1 agosto 2019

L’Archivio Valeri della Fondazione Cini

di Carlo Pulsoni

Il 27 novembre 1976 moriva a Roma, lontano dalla sua Venezia, il poeta e critico letterario Diego Valeri. Se sono in parte note le vicende della sua vita - anche se Valeri era solito affermare: “Non è nelle mie abitudini, parlare tanto di me” -, molto ancora si ricava dall’esame della corrispondenza a lui diretta.

Tra i mittenti troviamo i più importanti intellettuali e scrittori, non solo italiani, del periodo. Partiamo innanzitutto dal poeta Ezra Pound, per il quale Valeri redige alla metà degli anni Cinquanta un appello per liberarlo dal manicomio criminale nel quale è rinchiuso (Liberate il poeta Pound). Nel 1931 Pound lo aveva esortato a scrivere un bilancio sulla poesia francese contemporanea che potesse dar conto di autori quali Cocteau, Aragon, Péret, rispetto ad altri già celebrati come Gide, Claudel. Pound vede infatti in Valeri “un giudice sensibile che sta fuori di tucti chiesuole”, certamente in grado di stabilire se questa nuova poesia francese ha valore per l’Italia. Nel 1938 Pound propone a Valeri di collaborare alla rivista “Broletto” con tre articoli sulla coeva letteratura francese (tra i nomi menzionati ancora Cocteau, ma anche Cravet e Romains), preferendolo al “distintissimo e celebre Romanziere”, ovvero Curzio Malaparte. Per restare agli autori stranieri il 27 agosto 1942 Hermann Hesse gli invia una missiva comprendente tre poesie, di cui una versione di Bericht des Schülers, con ogni verosimiglianza caratterizzata da una variante testuale rispetto al testo definitivo.

Se si passa agli italiani notevole è l’imbarazzo della scelta, dal momento che si rinvengono le firme di Pavese, Malipiero, Bellonci, Mondadori, Bassani e così via. Limitandoci ad alcuni sparuti esempi, prendiamo la lettera su carta intestata del Gabinetto Vieusseux del 22 settembre 1932, cofirmata da Eugenio Montale e Alessandro Bonsanti. Il primo gli raccomanda “l’amico Adolfo Felix di Praga che si occupa di poesia italiana e vuole leggere qualcosa di tuo”, mentre il secondo si augura di incontrarlo quanto prima a Firenze (“L’autunno fiorentino è molto bello”). Oppure la toccante confessione di Giorgio Caproni dell’8 luglio 1968: “Sto attraversando un periodo di grande sfiducia e di grande scontentezza (ma sono mai stato contento di me?). Una scontentezza ingiusta che investe tutta l’epoca attuale, che mi par così refrattaria, così tecnologicamente refrattaria, alla poesia. Ha ancora un senso scrivere versi, credere in certe cose non dimostrabili scientificamente e non immediatamente utili al benessere? Se apro un tuo libro qualsiasi, tu mi rispondi immediatamente di sì, mi rispondi che “la pittura verbale” (come a pag. 59 delle tue bellissime Conversazioni italiane chiami la poesia del Poliziano), in quanto esistente, non può non avere un ufficio. Non me lo dici esplicitamente, ma me lo suggerisci, come me lo suggerisse ogni tuo verso. E allora riprendo un poco di fiato, di fiducia”.

Questo immenso tesoro, oggi conservato presso la Fondazione Giorgio Cini dell’Isola di San Giorgio Maggiore di Venezia, attende di essere analizzato con attenzione e acribia filologica. Per facilitare il lavoro, la Fondazione Cini mette a disposizione degli studiosi - italiani e stranieri – co-finanziamenti e borse di studio, nonché la possibilità di risiedere nell’isola presso il Centro Vittore Branca. Per tutte le informazioni si può consultare il sito https://www.cini.it/centro-branca oppure scrivere a centrobranca@cini.it.

 

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