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12 ottobre 2017

Impressioni dal Grand Tour

di Giovanni Negri da Brusciano

Incrociando per strada lo sguardo curioso di un turista, per un attimo, ci distraiamo pensando che siamo appena entrati nel viaggio di qualcun altro. E mentre proseguiamo a passo svelto, rimuginiamo sul fatto che in città c’è ancora qualcuno felice di perdersi, che passa le giornate a osservare, che sorride spesso, che si sveglia di buon umore e che cammina con il naso all’insù commuovendosi ai piedi di una statua.

Nel XVII secolo, non esisteva alta o bassa stagione per viaggiare. Chi nasceva in una famiglia aristocratica d’antan, terminati gli studi classici, se il cuore (non la valigia) era pronto, poteva partire per il Grand Tour (il giro per l’Europa). Ad aspettarlo c’erano tutti i luoghi, le culture, i simboli e i paesaggi che aveva studiato sui libri. Per questo motivo, più che un viaggio era un ritorno. Tutti, o quasi, partivano con l’intenzione di fare esperienza di ciò che fino a quel momento avevano solo visto nei quadri o ascoltato nei racconti e che aveva contribuito a formare un’impronta sedimentata nell’animo di ogni studioso. Insomma, una lunga gita scolastica di fine anno, o come diremo oggi “uno stage all’estero”, fuori dai confini della propria patria.

Elisabetta I d’Inghilterra istituì addirittura borse di studio per i giovani maggiorenti affinché potessero intraprendere un viaggio anche di tre anni lontano da casa; perché l’educazione dei giovani era un vero e proprio affare di Stato. Si attraversava La Manica, Parigi, Lione e poi l’Italia, quindi Venezia, Firenze, Roma, Napoli e la Sicilia. Oggi, di queste tappe conserviamo i ricordi, i racconti, gli aneddoti e le impressioni di quei giovani curiosi che hanno contribuito a formare una corposa letteratura di viaggio.

Sempre a cavallo, con fratello minore e cognato al seguito, attraversò l’Italia Michel de Montaigne, acuto scrittore e arguto filosofo francese che, dopo aver visto Roma, si diresse nelle Marche passando per l’Umbria, dove rimase stupito della vegetazione: «mille diverse colline, rivestite ovunque di ombre, di ogni tipo di frutteti e delle più belle biade che possano esistere, le più belle valli, un numero infinito di torrenti, case e villaggi sparsi qua e là, colline dove non esiste pollice di terra inutile». Tanta fu la meraviglia che così concluse: «credo che nessun dipinto possa rappresentare un paesaggio così ricco», insomma, qualcosa di irripetibile e insondabile. Del resto, l’autore dei Saggi aveva fatto dell’ignoto la sua bussola, tant’è che, a chi gli chiedesse del viaggio, rispondeva: «so bene quel che fuggo, ma non quel che cerco».

Non si fece mancare il Grand Tour il barone di Montesquieu, nonostante fosse impegnatissimo a cambiare il mondo con la sua teoria sulla separazione dei poteri dello Stato di diritto. Girò per l’Europa ad affascinare belle e spiritose donne ma rimase sedotto dall’Italia, e soprattutto da Napoli, dove assistette al miracolo della liquefazione del sangue di S. Gennaro. Scettico racconta che la moltitudine di baci dei fedeli sul reliquiario di vetro impediva uno sguardo attento sul sangue sciolto. Ma il barone «che pensa sempre e fa pensare» – come lo definì il suo amico Voltaire – rimase comunque incantato dal sollievo che il miracolo produsse sulla gente in chiesa, incredulo pensò che fosse quello il vero miracolo.

