24 giugno 2014

Imparare il greco facendo l'amore con una sirena

di Antonio Armano

Il professore di lingue morte si suicidò per poterle parlare, ironizzava Longanesi. Il grande grecista Rosario La Ciura si tolse la vita buttandosi in mare ma non credeva affatto che il soggetto dei suoi studi fosse un idioma inerte e defunto. Eppure in qualche modo si gettò dal Rex, salpato all'alba dal porto di Genova e diretto a Coimbra, per potere di nuovo parlare il greco degli antichi, tornare alla sorgente della civiltà e forse fuggire dal piano inclinato del mondo che scivolava verso la guerra. Era infatti diventato docente a 27 anni, aveva superato l'esame per la cattedra di greco all'università di Pavia, dopo un'estate di studio disperatissimo e confuso interrotto da tre proficue settimane d'amore con una sirena che erano state come secoli di conoscenza. Per tutta la vita aveva resistito al richiamo, sapendo che alla fine avrebbe ceduto.  Gli arabi chiamavano “pianura proibita” la semplicità che si raggiunge solo con il talento e la sapienza e fa apparire cristalline le cose più complesse. Per raccontare storie impossibili come quella del professor La Ciura che preparò l'esame di greco nelle limpide acque del Mediterraneo facendo l'amore con un essere metà donna e metà pesce, vale a dire interamente divino, nel senso pagano del termine, occorrono i mezzi narrativi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e forse anche lo stato di ispirazione e alterazione in cui si trovava mentre moriva l'anno 1956. L'autore del Gattopardo ha appena incassato il rifiuto per il romanzo che vedrà la luce solo postumo. Non sa ancora di avere i giorni contati: non sa che se ne andrà a luglio, proprio nella stagione dell'amore tra La Ciura e Lighea, e non sa che Il Gattopardo verrà pubblicato l'anno successivo, vincerà il premio Strega e diventerà uno dei testi più celebri della letteratura italiana del '900. Si trova immerso nel limbo invernale che segue il rifiuto editoriale e precede la diagnosi funesta e trova la calma e la forza per scrivere alcuni racconti, tra cui La sirena, anche noto come Lighea, dal nome della creatura che ne è protagonista. Rosario La Ciura è un grecista carico di anni e di titoli accademici honoris causa in tutto il mondo – da Nova Delhi a Salamanca –, vive a Torino, frequenta un malinconico caffè di via Po e sputa continuamente: “una specie di Ade popolato da esangui ombre di tenenti colonnelli, magistrati e professori in pensione. Queste vane apparenze giocavano a dama o a domino, immerse in una luce oscurata il giorno dai portici e dalle nuvole, la sera dagli enormi paralumi verdi dei lampadari; e non alzavano mai la voce timorosi com’erano che un suono troppo forte avrebbe fatto scomporsi la debole trama della loro apparenza”. Nello stesso caffè arriva un giovane conterraneo, che fa il giornalista alla Stampa, si chiama Paolo Corbera ed è appena stato lasciato dall'amante. La ragazza ha scoperto che il giovane ha un'altra relazione e se ne è andata dopo avere cercato di cavargli gli occhi e avergli dato del meridionale infedele e traditore. La cosa è arrivato all'orecchio dell'altra amante e il giovane si è ritrovato completamente solo. Nel malinconico caffè di via Po i due, Corbera e l'illustre grecista, che è stato pure senatore del Regno, fanno amicizia, in una Torino nebbiosa e fredda. Il grecista si trova alla vigilia del viaggio in nave e si apre pian piano al giovane che oltre a essere conterraneo – palermitano per la cronaca – rappresenta l'ascoltatore ideale in quanto non cerca di millantare una cultura classica ma è altresì consapevole della incolmabile distanza culturale e svuotato dagli abbandoni. La Ciura invita a casa Corbera che vede la biblioteca del professore dove non manca Undine, il racconto romantico di Friederich de La Motte Fouqué sull'amore infelice e impossibile di un'ondina, uno spirito acquatico del folklore tedesco, per un umano, e ha costituito la base di altri testi di drammatici amori anfibi compresa Rusalka musicata dal ceco Dvořák. Corbera chiede al professore perché sputi così spesso – mentre legge, fumando