15 dicembre 2017

Il “social network” paleolitico

Sembrerebbe che Edward, il geniale e adorabile protagonista del famoso romanzo di Roy Lewis Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (1960), che aveva imposto ai figli di sposare donne di altre famiglie per favorire il rimescolamento genetico, sia esistito veramente, e in epoca davvero molto remota: «Certo che è scomodo – spiegava Edward al figlio riluttante –: non lo nego. Ed è una cosa nuova. Ci vorrà un po’ di tempo per farci l’abitudine... se mai ci si riuscirà. Ma non si può costruire un bacino d’acqua senza creare barriere, inibizioni, frustrazioni, complessi. L’idea me l’hanno data i castori».

Un team internazionale di scienziati guidato dalle università di Cambridge e Copenaghen, sequenziando il genoma completo dei resti di quattro umani anatomicamente moderni ritrovati a Sungir, in Russia, e risalenti al Paleolitico superiore, è giunto a conclusioni simili a quelle dello scherzoso romanzo di Lewis. Il genoma dei quattro Sapiens – un maschio adulto, due più giovani e un terzo incompleto, probabilmente anch’esso adulto – vissuti circa 34.000 anni fa e che furono verosimilmente seppelliti insieme, dimostra infatti come essi non avessero un grado di parentela più vicino di quello di cugini di secondo grado: una scoperta sorprendente e del tutto contraria alle attese iniziali, che ha indotto gli studiosi a ipotizzare che già in quell’epoca antichissima, precedente l’invenzione dell’agricoltura, i Sapiens evitassero gli accoppiamenti tra consanguinei. L’ipotesi è dunque che piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, composti da una ventina di individui, mettessero in atto strategie culturali sofisticate per entrare in connessione con altri gruppi e creare in tal modo una ‘rete sociale’ ampia ed eterogenea, che includesse circa 200 individui, così limitando l’endogamia (un comportamento non dissimile da quello delle odierne tribù di cacciatori-raccoglitori): cosa che invece, a quanto pare, non facevano i Neanderthal, come suggerisce l’analisi del genoma ricostruito da un esemplare dei monti Altai, in Asia.

I ricercatori, che hanno pubblicato il loro studio su Science, sottolineano che l’ipotesi per essere confermata esige approfondimenti maggiori, poiché si potrebbe anche immaginare un comportamento atipico del gruppo neandertalense di cui faceva parte l’esemplare preso in esame, per esempio che vivesse isolato e fosse impossibilitato a entrare in contatto con altri gruppi. Tuttavia vi sono ulteriori indizi che favoriscono l’idea dell’incrocio di partner tra Sapiens sin da quei tempi così lontani, ossia la grande copia di oggetti ornamentali rinvenuti nel sito paleolitico russo, che forse venivano utilizzati per stringere e consolidare ritualmente i rapporti tra i vari gruppi, se non addirittura come segni distintivi di ciascun nucleo, per facilitare il riconoscimento tra diversi: una produzione di oggettistica culturale mai riscontrata fino a oggi tra i Neanderthal. Se tale, fascinosissima supposizione fosse confortata da altri dati, avremmo un elemento in più per comprendere per quale motivo i Sapiens abbiano prevalso sui Neanderthal, e quanta importanza abbia avuto per la sopravvivenza della nostra specie una delle sue capacità più tipiche: quella di ‘fare rete sociale’ e interconnettersi.


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