20 giugno 2017

L’Ofer di Luca Lombardi, questioni universali ed eterne dell’umanità

di Michele Napolitano

Oltrepassata da poco la soglia dei settant’anni, Luca Lombardi è oggi uno dei compositori più significativi del panorama italiano e internazionale. Devo all’amichevole mediazione di Andrea Fornaciari, direttore d’orchestra, il magnifico pomeriggio che abbiamo passato insieme la settimana scorsa a Marino. Un pomeriggio di prima estate, con il lago di Albano a riempire lo sguardo, attonito per la bellezza straordinaria della vista: prima nel trionfo pieno delle cinque, poi nella distesa calma del crepuscolo, quando il riverberante scintillio delle acque del lago investite dalla luce del sole aveva ormai lasciato posto a un grigio cupo e smorto, senza movimenti né voci. Di lontano, in alto, dall’altra parte del lago, Castelgandolfo: prima folle di sole, poi anch’esso, come le acque del lago, ridotto a scabro, muto profilo di chiese e di case.

Difficile condensare in poche righe il percorso artistico di Lombardi. Formatosi a Roma, con Armando Renzi, e a Firenze, con Roberto Lupi, a Vienna già nel 1964, nel 1968 approda a Colonia, dove studia con Karlheinz Stockhausen e Bernd-Alois Zimmermann. Tra i suoi maestri figurano anche Boris Porena e Paul Dessau, a Berlino. Il rapporto, mai interrotto, vitalissimo, con la cultura tedesca trova ulteriore conferma nella laurea in germanistica conseguita in ‘Sapienza’ nel 1975 con una tesi su Hanns Eisler, poi pubblicata da Feltrinelli. Ha insegnato presso i conservatori di Pesaro e Milano, ha ricevuto commissioni da istituzioni e teatri di ogni parte d’Europa. Ha scritto con costanza di musica: una raccolta di suoi scritti, Construction of freedom and other writings, è uscita a Baden-Baden nel 2006 per le cure di Jürgen Thym. La prestigiosa rivista tedesca Musik-Konzepte gli ha dedicato nel 2014 un numero doppio. Ha ricevuto numerosi premi e onorificenze. È membro della Akademie der Künste di Berlino e della Bayerische Akademie der schönen Künste di Monaco di Baviera. Il catalogo delle sue composizioni ammonta ormai a più di centosessanta titoli.

Un regesto, quanto si voglia secco e di necessità selettivo, che dice però, mi pare, ad abundantiam della non comune ricchezza del tragitto di Lombardi, il quale è adesso impegnato nella composizione della sua nuova opera per il teatro, Ofer. Un’opera in quattro atti, la sua quinta, dopo Faust. Un travestimento, Dmitri, oder der Künstler und die Macht, Prospero e Il re nudo, che svela un altro tassello importante del percorso umano e artistico di Lombardi: il suo rapporto con Israele e con la cultura ebraica. Ofer si basa infatti su un libretto tratto da un romanzo di David Grossman, Ishà borachat mi - bessorà ("Una donna in fuga da una notizia"), tradotto in italiano con il titolo A un cerbiatto somiglia il mio amore. Un libretto, in ebraico, scritto dallo stesso Lombardi in stretta collaborazione con l’autore del libro da cui proviene. Inutile, qui, ripercorrere la vicenda del romanzo, che è del resto ben nota ai lettori di Grossman, numerosi anche in Italia. Interessante, piuttosto, quanto Lombardi scrive a chiusa di una breve scheda relativa all’opera che ho avuto grazie alla sua cortesia: «se nel libro come nell’opera il destino di Orah, Ofer e Avram è indissolubilmente legato alla storia e al destino di Israele, va però detto che le questioni trattate riguardano anche altri paesi e altre epoche, essendo esse questioni universali ed eterne dell’umanità». Una nota che sembra prefigurare un lavoro più attento a costanti esistenziali che volto, come è accaduto spesso in passato a Lombardi, non solo in lavori pensati per il teatro, a riflettere sulle vicende della politica e della storia. L’opera, giunta a uno stadio di elaborazione ormai avanzato, non tarderà ancora troppo a pervenire a compimento: il suo approdo a teatro costituirà senza dubbio alcuno quello che si dice un evento.