il toscano, riviste straniere – e lui risponde così: “I miei sputi sono simbolici e altamente culturali; se non ti garbano ritorna ai tuoi salotti natii dove non si sputa soltanto perché non ci si vuol nauseare mai di niente”. Siamo nel '38, l'anno cupo delle leggi razziali e del patto di Monaco, ma non mancherebbe in nessun tempo, che non sia quello della culla della civiltà, la saliva per riempire la sputacchiera e scaracchiare di continuo. Se l'amore raccontato da de La Motte Fouqué è infelice e impossibile, romantico in una parola, quello di Tomasi di Lampedusa è di una limpidezza classica in ogni senso e privo di tormenti. Il 27enne studente che rischiava di impazzire preparando l'esame per la cattedra di greco a Pavia riceve da un amico l'offerta di studiare in una casupola in riva al mare, vicino a Catania. Ogni giorno prende una barchetta e va a studiare cullato dalle onde e dal vento marino, recupera la freschezza mentale. Mentre studia, sente inclinarsi la barca e si ritrova la sirena stillante accanto, richiamata dal greco ripetuto ad alta voce: “Riversa poggiava la testa sulle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva quel che ho mal chiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà giovanissima. Eravamo in ombra ma a venti metri da noi la marina si abbandonava al sole e fremeva di piacere. La mia nudità quasi totale nascondeva male la propria emozione”. Per tre settimane Lighea e Sasà – come veniva chiamato Rosario – si amano: “Non è lecito, non sarebbe d’altronde pietoso verso di te, entrare in particolari. Basti dire che in quegli amplessi godevo insieme della più alta forma di voluttà spirituale e di quella elementare, priva di qualsiasi risonanza sociale, che i nostri pastori solitari provano quando sui monti si uniscono alle loro capre; se il paragone ti ripugna è perché non sei in grado di compiere la trasposizione necessaria dal piano bestiale a quello sovrumano, piani, nel mio caso, sovrapposti”. Quando Paolo Corbera viene a sapere della scomparsa, durante il viaggio sul Rex, del professore, dell'illustre grecista, pensa che finalmente La Ciura ha seguito il richiamo di Lighea: “Tu sei bello e giovane; dovresti seguirmi adesso nel mare e scamperesti ai dolori, alla vecchiaia; verresti nella mia dimora, sotto gli altissimi monti di acque immote e oscure, dove tutto è silenziosa quiete tanto connaturata che chi la possiede non la avverte neppure. Io ti ho amato e, ricordalo, quando sarai stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì, perché sono ovunque, e il tuo sogno di sonno sarà realizzato”. Non lo ha fatto al primo incontro, che si è concluso con la naturale scomparsa di lei, il 26 di agosto, mentre imperversava la tempesta, ma alla fine della vita perché il racconto di Tomasi di Lampedusa è soprattutto una storia di ritorno, una vicenda che supera il tempo nel rischio dell'oblio, come la letteratura o lo studio delle lingue classiche che qualcuno chiama morte. I libri del professore, lasciati all'università di Catania, marciscono nel sottosuolo: “ed essi vanno imputridendo”. Con queste parole si conclude il racconto e sono anche queste le ultime parole incise dallo scrittore siciliano. In un registratore Grundig, Tomasi di Lampedusa ha letto il racconto. La prima parte risulta sfocata ma nella restante la voce da stentata si fa quasi stentorea e ci avvolge. La registrazione è stata riversata da Feltrinelli in un audiolibro e in qualche modo la storia di Lighea ci arriva superando l'oceano del tempo (direbbe Bram Stoker). Questa di Lighea e del suo autore è una storia di fuga dalle umane e misere faccende, di ricerca della semplicità primigenia pagana, di ritorno alla culla della civiltà ma anche una storia sul mistero della conoscenza e della creazione, sul fragile modo in cui si producono e si tramandano, sull'equilibrio enigmatico che le governa facendole scomparire nel nulla o rendendole eterne, sui libri che imputridiscono oppure sopravvivono, su povere carte destinate a dissolversi con chi le ha scritte o a diventare dei classici.


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