03 dicembre 2014

L'arte di bruciare i libri

di Antonio Armano

Martedì prossimo verrà battuto all'asta a Londra un taccuino inedito di Dylan Thomas che il domestico della suocera aveva salvato dalle fiamme. Gli eredi del domestico lo hanno tirato fuori, dopo oltre mezzo secolo dal rifiuto dell'uomo di bruciare il quaderno a righe che ora vale tra i 120mila e 190mila euro. Il domestico si chiamava Louie King. Il taccuino è inedito ma non contiene inediti. Le poesie che vi sono scritte sono state pubblicate ma presentano varianti, correzioni, illustrazioni ed è una vera sorpresa che spuntino fuori nel centenario della nascita e a sessant'anni dalla morte di Thomas avvenuta negli Stati Uniti per una overdose di whisky durante un reading nel '53. Un nuovo episodio si è aggiunto allo sterminato capitolo della lotta tra fiamme e libri.

“Là dove si bruciano i libri, si finisce bruciando gli uomini” ha scritto il poeta tedesco Heinrich Heine nell'Almansor. La tragedia è passata alla storia solo per questa frase che è incisa sulla piazza di Berlino dove i nazisti hanno dato fuoco ai libri nel '33, e per il resto è caduta nell'oblio. Basta una parola per salvare un testo! O condannarlo a morte. Una scintilla per toglierlo di mezzo per sempre. Circa 25mila volumi sono finiti in fumo in quella che allora si chiamava Opernplatz. Compresi naturalmente i libri di Heine, il quale pur essendosi convertito al protestantesimo, era di famiglia ebrea. Opernplatz doveva diventare “il punto focale” di un'area in stile neoclassico della capitale. Focale sicuramente! La piazza si chiama oggi Bebelplatz e sulla pavimentazione si trova il pannello trasparente e luminoso con i versi del poeta tedesco, opera dell'artista Micha Ullman. In quella piazza, anzi sotto, mi sono scaldato ai limiti di quanto è concesso all'essere umano nella sauna dell'Hotel de Rome, ricavata nel caveau di un'ex banca. Mi chiedo se la luce azzurrognola della targa con i versi di Heine lampeggiava nella mente di Vargas Llosa alla fiera del libro di Bogotá, in Colombia, nel maggio scorso. Durante una conferenza uno spettatore ha interrotto il premio Nobel per contestarlo e strappare platealmente un suo libro. Mentre gli addetti della sicurezza cercavano di elidere la variabile impazzita, con il sostegno del pubblico, Vargas Llosa non si è scomposto e ha replicato dicendo: “S'inizia rompendo i libri, si finisce uccidendo la gente”. L'episodio ha fatto il giro del mondo. Dai telegiornali colombiani fino a Youtube , dove qualche commentatore di sinistra, nemico di Vargas Llosa per le sue posizioni politiche, ha scritto che l'intrepido contestatore avrebbe fatto meglio a tirargli “un puño en la cara”. Cioè a dargli un pugno in faccia come ha fatto García Márquez pare per gelosia. Per la cronaca – a quanto pare – Vargas Llosa ci aveva provato con sua moglie e quindi se lo meritava. Tra premi Nobel pare non usi scambiarsi la moglie. Il contestatore non poteva arrivare a portata di viso e neanche bruciare il libro ma ha potuto esibirsi nel gesto di distruggere un testo in pubblico e davanti alle telecamere. Un gesto che resta molto simbolico e spettacolare, una forma di tabù proprio perché la persecuzione delle idee è strettamente connessa a quella di chi le esprime. E tutto questo nonostante milioni di volumi, magari anche pregevoli ma invenduti, finiscono ogni giorno al macero per diventare carta riciclata nelle discariche delle parole ignorate. Almeno si salvano piante. Peraltro bruciare un libro non è così facile come sembra. Un libro è un ammasso di carta compatta, ma c'è anche l'inchiostro, la colla o la cucitura e la copertina può essere rigida o addirittura plastificata, difficile da bruciare anche se il libro ignifugo non è stato ancora inventato. S'intitola L'arte di bruciare i libri il capitolo di un prezioso e breve volume di Ambrogio Borsani, scrittore e storico dell'editoria, uscito di recente con Liguori. Il libro s'intitola invece Il morbo di Gutenberg. All'inizio del suo percorso patologico di bibliofilo, Borsani racconta di avere comprato l'intero magazzino d'un libraio milanese, migliaia di testi inclusi molti che davvero non avevano alcun interesse. Tipo la manualistica di dattilografia degli anni Quaranta. Naturalmente, anche se la malattia del bibliofilo era solo agli inizi, gli dispiaceva comunque distruggerli e così ha coinvolto amici e conoscenti per cercare di piazzarli. I volumi che davvero nessuno voleva sono così finiti dentro al camino. A furia di bruciare libri, Borsani è diventato un esperto, ha imparato a squadernarli per renderli meno compatti visto che non si può strappare foglio per foglio. Squadernarli o meglio aprirli a 360 gradi fino a evitare che si richiudano. Quando formano dei cilindri di carta più o meno stabili, vengono poi posti in piedi sul fuoco. Solo quando si è creata una brace libresca consolidata, è possibile mettere i volumi più tignosi come quelli patinati. Borsani era quindi diventato un maestro nell'arte del bruciare i libri, che poi ha abbandonato perché riguardava solo quel rimasuglio di magazzino milanese finito sul lago di Como nella casa di famiglia ormai vuota che non era male riscaldare. Ne avrà tratto un temporaneo piacere, fosse solo per il tepore. Alla Fahrenheit: “Era un gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia”.  