A Ofer, della quale, nello scorso mese di ottobre, Andrea Fornaciari e Natalie Lithwick hanno offerto, presso la galleria AlbumArte di Roma, un significativo assaggio, devo, in fondo, il mio incontro con Lombardi: un incontro al quale penso, appunto, da quel pomeriggio di ottobre. Chi voglia, troverà in rete, su YouTube, il concerto pilota del quale ho appena detto: in audio e in video. Chi ascolti anche soltanto la lunga melopea che si snoda nel primo dei tre frammenti sarà colpito, credo, da ciò che colpì me quel pomeriggio di ottobre: un trattamento della voce che privilegia la linea al punto, per così dire. Che sviluppa, cioè, il discorso lungo il filo della melodia piuttosto che puntare all’aforismatico, all’episodico, al fratto, con ogni possibile attenzione al timbro, all’inflessione, all’espressività della voce umana. In una dimensione lontana, però, dalle radicali desemantizzazioni di tanta avanguardia, e più che mai sensibile, invece, alla parola: al suo suono, certo, ma anche al suo significato, al suo senso profondo. Una sensibilità che spiega, direi, il ricorrere costante, nella musica di Lombardi, musica strumentale compresa, di riferimenti a stazioni significative della produzione letteraria europea moderna e contemporanea: Mallarmé, Neruda, Majakowskij, Sanguineti, ma anche Goethe e Shakespeare, senza dimenticare il Lucrezio del De rerum natura, protagonista di due composizioni per voci e strumenti nate tra il 1998 e il 2002.

È questa, mi sembra, una costante del comporre, in Lombardi: non solo ove a essere coinvolta sia la voce, peraltro, ma anche nei pezzi pensati per organici strumentali (valgano per questo, su tutti, i due straordinari Quartetti per archi) o per strumenti solisti, il pianoforte su tutti. Se è vero che spesso il discorso prende le mosse da elementi strutturali di estrema semplicità: ora una scala, ora un trillo, ora un accordo, è altrettanto vero che le cellule elementari di partenza vengono regolarmente sottoposte a procedimenti di elaborazione che, attraverso soprattutto la ripetizione e la variazione, procedono in termini architettonici, costruttivi, con un occhio costantemente attento alle forme della tradizione. Lucidissimo, a questo proposito, il bel testo scritto da Giancarlo Cardini a corredo del CD Luca Lombardi. Piano Works (1963-2003), edito dall’etichetta Continuo nel 2015 (CR115), una preziosa antologia di pezzi pianistici messa insieme da Alessandra Ammara, Alessandra Gentile e, appunto, Cardini: un testo che riconosce nella musica di Lombardi il tentativo di «far convivere equilibratamente le conquiste linguistiche delle avanguardie con certi elementi storici di tipo formale, armonico, costruttivo».

Nella densa intervista con Wolfgang Korb che chiude il citato fascicolo di Musik-Konzepte a lui dedicato Lombardi parla a lungo di questa specifica prerogativa del suo comporre, legandola, come Cardini, alla categoria di tradizione: «Questo procedimento compositivo, che consiste nel lavorare con materiale ridotto, non ha molto a che fare con le tendenze della cosiddetta ‘Nuova musica’, con la minimal music, ad esempio. Si tratta, piuttosto, di un riconnettersi, in modo forse inconsapevole, almeno in principio, alla grande tradizione della musica tedesca: a Bach, dunque, a Beethoven, Brahms, Schönberg. Beethoven è un autentico maestro, sotto questo rispetto: con due sole note è stato in grado di comporre un intero movimento di sinfonia, se non una sinfonia intera, la Quinta. E questo è ciò che conta, per me: il fattore costruttivo, il comporre come costruire. Non, dunque, la scoperta del nuovo a partire dal campo infinito delle possibilità, ma lo sviluppo di un pensiero musicale a partire da un nucleo. Si tratta di qualcosa che ha molto a che fare con l’organico, in qualche modo: qualcosa che mi fa pensare al materiale del quale sono fatte tutte le creature viventi, comprese le piante. Il materiale di fondo non è in alcun modo semplice: è elementare. E tutto procede da un singolo elemento». Una riflessione che ci condusse a parlare di Thomas Mann: del passo, formidabile, che chiude il terzo capitolo del Doktor Faustus evocando gli esperimenti naturalistici di Jonathan Leverkühn. E il procedimento compositivo del quale ho appena detto non potrebbe essere illustrato meglio che in forza dell’ascolto del mirabile Klavierduo per due pianoforti (1978/1979): un pezzo, sul quale non ho qui modo di soffermarmi, che il lettore potrà rintracciare senza difficoltà scorrendo la sezione ‘Media’ nel sito www.lucalombardi.net. A Marino è stato lo stesso Lombardi a proporcene l’ascolto, spartito alla mano: un’esperienza che non dimenticherò.

Il nostro salutarci, al crepuscolo, dopo tre ore di conversazione, somigliava molto a un arrivederci. Che Ofer faccia presto a pervenire a componimento, dunque. E che nuovi incontri non tardino: Luca Lombardi ha saputo dire moltissimo, finora, e molto sembra ancora in grado di dire in futuro.

 


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