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11 settembre 2018

L’11 settembre di Victor Jara e gli altri

De nuevo es septiembre, dolor que se siente,/ es de madrugada, te espera la muerte./ No habrá más consuelo para este dolor./ No habrá nunca olvido por lo que pasó.

Isabel Parra, Como una historia, a Victor Jara

 

Nel corso del golpe in Cile dell’11 settembre 1973, che mise fine alla ‘via cilena al socialismo’ di Salvador Allende e che instaurò uno dei regimi più brutali della storia dell’America Latina, Victor Jara fu prelevato dall’università insieme a diversi studenti e professori, condotto e torturato nel campo di concentramento approntato nell’Estadio Chile, oggi a lui intitolato, e qualche giorno più tardi ucciso. La dolcezza della sua voce, con cui cantava in un linguaggio semplice storie di contadini e operai piene di umanità, era così odiata dal regime che fu ordinata la distruzione di tutte le matrici delle sue incisioni.

Comunista, amico di Pablo Neruda, Jara era uno dei maggiori esponenti della Nueva canción chilena, un movimento che si richiamava alla ricerca di Violeta Parra e che coniugava il recupero della tradizione folklorica a un forte impegno politico e sociale. Molti altri interpreti di questa corrente caddero vittime della dittatura di Pinochet – chi ucciso, chi imprigionato, chi costretto alla fuga, chi all’esilio –, che nella sua furia anti-intellettualistica e anti-comunista impose il cosiddetto apagón cultural, l’oscuramento culturale, con una violenza pianificata ancora inusitata in America Latina e mutuata dai metodi nazisti. Furono chiuse case discografiche ed emittenti radiofoniche, distrutte registrazioni di diverse band, epurate cattedre universitarie di musicologia e folklore, vietati tutti i generi musicali in cui s’intravedevano elementi politici di sinistra. Furono addirittura dichiarati sovversivi alcuni tipici strumenti musicali andini, come la quena, il charango e il bombo, e a Tito Fernández, tra i pochi che per fama pregressa continuarono a lavorare, fu imposto di eliminare le parole “lavoratore” e “operaio” dai suoi testi.

La diaspora che ne seguì ebbe almeno il merito di far partecipare vivamente le opinioni pubbliche internazionali a quanto stava accadendo. Quando i militari entrarono nel Palacio de La Moneda, gli Inti-Illimani erano a Roma e i Quilapayún a Parigi. Si misero in salvo anche Patricio Manns, che riparò a Cuba, dove pubblicò le Canción sin límites, un LP che racconta la nostalgia della patria (per esempio in Cuando me acuerdo de mi país); Osvaldo Rodríguez, che fuggì a Praga, dove continuò un’intensa attività culturale di musicista, studioso e saggista; i due figli di Violeta Parra: Isabel, che fuggì in Francia, da dove narrò il dramma degli esuli, e Ángel, che dopo un periodo di prigionia andò in esilio dapprima in Messico e poi in Francia; e altri.

Anche in patria la musica, e in particolare quella del Canto nuevo, ‘figlio’ della Nueva canción chilena, rimase mezzo di opposizione. Nacquero circuiti clandestini e un mercato pirata di cassette (anche con registrazione di interi programmi radiofonici, come quelli di Radio Liberación), si riuscirono a introdurre i brani di espatriati o di cantautori engagé stranieri, come il cubano Silvio Rodríguez, attraverso la casa discografica Alerce di Ricardo García. Inoltre, grazie al sostegno della Vicaría de la solidaridad, l’organizzazione voluta da Paolo VI per prestare assistenza ai perseguitati, furono promosse dietro etichette insospettabili, come il festival Una Canción para Jesús, iniziative a cui anche artisti invisi furono invitati: fu il caso degli Illapu, altro gruppo all’epoca noto che resistette nel Paese fino al 1981, ma che dopo un tour all’estero non fu fatto rimpatriare.

Infine, anche nei campi di concentramento la musica rappresentò un mezzo di resistenza, quantomeno alla individuale disperazione. Lo stesso Jara, durante la detenzione nello stadio, trovò il modo di scrivere una canzone terribile poi intitolata Somos Cinco mil. E recentemente i canti dei detenuti sono stati raccolti in un archivio digitale, intitolato Cantos Cautivos e ideato dalla ricercatrice, figlia di due esuli, Katia Chornik: vi si possono scoprire i brani commoventi composti nei campi da Sergio Vesely, Víctor Canto e Luis Cifuentes, Tino Carrasco e molti altri, noti o sconosciuti.

 

Crediti immagine: da Lion Hirth (User:Prissantenbär) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

 


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