24 ottobre 2012

Il terzo occhio indiano

di Vanda Biffani

C'è una cosa che noi occidentali ci ostiniamo a non vedere, quello che accade nelle tre superpotenze in via di espansione: India, Cina e Brasile. Quando immaginiamo l'India non realizziamo sia la nazione che vanti la paralisi elettrica più grande della storia in questa fine di luglio: 20 dei 28 stati corrispondenti a 600 milioni di anime, poco meno di un decimo della popolazione del pianeta, immerse nel buio e nel caos, un'economia catapultata nel panico a causa di uno sviluppo così repentino da mettere in affanno le risorse. Nello stesso tempo però Indra Nooyi, l'amministratore delegato della Pepsi Cola, è considerata la donna più potente del pianeta; nell'area di Bangalore, le case produttrici di software si pregiano dell'appellativo di Indian Silicon Valley, mentre è un po’ di tempo che i film realizzati a Bombay (e non solo) superano per incassi quelli prodotti a Hollywood, non solo a causa della recessione occidentale e per l'espansione dei mercati asiatici dove le produzioni USA non interessano, ma anche per la capacità di creare opere di grande qualità che noi chissà perché continuiamo a ignorare. Accade anche che la crescente nazione abbia problemi ambientali così accelerati e non ancora controllati da far registrare l’aumento di alcune patologie infantili. Ma ci piace pensare che il paese, anagraficamente secondo solo alla Cina, non sia insensibile al fenomeno e che l'ambiente scientifico,  e anche quello fotografico, cerchino di rispondere al problema. In un campo specifico, testimoniamo oggi una iniziativa bellissima e che potrà forse sorprendere. Venerdì 5 ottobre, ha aperto i battenti, presso la Galerie Romain Rolland alla Alliance Française di New Delhi, "Eye Wide Open", una mostra con immagini di fotografi non vedenti. Difficile per un vedente superare la diffidenza nei confronti di fotografi non vedenti. Significa penetrare la superficie dei loro lavori per capire l'inconscio, riconsiderare le certezze generate dalle proprie esperienze. Denota accettare la sinergia mentale che crea immagini grazie a stimoli altri dalla vista. Naresh, è un adolescente ipovedente al terzo anno di corso, "guarda" la foto di un ragazzo in bicicletta in riva al mare esposta in modalità tattile, didascalie in Braille e con il supporto della descrizione audio. Intervistato dichiara con distacco: "Potrei farla anch'io, se la strada fosse libera". Come a dire, io arrivo a vedere fotograficamente, ma sono in grado coloro che guidano di vedere me e non investirmi? Cieco dall'età di due anni, può partecipare alla mostra fotografica grazie al sostegno della istituzione Blind with camera School of photography. Partecipa dal 2006 al workshop che ha come fine quello di disegnare "le immagini nella propria mente", organizzato da Infinite Ability e Beyond Sight Foundation (gruppo composto da disabili presso la University College of Medical Sciences). Partho Bhowmick, fondatore della sede a Mumbai di Beyond Sight, si prende cura di lui e di altri 20 adolescenti. Lavora per un anno prima che un allievo possa acquisire le competenze per fotografare utilizzando i sensi che ancora conserva. Fino al 2006, Bhowmick era un fotografo che occasionalmente aiutava i non vedenti nell’attraversare la strada. Grazie alla fotografia ha portato il suo contributo nella disabilità trasformando un limite in capacità espressiva. Da un'intervista apprendiamo che fu ispirato casualmente comprando una rivista fotografica che illustrava i lavori di Evgen Bavcar, il fotografo sloveno non vedente più affermato del mondo; fu la folgorazione. Contattò l'autore e influenzato dal suo lavoro e filosofia, apprese. Chiese lui: "Perché qualcuno che non può vedere sente la necessità di fare fotografie?" La risposta circa il bisogno umano di immagini di Evgen fu semplice: "Quando possiamo figurare le cose che ci circondano, noi esistiamo. Non si può appartenere a questo mondo, se non lo si può immaginare in modo personale. Quando un cieco dice 'immagino', vuol dire che ha una rappresentazione interna della realtà esterna" http://www.timeoutintensiva.it/download/92_Bavcar%20il%20fotografo%20cieco.pdf . In fondo, l'essenza della fotografia in sé: rappresentare il mondo per come lo avvertiamo individualmente. Partho si confrontò con altri fotografi ciechi nel mondo e con gli insegnanti che avevano dato loro gli strumenti per fotografare portando a termine un sistema di apprendimento che è sfociato poi nella sua scuola. Al momento, oltre 200 non vedenti sono addestrati in tutta l'India grazie al suo metodo. Raggruppa i non vedenti in tre categorie: i nati ciechi, i ciechi acquisiti (che hanno perso la vista da piccoli e non ne hanno memoria) e gli ipovedenti, coloro che possono usare il loro residuo visivo. Usano la fotocamera come estensioni di loro stessi, per esplorare il mondo visivo e raggiungere una maggiore comprensione, mentre registrano la loro percezione e punto di vista. I ciechi acquisiti hanno ricordi di una vita vedente ma volti e sembianze si erodono sfigurando col tempo. Il cammino è apparentemente lento poiché intimo. Li lascia prendere confidenza con la sede che li accoglie, l'AF di Delhi. Poi distribuisce telecamere a gruppi di due o tre ragazzi affinché gli studenti stabiliscano un contatto attivando i sensi: sorvolano i pulsanti con i polpastrelli, soppesano la lente, annusano la gommina del mirino, ascoltano curiosi il rumore a tagliola dell'otturatore e nel buio capiscono. La foto analizzata da Naresh è stata scattata nel 2009 da Ravi, cieco dalla nascita, una persona che quindi non ha mai percepito le immagini con la vista. Aveva sentito il rumore delle ruote avanzare e seppur confuso dal fracasso delle onde, era stato egualmente in grado di catturare l'immagine del ragazzo in bicicletta http://in.blouinartinfo.com/news/story/830433/photographer-partho-bhowmick-teaches-the-visually-impaired-how . Naresh aveva sperimentato il telefono cellulare una volta. "Ho provato a riprendere mio zio, ho catturato solo un orecchio" dice. Agli studenti è chiesto di seguire i suoni, individuare i soggetti attraverso il tatto tenendo la macchina ben ferma e diritta. Naresh sente il fruscio degli alberi, il calore del sole e costruisce mentalmente lo schema delle foglie sui rami investite dai raggi. Una si stacca e lo sfiora mentre plana, lui calpesta il selciato e sente la presenza di altre foglie, le fotografa. Le persone con gravi problemi di vista (314 milioni nel mondo) hanno difficoltà nel concepire la profondità di campo, possono ricreare la scena intorno a loro tastandola, sentendo il calore sulla pelle. Ascoltando i rumori e gli odori intuiscono lo spazio che li circonda, ma se lo scenario che fa da sfondo è silente, resta avvolto nelle tenebre come se non esistesse. "La fotografia mi aiuta a vedere" sostiene un allievo. La mostra composta di 42 fotografie scattate dai partecipanti al workshop degli ultimi sei anni sarà aperta fino al 18 ottobre. http://www.blindwithcameraschool.org/ .


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