12 gennaio 2017

Istanbul del sottosuolo

Istanbul, Istanbul. Quante città con lo stesso nome dovremmo esplorare per capire qualcosa di più delle diversità e dei punti in comune che abbiamo con l’oriente?

C’è la Istanbul dell’attentato di capodanno al Reina, ma anche di quello all’aeroporto Atatürk o nel centro turistico di Sultanahmet. C’è la Istanbul di Erdoǧan . C’è Bisanzio, la Roma d’Oriente; c’è Costantinopoli. La città dalla bellezza sfacciata e quella dalle mille ombre. “Istanbul non è una parte di qualcosa, è il tutto in cui vari pezzi si mettono insieme” si legge in Istanbul Istanbul, uscito per Nottetempo nella traduzione di Anna Valerio e ultimo romanzo di Burhan Sönmez, tra i protagonisti della rivolta di Gezi Park nel 2013.

Reş at Ekrem Koçu, scrittore e studioso turco, aveva collezionato così tanti fatti bizzarri che nel 1944 iniziò a pubblicare in fascicoli l’Enciclopedia di Istanbul, testimonianza di un amore quasi inesauribile per una città piena di diversità e di disordine, e per questo lontana dalle classificazioni ordinarie. Gustave Flaubert, giunto a Istanbul nel 1850, fu subito colpito dalla grande quantità di persone che si riversava per le vie della città. “La bellezza della città era nelle sue folle: ovunque persone, rumori e luci”, si legge sempre in Istanbul Istanbul. In una lettera, Flaubert scrisse che Costantinopoli un secolo dopo sarebbe diventata sicuramente la capitale del mondo. In realtà, con la caduta dell’impero ottomano accadde il contrario. Con la fondazione della Repubblica, la cultura ottomana e i suoi sogni di grandezza svanirono. Le belle case dei pascià iniziarono a svuotarsi, a bruciare, a crollare per l’incuria. La tristezza di una cultura che moriva era dappertutto. La tristezza (hüzün), che secondo Pamuk è la caratteristica principale di Istanbul, si trova un po’ ovunque ancora oggi: nel legno delle vecchie costruzioni, nel volo dei gabbiani tra le cupole delle moschee, nelle fontane senz’acqua, tra il fumo dei battelli, a spasso coi cani randagi…

Istanbul, la metropoli sfavillante di forza e di vita, come testimonia la sua stupenda posizione sul Bosforo, ma nello stesso tempo la città della tristezza e dei segreti; del buio e del sottosuolo, come racconta ancora Burhan Sönmez. “Istanbul, Istanbul”: la città doppia, la città con un’eco inquietante. E così, mentre sopra la vita scorre con una parvenza di modernità, sotto va in scena la brutalità del potere. Quattro uomini nella stessa cella aspettano di essere torturati. Per non pensare, si raccontano le storie più strane e bizzarre; ingannano il tempo come in un Decamerone medio orientale. Un rivoluzionario, un barbiere, uno studente e un dottore. E mentre si leggono queste pagine balzano agli occhi le analogie con i fatti di cronaca. In questi giorni sono state rilasciate, dopo quattro mesi di prigionia, la scrittrice Asli Erdogan e la linguista Necmiye Alpay; ma nel frattempo è stato incarcerato il giornalista d’inchiesta Ahmet Sik. Arresto che a sua volta ricorda quello, avvenuto nel 2015, del direttore, del capo redattore e di tredici giornalisti del giornale d’opposizione Cumhuriyet.

Il dottore racconta di una anziana a spasso con un cane che lei crede essere una pecora: “Mentre la donna parla, tu guardi l’animale al guinzaglio. Che cosa vedi? Un cane o una pecora? Hai paura che a Istanbul un giorno cominciato nel dubbio sia la promessa di una vita piena di dubbi.” Come se il dubbio, la transitorietà fossero consustanziali alla città. Ricorda Pamuk che nel 1453 la città fu conquistata dal sultano Mehmet. Per alcuni quella data segna la caduta di Costantinopoli. Per altri la conquista di Istanbul. Caduta o Conquista. Quando il processo di occidentalizzazione era già stato ampiamente avviato e la Turchia era diventata un membro della Nato, molti turchi preferirono non sottolineare più l’idea di Conquista.

Un altro prigioniero racconta Istanbul come un luogo vasto che coltiva la distanza, tanto che dietro ogni muro c’è una vita diversa e dietro ogni vita c’è un muro diverso. Istanbul è un luogo inconoscibile, o almeno così sembra. Forse inconoscibile persino a sé stessa.

Le celle sostengono i muri della città soprastante, gli abitanti si aggrappano a una falsa felicità. Non rimangono che le proiezioni – in superficie così come nel sottosuolo. Il vecchio rivoluzionario si allunga per offrire ai compagni del tabacco. In mano non ha niente, ma gli altri prigionieri accettano la sua offerta, fanno finta di arrotolarsi una sigaretta e di fumare. Fanno finta di bere il tè, o la grappa. Il rituale della condivisione impedisce di affondare nella solitudine della paura. Tiene in vita.

“Dobbiamo riappropriarci del tempo, dobbiamo ricordare la verità alle nuove generazioni” dice il personaggio di uno dei racconti. Eppure nel libro di Sönmez non c’è alcun riferimento temporale. I protagonisti potrebbero far parte della presunta rete golpista di Fethullah Gülen. Ma potrebbero pure essere amici di quel farmacista, tra i personaggi della Donna dai capelli rossi, il nuovo romanzo di Pamuk, imprigionato e torturato negli anni Settanta per colpa delle sue idee liberali. Nessun riferimento, come se Istanbul ripetesse sé stessa dimenticando il passato, oppure attaccandosi a un passato pieno di splendore ma finito per sempre; come se la troppa storia fosse un fardello difficile da portare e invece che andare avanti fosse più facile sprofondare sempre nel sottosuolo.  Dice un personaggio di Sönmez “Istanbul è come un pozzo: profondo e stretto.” La profondità può intossicare, togliere aria, confondere.

Orhan Pamuk tuttavia fa un passo avanti. Interpreta il sottosuolo come uno scontro continuo con la cultura paterna (il governo, Dio, il sultano…). Nella Donna dai capelli rossi si mette in scena lo scontro tra padre e figlio, tra la laicità del genitore, e il conservatorismo e la religiosità del discendente. Dice Pamuk in un’intervista: “Naturalmente credo nella laicità e nell’umanità del padre liberale, io sono dalla sua parte. Però proprio quell’umanità richiede che si comprenda la mentalità conservatrice e autoritaria della persona che ha bisogno di un padre. È quello più confuso, perché non ha il genitore. Ecco, io ho voluto capire quella persona.” Chissà, forse, un dialogo tra le anime di Istanbul è ancora possibile.

 

Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul, Nottetempo, pp. 299

 


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