25 gennaio 2018

Kentridge ‘basta e avanza’

Sfugge alle definizioni univoche l’artista sudafricano William Kentridge. Dal disegno all’immagine in movimento alle arti plastiche, dal collage alla performance al teatro, alla musica all’opera, il suo lavoro si esplicita in una molteplicità di linguaggi, in una polifonica interazione tra mezzi, che attraverso la contaminazione e la giustapposizione acquisiscono e convogliano valenze inattese. Due elementi percorrono però trasversalmente il suo operare, la centralità del disegno come principio base del processo creativo e la natura ‘politica’ del progetto artistico, spesso inestricabilmente legato alla tormentata storia del suo Paese d’origine.

Notissimo in tutto il mondo, lo è diventato ancor di più in Italia quando nel 2016 ha lasciato a Roma su un tratto di Lungotevere di circa 500 metri Triumphs and laments, un monumentale ‘graffito’ ottenuto in negativo togliendo la patina di smog e di polvere che si era depositata negli anni sul travertino dell’argine fino a renderlo quasi nero: un itinerario visionario nella storia e nell’identità della città, tra Romolo e Remo, Bernini, Mastroianni, Giorgiana Masi, Pasolini e molto altro ancora; un’installazione per sua stessa natura ‘transitoria’, destinata nel tempo a venire ricoperta di nuovo e a rimanere solo nel ricordo di chi l’ha potuta osservare.

Nel 2017 Kentridge ha ricevuto anche in Spagna un riconoscimento importante, il Premio Princesa de Asturias de las artes e fino a marzo 2018 a Madrid il Museo Reina Sofia offre la possibilità di aprire una ‘finestra’ insolita sull’opera (e sul modo di operare) di Kentridge attraverso la sua attività teatrale come regista, scenografo, costumista. Kentridge. Basta y sobra, attraverso tre rappresentazioni teatrali e quattro allestimenti di opere liriche, mostra il lavoro dell’artista nel rileggere, adattare e piegare i grandi classici alla contemporaneità, immergendoli nei drammi della sua epoca e della sua terra; come in Woyzeck on the Highveld (1992), Faustus in Africa! (1995) e Ubu and the Truth commission (1997), personalissime rivisitazioni di Büchner, Goethe e Jarry, in cui i personaggi danno voce alla tragedia del colonialismo, allo sfruttamento dei deboli, alle innumerevoli violazioni dei diritti umani. E ancora ne Il ritorno di Ulisse in patria (1998) di Claudio Monteverdi, nel Naso (2010) di Dmitrij Šostakovič, nella Lulu (2013) di Frank Wedekind e nel Wozzeck (2017) di Alban Berg, dove l’uso di video, scenografie che prevedono ingranaggi e strumenti a vista, disegni, costumi e altro ancora produce sinergie e intrecci che accentuano la dimensione attuale e politica del dramma in corso, sovrappongono le prospettive, creano un sistema dinamico di cui lo spettatore tiene a suo modo le fila.

Nel frattempo Kentridge è già al lavoro su un nuovo spettacolo, The head and the load, con musiche di Philip Miller, che sarà presentato nella seconda metà del 2018: performance, musica, danza, canto e video per raccontare la Prima guerra mondiale da una prospettiva africana.


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