13 settembre 2018

Incroci di storia

di Carlo Pulsoni

Nella canzone La storia siamo noi Francesco De Gregori afferma che è «la gente che fa la storia» e non solo i grandi protagonisti. Anzi in taluni casi la storia della gente comune può intersecarsi con la grande Storia che si legge nei libri. È quanto si verifica, ad esempio, nel libro di ricordi di Orio Ciferri relativo agli avvenimenti occorsi alla sua famiglia in svariati luoghi dell’Italia del Nord tra l’estate del 1943 e quella del ’45. Ciferri li ripercorre con estrema lucidità, accompagnandoli talvolta con un tocco di ironia e distacco dovuti alla condizione privilegiata di cui godeva la sua famiglia (il padre era un professore universitario).

Fin dalle prime pagine si percepisce lo sbandamento del suo nucleo familiare all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre: a partire dal padre, «il quale aveva un’attitudine un po’ ambivalente» prima, per poi maturare un convinto antifascismo che lo costringe ad abbandonare repentinamente Pavia; allo zio Carlo Arnulfo, mutilato di guerra del primo conflitto mondiale, «evidentemente antifascista», fino al cugino Claudio, che si colloca invece sull’altro fronte: «Claudio servì la Repubblica Sociale Italiana per tutta la durata restante della guerra. Raggiunse, forse, anche il famoso “ridotto della Valtellina”, luogo di raduno dei fascisti per l’ultima difesa, dove in realtà quasi nessuno si recò. Credo abbia partecipato a vari rastrellamenti, fu ferito ad una gamba durante uno di questi o nel corso di un bombardamento. Penso si sia sempre comportato da persona onesta qual era».

Orio descrive minutamente il percorso che lo porta all’antifascismo: partendo dalla sua “resistenza filatelica” («Maggiore era il numero di francobolli che si usavano per una data tariffa, maggiore era il danno economico che si procurava al regime che “pagava” con la stampa e la distribuzione di cinque francobolli quello che avrebbe potuto costargli un solo francobollo»), egli arriva a salvare degli ex prigionieri alleati aiutandoli nella fuga oltreconfine, intraprendendo anche azioni quasi belliche, come il lancio di una bomba a mano contro un soldato tedesco (che per ironia della sorte diventerà un suo collega genetista berlinese).

Ciferri racconta poi della sua amicizia con Piero Redaelli, lo “zio Piero”, personaggio con il quale la storia familiare si incrocia con quella nazionale: «Alla fine della guerra tornò a Milano come comandante di brigata: essendo nel frattempo diventato professore di anatomia patologica all’Università di Milano, ebbe il dubbio piacere di eseguire l’autopsia sui cadaveri di Mussolini e della Petacci, dopo che furono rimossi da Piazzale Loreto».

Lo stesso avviene con zio Emidio, fervente fascista, il quale «credeva fermamente nella “vittoria finale dell’Asse” contando soprattutto sulle nuove armi tedesche di cui era imminente l’utilizzazione». La confidenza dello zio terrorizza Orio che fa arrivare l’informazione, tramite un amico, al comando dei servizi segreti americani (il noto OSS, Office of Strategic Services), ma non viene creduto: «Fausto informò uno di questi, detto Camula, che riferì l’informazione a Lugano tornando indietro seccatissimo, perché sembra che gli americani dell’OSS. non solo non gli avevano creduto, ma gli avevano anche detto di non inventarsi delle storie per far credere di avere informazioni di particolare interesse».

Pur nella drammaticità dei ricordi, il libro non manca d’ironia: ad esempio, quando Orio racconta del trasferimento della sua famiglia in una frazione di Salò, e per di più in casa di una parente che aveva aderito alla Repubblica sociale italiana («Nessuno si sarebbe sognato di cercare la famiglia di un latitante antifascista nella capitale della Repubblica Sociale»), oppure quando ricorda lo sbalordimento degli abitanti di Alba all’arrivo degli americani il 28 aprile 1945. «La colonna si arrestò e scesero i militari: “gialli”; non erano americani bensì giapponesi. Delusione, dubbio, incredulità: su auto americane, vestiti da americani ma certamente non americani. Ci si domandò chi potessero essere. Non ci si aspettava il III Cavalleria o dei cow-boy da film western, ma gli americani sono bianchi, al massimo neri o rossi: gialli proprio no. Scoprimmo tempo dopo che facevano parte del 442° reggimento statunitense di fanteria, composto quasi esclusivamente dai cosiddetti “nisei”, cioè figli di genitori giapponesi ma nati negli Stati Uniti». E chissà se questo incontro non abbia determinato il futuro di Orio e della sua famiglia: sia suo cugino Flavio che suo figlio Ludovico sposeranno due donne giapponesi.

 

Orio Ciferri, Orio e gli altri. Di giovinezza e di guerra, Prefazione di Vittorio Emiliani, Verbania, Tararà, 2018, pp. 110

 

Crediti immagine: da Massimilianogalardi [CC BY-SA 3.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons


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