22 luglio 2016

L’annuario ISTAT-ICE

Una fotografia della posizione dell’Italia nel quadro generale dell’economia internazionale e una disamina puntuale del commercio estero e delle attività internazionali delle imprese. Per capire dove siamo, dove stiamo andando e quali prospettive sembrano aprirsi per il nostro sistema produttivo. È all’interno di uno spazio complesso, segnato non solo da variabili economiche ma anche da articolate dinamiche geopolitiche, che ci conducono il rapporto ‘L’Italia nell’economia internazionale’ redatto dall’ICE (Istituto per il commercio estero) e l’annuario ISTAT-ICE, per leggere in che modo il nostro Paese e le sue imprese si muovono nei mercati internazionali, reagiscono alle variazioni degli scenari mondiali e affrontano i delicati processi della globalizzazione. Il mondo – rileva la prima indagine - sta cercando faticosamente di venir fuori da anni difficili, ma la già fragile ripresa dell’attività economica globale ha subìto un rallentamento nel corso del 2015, in particolar modo nella seconda metà dell’anno. Quasi a segnare una ‘inversione dei ruoli’, sono state soprattutto le economie emergenti ad arrancare, con la Cina che pur crescendo del 6,9% ha fatto registrare il più basso incremento del PIL dal 1990, il Brasile in recessione e la Russia – per congiuntura economica ma anche a causa delle sanzioni legate all’annessione della Crimea – in difficoltà. Viceversa, sono stati gli USA a mostrare segnali incoraggianti sul fronte della crescita, mentre nell’Eurozona il recupero dell’attività economica è visibile ma procede a rilento.

In tale contesto l’Italia è attraversata da una ripresa incerta, che si avvale comunque del ritrovato sostegno della domanda interna; sotto il profilo degli scambi con l’estero poi, nel corso del 2015 il grado di apertura internazionale dell’economia è aumentato, pur restando inferiore rispetto agli altri Paesi europei di dimensioni comparabili. I dati relativi al commercio indicano un buon incremento rispetto al 2014 del surplus, passato da 41,9 a circa 45,2 miliardi di euro: di particolare impatto risulta il saldo positivo con il Nordamerica (24 miliardi), ma anche i saldi con il Medio Oriente (6,3 miliardi) e l’Africa Settentrionale (1,6 miliardi) sono migliorati sensibilmente, mentre si è ampliato il disavanzo con l’Asia Orientale (-9,2 miliardi). Principale partner commerciale resta di gran lunga l’Unione Europea, verso cui l’Italia ha destinato merci per un valore di 227,3 miliardi e da cui ha importato per 215,8 miliardi: il saldo, pur scendendo da 14,9 a 11,5 miliardi, è rimasto positivo. Le statistiche – rileva il rapporto sulla posizione del nostro paese nell’economia internazionale – tendono a dimostrare che l’Italia presenta quote di esportazione superiori alla media nei paesi dell’UE, grazie sia alla prossimità geografica degli interlocutori che all’assenza di barriere doganali, ma anche che tali percentuali sono ancora maggiori in mercati mediterranei come quelli dei paesi balcanici e dell’Africa del Nord, dove a favore dell’Italia – a parità di vicinanza geografica – gioca il ritardo con cui alcune di queste realtà si stanno inserendo nel sistema multilaterale degli scambi.

Ad approfondire ulteriormente la materia del commercio estero e delle attività internazionali delle imprese provvede l’annuario ISTAT-ICE, interamente consultabile on-line con i suoi grafici e quasi 1000 tavole statistiche. In un quadro contrassegnato dalla caduta del commercio mondiale di beni misurato in dollari ed espresso a prezzi correnti (-13,2%), cresce per l’Italia il valore in euro sia delle merci esportate (+3,8%) che di quelle importate (+3,3%), mentre risulta in leggero declino – ma sostanzialmente stabile – la quota di mercato del nostro paese sulle esportazioni mondiali di merci (da 2,84% a 2,79%). Tra i gruppi di prodotti manifatturieri in cui l’Italia detiene le maggiori quote di esportazioni, emergono in particolare i materiali da costruzione in terracotta (19,8%), i prodotti da forno e farinacei (12,8%), il cuoio conciato e lavorato, gli articoli da viaggio, i prodotti di pelletteria, le pellicce preparate e tinte (12,7%). Principali mercati di destinazione, Germania (12,3% delle esportazioni) e Francia (10,3%), seguite da Stati Uniti (8,7%) e Regno Unito (5,4%).

Estremamente numerosi sono stati poi gli operatori economici che hanno effettuato vendite di beni all’estero – 214.113 – a riprova della forte parcellizzazione del sistema produttivo italiano e della presenza di numerose imprese di piccole e piccolissime dimensioni. Disaggregando i dati, emerge tuttavia il peso specifico delle diverse categorie di attori economici: si scopre così che 133.615 ‘microesportatori’ hanno contribuito a un valore complessivo delle esportazioni pari allo 0,5% del totale, mentre 4225 ‘macroesportatori’ hanno rappresentato il 70,3% delle vendite complessive sui mercati esteri.

I dati segnalano dunque per l’Italia un complessivo progresso, in un contesto globale caratterizzato da notevole instabilità e a cui la Brexit ha aggiunto non poche incertezze. Tanto lavoro resta comunque ancora da fare per affrontare alcuni nodi strutturali. Sul fronte degli investimenti, l’Italia è diciottesima nell’European attractiveness survey di Ernst&Young, una posizione di retroguardia per l’ottava economia del pianeta. Ancora pronunciate restano poi le differenze tra le macroaree geografiche, con un Mezzogiorno in cronico ritardo sia nell’attrazione di investimenti esteri che nel campo dell’internazionalizzazione produttiva. Per vincere la sfida della globalizzazione, saranno dunque necessari un dialogo continuo tra istituzioni ed imprese e l’adozione di politiche in grado di valorizzare le grandi potenzialità del nostro sistema-paese. Questo perché – evidenzia l’ICE – ‘il rilancio della domanda interna appare come una condizione indispensabile per alimentare la ripresa in corso, ma l’aumento del grado di apertura internazionale del sistema economico resta il volano decisivo per promuovere l’innovazione e sostenere la crescita futura’.

 


0