L’Italia, «il paese dove fioriscono i limoni» dirà Goethe. La terra delle esperidi nell’immaginario collettivo dei viaggiatori, il luogo dove la Storia inaugura la civiltà. Chiunque intraprendesse il Grand Tour faceva tappa in Italia, perché l’Italia era un luogo familiare, ove cercare l’unica verità che resiste al tempo, fatta di antichi testi classici di Virgilio, Orazio, Cicerone e Livio, tutti hanno la funzione di alleviare la distanza, ma soprattutto di aumentare il piacere del viaggio e di far riconoscere i volti delle emozioni. Ognuno dei travellers transeuropei aveva una personale immagine di idee nel cuore. Furono i ricordi a far partire il giovane Goethe, benché lui in Italia non ci fosse mai stato, ma al centro del suo cuore – dove risiede la memoria – il giovane Johann Wolfgang aveva i racconti, le pitture, i cimeli e le storie che il padre, sin da piccolo, gli aveva narrato del suo di viaggio in Italia compiuto anni prima. Goethe aveva bisogno di capire se le favole ascoltate da bambino fossero reali, per questo il suo viaggio fu sempre a mezz’aria tra il ricordare e il contemplare, una continua ricerca di vincoli più che di libertà, di legami più che connessioni, di verità più che illusioni, fino ad arrivare a scorgere l’uomo, prima della conoscenza e del bello.

Altre idee mossero invece Winckelmann, storico e archeologo tedesco. Per lui «Roma era la scuola per l’intero mondo». Studierà le opere con animo nostalgico, proiettato verso il bello ideale. Fedele alle statue e infedele al tempo, rimarrà astoricamente legato a quelle forme anche dopo la sua dipartita.

Quando nel 1775 giunse in Italia, il marchese de Sade era un fuggiasco, ricercato a causa di uno scandalo sessuale, l’ennesimo. Così mentre in Francia veniva eseguita la sua condanna al rogo in effigie, l’osceno marchese fece di necessità virtù e si dedicò al Grand Tour. Venezia, Torino, Napoli e Roma ove inseguiva le ombre di Nerone e di Tiberio rimpiangendo il passato: «qual mutamento, gran Dio! La signora del mondo è diventata la schiava delle nazioni e il popolo che faceva tremare l’universo vede oggi i buoi là dove i suoi avi facevano attendere i re». Il suo viaggio è tutto raccolto nelle epistole intestate a una nobildonna che probabilmente era lui stesso. Viaggiò da solo de Sade, sebbene con lui si muovesse la tetraggine delle sue ombre e proprio queste scandalose anime saranno i soggetti delle sue lettere come le bambine vittime sacrificali della lussuria per le strade di Napoli e i castrati, eunuchi cantori fiorentini; insomma, cronaca di un turpe tour del sottosuolo.

Volle con il Tour esprimere qualcosa anche lo scrittore Stendhal, ma ciò che non riuscì a dire a parole lo indicò con una sindrome: “la sindrome di Stendhal”. Per lui «la bellezza è una promessa di felicità» ma ciò che lo rese popolare al grande pubblico fu l’attacco di tachicardia e di vertigini che patì fino a stramazzare a terra dopo aver ammirato le tombe di Michelangelo, Alfieri e Galileo, capolavori di bellezza nella chiesa di S. Croce a Firenze.

Per secoli la voglia di espandersi, di vedere, di conoscere ha spinto queste anime anche oltre i confini della Storia, dove la parola collassa lasciando spazio al sentimento e la curiosità si confonde con i sogni, ma i sogni sono come le nuvole, senza di loro la terra sarebbe arida.

Questi luoghi, questi palazzi, queste piazze sono il centro nevralgico delle nostre giornate, la genesi del nostro mondo. È lì che nasce il nostro quotidiano come cittadini, sono i ritrovi dove ci incontriamo la sera, le scale delle chiese dove ci sediamo a bere o a baciarci fino al mattino. Dovremmo cominciare a rispettare il ricordo perché «non si tratta di conservare il passato ma di realizzare le sue speranze»- come Theodor Adorno ci insegna – ma per riuscire a farlo dobbiamo imparare a guardarci intorno.


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