3 maggio 2020

Il virus e la lingua perduta

 

Luigi Pirandello, che di queste cose se ne intendeva, forse avrebbe detto che ci sono momenti, nella vita di un uomo o di una collettività, in cui la Vita prende il sopravvento sulla Forma. L’emergenza è uno di questi momenti: un cataclisma o una rivoluzione scuotono l’assetto formale di uno Stato, facendo emergere poteri sostanziali che poi andranno a cercare e trovare nuove forme di legittimazione.

 

Ma per essere più terra terra: di fronte a un’emergenza qualsiasi, mettiamo la necessità di soccorrere urgentemente un ferito, nessuno starà a controllare se il conducente di un’automobile abbia o no la patente di guida. In quel momento, conta solo che l’autista sappia veramente guidare un’automobile, al di là se abbia o meno il titolo che lo autorizza a condurre un veicolo.

 

È già ci scappa la frase formale: “condurre un veicolo”, parole che nessuno pronuncia quotidianamente, semmai usa solo nel linguaggio formal-burocratico. D’altra parte, siamo il Paese in cui il biglietto dell’autobus non si timbra, ma si “oblitera il titolo di viaggio”.

 

Molti italiani hanno immaginato che l’emergenza sanitaria da Covid-19 avrebbe spazzato via, non tanto la burocrazia, ma prima ancora quel linguaggio che è essenza e vestito della farraginosa macchina ufficiale e amministrativa italiana. Un colpo d’ala che avrebbe fatto fuori parole e termini partoriti nei secoli da generazioni di mezzemaniche, da figure gogoliane annidate nei meandri del corpacciuto e polveroso Stato italiano.

 

Ma non è andata così. La finta digitalizzazione all’italiana ha sostituito al timbro la firma digitale, lo scanner ha preso il posto del messo notificatore, ai termini incomprensibili dell’apposito modulo prestampato se ne sono aggiunti altri per ottenere l’accesso telematico. E chi ha provato in queste settimane ad entrare nel sito dell’Inps può testimoniare che il lavoratore è colui che fornisce “prestazione occasionale”, mentre la madre che mette sotto contratto una baby sitter viene chiamata, non si sa perché, “utilizzatore”. Va da sé che la burocrazia digitale, col suo sistema binario, risulta molto più ottusa di quella umana.

 

L’emergenza sanitaria ha rinvigorito, non si sa perché, un linguaggio pedante e ufficiale. Anzi, si sa: parole polivalenti e amorfe risultano utili per mascherare sotto una parvenza di legalitarismo l’effettivo svuotamento di diritti fondamentali. E dentro ogni italiano è riaffiorato un Azzeccagarbugli pronto a interpretare la disposizione di legge o di regolamento, per capire quali sono e dove gli spazi di libertà, cosa fare e cosa non fare. Come sempre, all’oscurità della parola che nasconde la discrezionalità del potere di controllo, si è contrapposta la discrezionalità del cittadino che sa benissimo quanto la norma sia restringibile o estensibile alla massima misura.

 

Lasciando perdere l’ambiguità del termine “congiunti” (in seguito precisato nell’ancor più sfuggente “affetto stabile”) per definire coloro che si potranno incontrare dopo il 4 maggio – ambiguità calcolata, non casuale, perché permette di restringere o allargare a piacere la cerchia dei congiunti – basta prendere una delle più recenti edizioni dell’autocertificazione.

 

“Autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 e 47 Dpr N. 445/2000”. Già in testata ci sono riferimenti arcani a chi non mastica codici e pandette. In altre parole è solo un modo per ribadire che questa autocertificazione è regolata da un decreto del presidente della Repubblica di venti anni fa (il numero 445) che per snellire molte pratiche consentiva di sostituire ai certificati (di nascita, residenza, eccetera eccetera) una dichiarazione dello stesso interessato.

 

Dopo aver indicato nome, cognome, residenza, “il sottoscritto”: non io, o il Sig. o la Sig.ra, ancora il “sottoscritto”, dichiara sotto la propria responsabilità “consapevole delle conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci al pubblico ufficiale (art. 495 del codice penale)”. Cosa dichiara? Che sta andando da un posto all’altro per lavoro, per necessità, per motivi di salute.

 

Insomma un foglio – inventato e adottato in questo modo solo in Italia, rispetto al resto del mondo occidentale - per dire semplicemente che il cittadino si sposta da qui a lì, per una delle ragioni previste. Ma per fare questo è necessario “essere a conoscenza delle misure di contenimento del contagio vigenti alla data odierna e adottate ai sensi degli artt. 1 e 2 del decreto legge 25 marzo 2020”. E naturalmente, “come previsto dall’art. 1, comma 1, lettera b) del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 22 marzo 2020”. In un solo foglio sono elencati sette articoli e un comma di quattro diversi provvedimenti, senza dimenticare eventuali ordinanze regionali.

 

L’effetto collaterale del Covid-19 è stato il rafforzamento della Forma sulla Vita. La lingua impastoiata dell’amministrazione, solenne e opaca, come un antico rito misterioso, è servita a imbrigliare le libertà individuali. Ai sensi degli articoli e dei commi sopracitati.

 

 

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Immagine: Faldoni di documenti e file in ufficio. Crediti: Stock-Asso / Shutterstock.com

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