02 ottobre 2014

L'Amleto ironico venuto dall'Iran

Come fare a pezzi «l’immortale Amleto di William Shakespeare»: si prendano un Amleto psycho killer, tra il Jocker di Heath Ledger e i matti di Lewis Carroll; un’Ofelia nera, non bella e ingenuotta; un Polonio fulvo, mefistofelico spin doctor e gran visir della censura; un Claudio-testa rasata con l’impermeabile lungo di pelle nera; una Gertrude bionda-svampita; un Laerte spastico, innamorato della sorella; un fantasma di Amleto, il «vero Amleto», cioè il re appena morto, burroso e scapigliato; un «Rose» e un «Guild» con problemi di «chakra bloccati» e di stipsi; un becchino tuttofare, agghindato come un rugbista e capocomico del gioco scenico. Così il Quantum Theatre Group di Teheran ha fatto di una tragedia una commedia: «Tutto ciò che sapete di Amleto fino a oggi, dimenticatelo», dice provocatoriamente il regista Arash Dadgar. «Il nostro Hamlet è ironico, cattivo, surreale, grottesco… e iraniano». Date le premesse, sarebbe difficile non sfornare un pastiche furbetto e strampalato, eppure questo spettacolo, in scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano fino al 4 ottobre, è struggente: raramente capita di assistere a un allestimento tanto necessario, e di percepire tanta urgenza espressiva e sensibilità negli interpreti, i bravissimi Mehran Emambakhsh, Hesam Manzour, Behrouz Kazemi, Ammar Ashoori, Mohammadreza Aliakbari, Amin Tabatabai, Shabnam Farshadjoo, Khosrow Shahraz, Sanaz Najafi, Amir Rajabi, Mehrab Rostami. «Il lavoro di riscrittura e adattamento ci è costato quattro anni; a me è pure venuto un ictus», continua Dadgar. «Poi un giorno, magicamente, l’opera è esplosa, come un vulcano. Shakespeare è il mio autore contemporaneo iraniano: è un’esplosione atomica, è l’entropia e il caos che regolano i rapporti umani». Il teatro del Quantum Group, come una scienza delle nanoparticelle, vuole «far vedere quello che non si può vedere e, come la fisica, lavora sul concetto di spazio-tempo, di percezione interiore, soggettiva e non lineare del tempo. Ci penso sempre quando contemplo il cielo stellato: la luce che vediamo adesso dalla luna è stata, in realtà, generata un minuto fa, quella del sole otto minuti fa e quella di Andromeda proviene da migliaia di anni luce fa. Quando guardiamo il cielo, vediamo il passato». E questo Hamlet, pur senza cielo e senza stelle, ambientato in uno spazio ctonio e claustrofobico, gronda di passato, lacrime e sangue: «Uccidere è l’essenza della Danimarca», un Paese-cimitero che vive sulle spalle degli antenati e cammina sui suoi cadaveri. Si muore senza motivo, con il sorriso sulle labbra o per colpa di una tenda tirata male: in questa patria, in questa terra dei padri, la «parola preferita è morte». D’altronde «che ti aspetti da un padre che chiama il figlio con il suo stesso nome?». C’è del marcio dappertutto: «Ogni giorno c’è un Attila, ogni giorno c’è una Kabul. In Iran abbiamo 3000 anni di storia, che puntualmente vengono resettati ogni 50 anni, e dobbiamo ricominciare da capo. Eppure, tutte le civiltà si sono incontrate e mescolate sul nostro suolo». Parimenti sul palco è un tripudio di contaminazioni e citazioni, un felice melting pot di colori e culture, un crogiuolo di tradizioni, Oriente e Occidente: dalle donne velate ai jingle hollywoodiani, dai riferimenti cristologici ai miti greci, dalle gag metateatrali a una bellissima scena spuria di Romeo e Giulietta, dalle suggestioni brechtiane alle imprecazioni a Dio: «Ho deciso di pregare ma non so che dire». La drammaturgia di Shahram Ahmadzadeh è densa e pensosa e il Farsi, la lingua in cui si recita, ha una sonorità immaginifica e straniante, che incredibilmente coniuga le seduzioni mediorientali con una certa asprezza mitteleuropea. La Danimarca è come la Persia e «l’Iran come l’Italia», chiosa il regista: «Sono entrambi paesi vecchiotti, amano il cibo, la cultura e l’incertezza, il caos, i sottotesti». Ma se gli si chiede conto della censura in patria, si schermisce: «Ogni territorio ha le proprie regole. Se non riuscissi a lavorare emigrerei. Tuttavia, non potrei mai vivere in uno stato tranquillo, dove tutto è preciso e pulito: mi si bloccherebbero i sogni e le emozioni. Certo, all’inizio dell’allestimento ho ricevuto lo stop da parte del Ministero della cultura perché, dicevano, “Amleto è un testo troppo politico”. Allora ho invitato i funzionari alle prove, e li ho fregati, convincendoli che l’opera parla di umanità: è un compendio universale delle contraddizioni della natura umana… Poi l’artista non è un giornalista, e non mi piace che l’Iran venga pubblicizzato così male in giro per il mondo. Noi veniamo finanziati dal nostro paese, eppure possiamo fargli la linguaccia». Il suo Hamlet, infatti, è uno spettacolo irriverente, squisitamente e potentemente politico: «Dopotutto, anche Leonardo da Vinci era un abile politico, solo che non si è mai fatto scoprire in quel ruolo».


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