25 settembre 2015

Juan Rulfo: un labirinto di solitudini

Camminano sulla terra rigata e arsa con lo sguardo che spazia all’infinito, mentre il vento porta alle loro narici odore di gente, l’ipotesi di un paese, una specie di speranza.

Come in Ci hanno dato la terra (racconto della bellissima raccolta La pianura in fiamme), spesso i personaggi di Juan Rulfo, tra i più grandi scrittori messicani del Novecento, sono colti in viaggio su una strada senza limiti, tutt’uno con la loro vita solitaria. Sono struggenti e magnetici perché hanno la vocazione della solitudine, cercano di sfuggirle, ma sono intrappolati nel suo labirinto, come direbbe Octavio Paz. La solitudine è il loro destino, perché la terra, la natura, vince contro la loro volontà; anzi, la volontà non esiste. C’è solo la disperazione. Ognuno dei disperati di Rulfo è tanto grande quanto insignificante: “E la goccia caduta per sbaglio se la mangia la terra e la fa sparire nella sua sete”. Forse non a caso si dice che l’autore abbia scelto i nomi dei suoi personaggi leggendoli sulle lapidi del cimitero di Jalisco.

Solitudine è crudeltà, indifferenza alla violenza. Vuol dire essere più vicini alla morte, sentirsela a fior di pelle come l’amore. Solitudine è il silenzio, la fissità (“…pian piano le molle cedono e tutto rimane fermo, senza tempo, come se si vivesse nell’eternità”, Luvina, in La pianura in fiamme).

Solo è Juan Preciado alla ricerca del padre in Pedro Páramo, circondato da persone che si riveleranno spettri, da voci che rimarranno solo echi. Soli sono i personaggi del Gallo d’oro, la novella pubblicata da Einaudi nella collana Letture e scritta da Rulfo probabilmente negli anni Sessanta, ma pubblicata solo vent’anni più tardi. Prima, in una forma intermedia, adattata per il cinema nel 1964 da Gabriel García Márquez, Carlos Fuentes e Roberto Galvadón.

Nel Gallo de oro l’atmosfera è calda, caotica, rumorosa; ci sono i combattimenti dei galli, la loro furia maestosa, e gli spostamenti da una città all’altra; ci sono gli scommettitori, i mariachis, i pistoleros guardaspalle, il fumo, il mezcal; le cantadoras che con la loro voce accompagnano l’eccitazione dell’arena. Ma sono solo lo sfondo sul quale le solitudini s’incontrano.

Soprattutto c’è Dionisio  Pinzón  che, da miserabile banditore per le strade deserte di San Miguel del Milagro, si trasforma in commentatore nell’arena, e poi in padrone di un gallo vincente, in amministratore degli animali di Lorenzo Benavides, in abile giocatore di carte, in ambizioso vorace accumulatore di denaro, in superbo proprietario di un’immensa ricchezza… per poi tornare in miseria. Il destino circolare delle storie antiche, delle leggende. Dionisio vive la solitudine del suo destino senza opporre resistenza. Non gli accade nulla che non sia accidentale. Quando è lui a volere qualcosa, quando torna al suo paese con una lussuosa bara per dare più degna sepoltura alla madre morta poco tempo prima, nessuno riuscirà a trovare la tomba. Quella bara vuota sarà la sua eredità, lo seguirà ovunque come una premonizione.

C’è Dionisio e c’è Bernarda Cutiño, detta La Caponera, la cantadora col vestito a fiori e lo scialle di traverso come una cartucciera. Così sola, vagabonda e alcolizzata; così bella e libera da attirare chiunque. Compresa la fortuna.

La Caponera, che è il destino d’oro di Dionisio e anche la sua rovina, morirà sola su una poltrona, guardandolo giocare a carte. Ma quando lei si allontana la fortuna svanisce e, da ultimo, l’impero di Dionisio crollerà, la premonizione inizierà a manifestarsi.

Questa solitudine, narrata come in un discorso orale, è la forza di Rulfo. L’anima anche del suo stile esatto ed essenziale dietro al quale l’autore scompare, ogni giudizio rimane sospeso. E dove le parole sembrano fatte di vento, lo stesso che spazza le vie deserte e le assolate lande messicane.

 

Juan Rulfo, Il gallo d’oro, Einaudi, pp. 82

 


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