio, Einaudi Stile Libero, pp. 120

 


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