12 giugno 2019

Kalateh Khij, Khij, Qich Qal‘eh: scrigno di tesori lungo la via della seta

di Giuseppe Labisi

«Vieni anche tu, ospite […] Prova, dunque, scaccia i tormenti dal cuore. Il tuo cammino non è più così lungo»

(Odissea, Libro VII)

 

Iran, piana di Bastam, regione di Semnan. Una piana alle porte del Grande Khorasan, una terra intrisa di misticismo che ospita le spoglie mortali di due grandi uomini e sheykh sufi, Bayazid al-Bistami (morto nel IX secolo e seppellito a Bastam) e Abu al-Hassan al-Kharaqani (morto nel 1033 e seppellito a Kharaqan). Passando per questa piana, lungo la via della seta, vi potreste imbattere in un villaggio dal nome cangiante: Kalateh Khij, Khij, Qich Qal‘eh, situato a meno di 50 km da Bastam e incastonato in una valle abitata sin dai tempi più antichi. Arrivati in questo villaggio sarete accolti dai sorrisi degli uomini e delle donne che vi inizieranno a chiamare ‘amù, “zio”, e sentirete subito il calore dell’ospitalità avvolgervi e farvi scacciare “i tormenti del cuore”.

Il villaggio di Khij nasconde dei tesori che sfuggono a un passante distratto. Il primo di questi è il “Museo e alloggio eco-turistico Qich Qal‘eh”, voluto e realizzato da ‘amù Alì Khanjiri, un sognatore poliedrico che si è preso l’onere di raccogliere tutti gli oggetti della tradizione etnografica del villaggio di Khij e di musealizzarli inizialmente per sé e per la sua famiglia. E se è vero, come dice Brodskij «che la memoria ha in comune con l’arte […] la tendenza a selezionare, è il gusto per il dettaglio [...] La memoria contiene proprio i dettagli, non il quadro d’insieme», la casa di ‘amù Alì è diventata da meno di tre anni un vero e proprio “museo dei dettagli”.

«Ho iniziato a raccogliere sin da piccolo gli oggetti che la gente buttava, che considerava vecchi. Mi trovavo spesso ad andare a recuperarli nei cumuli di spazzatura abbandonati in mezzo alla strada, lì davanti agli occhi di tutti. Quando li raccoglievo – e li raccolgo tutt’ora – li sistemavo, pulivo e catalogavo con ordine e metodo, finché ho deciso di trasformare il piano inferiore della mia casa in un vero e proprio museo. Ora ci siamo trasferiti al piano superiore! Allora non avrei mai immaginato di creare un museo sul mio villaggio, finché un giorno mi venne a trovare un conoscente, all’epoca capo del Miràs Farhanghì di Semnan [“Organizzazione del patrimonio culturale, dell’artigianato e del turismo” corrispondente alle nostre Soprintendenze, n.d.r.], che mi convinse ad istituire questo museo che oggi tutti possono vedere».

Entrando scalzi in questa casa-museo (e come in ogni casa tradizionale persiana le scarpe si lasciano fuori e ci si siede per terra su dei bellissimi tappeti) si è subito investiti dalla “memoria dei dettagli” raccolti da ‘amù Alì. Ma, a differenza di altri musei etnoantropologici, gli oggetti della casa-museo di Khij vivono attraverso le parole e la passione di ‘amù Alì che vi spiegherà e vi farà toccare con mano la tradizione antichissima di questo villaggio. Sulle pareti di quella che un tempo fu la sua cucina,‘amù Alì ha appeso orologi a carica manuale, abachi in legno, borracce, teiere, vasi e un filatoio a mano tradizionale. In quello che un tempo era il salotto troverete invece pentoloni in rame, bottiglie, versatoi, utensili per la tessitura e lucerne, fra cui una particolarissima lucerna per qanàt (condotto idrico sotterraneo) e chiaramente i tappeti, i namàd, tipici di questa zona. Infine, nella terza stanza della casa-museo toccherete con mano chiavistelli, serrature in legno, forbici, bilance e mortai. Alla domanda sul perché abbia realizzato un alloggio eco-turistico ‘amù Alì spiega che lo ha fatto «affinché le persone possano fermarsi a Khij e godere a pieno della nostra ospitalità e dei nostri prodotti genuini».

 

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                                                                               Lampada da qanàt nel Museo e alloggio eco-turistico Qich Qal‘eh (foto di G. Labisi)

 

Il villaggio di Khij conserva tuttavia altri tesori: uno di questi è il suo centro storico, il suo “castello” immortalato in diverse foto della fine dell’Ottocento conservate nell’archivio fotografico del museo “Golestan” di Teheran. In queste bellissime immagini in bianco e nero, scattate lungo la via della seta, è possibile vedere ai piedi di un villaggio fortificato una moschea probabilmente safavide e delle belle case con merlature, archi ciechi e balconi costruite sui resti in mattone crudo di una collina archeologica (tepé).

Chiedo a ‘amù Alì cosa ne rimanga di questa bella fortezza e il suo grande sorriso mi lascia intendere che molta di quella bellezza non esista più, ma nonostante questo la visita al centro storico svela diverse bellezze in terra cruda. Durante la visita infatti “lo duca mio” svela l’anima di questo villaggio che, nonostante le distruzioni e i crolli (l’antica moschea non esiste più e le belle case sono in rovina), conserva dei bellissimi esempi di architettura di epoca qajar. Dentro le case dalle porte moderne e i muri in cemento si nascondono infatti delle stanze intonacate in bianco con delle decorazioni floreali stilizzate e nicchie circolari che richiamano l’astrattismo europeo, ma che hanno nella loro funzionalità la loro spiegazione.

Credenze, forni, fori per serrature in legno, sedili per telai, soppalchi, epigrafi di fondazione e preghiere di protezione: tutto ciò si conserva ancora fra le case del “castello”, ma la scoperta più straordinaria è l’accoglienza sincera delle anziane che sole si fanno custodi di questo patrimonio. «Mi sento completamente al loro servizio – dice ‘amù Alì – e faccio tutto ciò per loro che sono la nostra tradizione, sono i nostri valori più sinceri. Ho paura che quando loro non ci saranno più, tutti questi valori se ne andranno con loro!».

 

 

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                              Cortile di una casa tradizionale di Khij (foto di G. Labisi)

 

Prima di lasciare Khij ‘amù Alì mi mostra un monumento all’interno del cimitero: tannùr-e Fateméh Zahrà (“il forno della splendente Fatima” – la figlia prediletta del profeta Maometto), un Imàm-zadéh – di datazione incerta, con pianta quadrangolare e poggiante su una fondazione in conglomerato – che tutt’ora viene utilizzato dalle donne del villaggio come luogo di preghiera, un luogo carico di devozione e suggestioni. La giornata volge al suo fine, il sole tramonta anche su Khij, ma il sorriso di ‘amù Alì e il calore della sua gente fanno sperare ancora in un’umanità genuina aperta verso ciò che è “altro”.

Imàm-zadéh Tannùr-e Fateméh Zahrà, Khij (foto di G. Labisi)

Immagine di copertina: Interno del Museo e alloggio eco-turistico Qich Qal‘eh (foto di G. Labisi)

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