In lingua originale: “It was a pleasure burning books”. Burning books... Suona maledettamente bene. L'immagine del libro buttato nel caminetto richiama le abitudini di Pepe Carvalho. Il detective creato da Manuel Vázquez Montalbán ha l'abitudine di buttare libri nel caminetto della villa di Barcellona dove vive quando non sta nello studio sulle Ramblas... Un po' come fumare la pipa per Sherlock Holmes ma non senza una spirito caustico dovuto alla sopravvenuta sfiducia nel libro come mezzo di conoscenza da parte dell'investigatore. Si tratta degli stessi libri che ha amato e letto, non di ingombranti oggetti indesiderati, magari frutto di regali o di altre circostanze che sfuggono alla volontà di ricevere e alla possibilità di accogliere, sistemare sullo scaffale, per mancanza di posto. Sdrammatizzare il rogo del libro, nell'era in cui le librerie straripano di titoli insulsi e solo in Italia si pubblicano un centinaio di nuovi titoli al giorno, va benissimo. Ma questo non significa che le minacce siano finite. I libri sono pericolosi. Perciò li bruciano (Rizzoli), pamphlet di Pierluigi Battista uscito di recente, vuole sfatare il luogo comune del libro “buono” ma soprattutto invitarci a guardare al piromane che è in noi o almeno accanto a noi. I roghi non si spengono mai, magari continuano sotto forma virtuale, e a tenerli accesi o riattizzarli non sono solo le forze conservatrici. Le forme più devastanti di oppressione culturale sono state praticate in Oriente, da regimi comunisti, rivoluzionari. Non dimentichiamo la Cambogia dove bastavano un paio di occhiali per essere considerati intellettuali e dunque pericolosi. “E allora: si dimentichi per un po' di avere gli occhiali sul naso, e l'autunno nell'anima” si legge in uno dei Racconti di Odessa di Isaak Babel'. L'Unione sovietica ha mandato al muro o distrutto in modo indiretto – emarginandoli nell'anonimato e nell'alcolismo – una quantità considerevole di scrittori. Ricordiamo i casi più noti, come quelli del poeta Osip Mand'elstam o del già citato Babel'... Mandel'štam mandato a morire in Siberia per avere preso in giro Stalin raffigurandolo nei suoi versi come montanaro e Babel' diventato un maestro “nell'arte del silenzio” dopo avere dato alle stampe il capolavoro L'armata a cavallo, quando la rivoluzione si è trasformata in regime spegnendo anche le voci favorevoli ma poco ortodosse. Evidentemente anche stare zitti non bastava. Sia pure per omissione era pur sempre una presa di posizione lo stare zitti, il rispettare il candore della pagina. E così Babel' è stato fucilato. Il Cremlino non si è neanche preso la briga di avvertire la moglie. Il libro che ha rivelato le sorti oscure in tutti i sensi degli scrittori perseguitati è I manoscritti non bruciano di Vitalij Šentalinskij, uscito nel '94 in Italia con Garzanti e basato su un lavoro d'archivio tra i file letterari del Kgb. Il titolo richiama la celebre frase del Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov. Frase peraltro smentita dalla storia stessa del manoscritto, censurato dal regime di Mosca per molti anni, poi uscito con alcuni tagli e infine in diverse edizioni “definitive”.  Parliamo di minime variazioni filologico-censorie, niente al confronto del rogo che Gogol' ha riservato alla seconda parte delle Anime morte dandola alle fiamme poco prima di morire. In un dipinto di Repin lo sguardo da pazzo dello scrittore, in preda al delirio, al conflitto interiore, è illuminato dal chiarore del fuoco... È guardando l'incendio di un manicomio alla periferia di Vienna che in Elias Canetti si accende la scintilla per scrivere il suo primo e unico romanzo, Autodafé. Il protagonista è un sinologo di nome Peter Kein che vive isolato e protetto dal mondo in mezzo a migliaia di volumi nella capitale austriaca e si lascia morire nell'incendio della casa insieme ai suoi libri. Autodafé esce nel '35 cioè l'anno dopo il rogo nazista ma ha una genesi incendiaria anteriore perché il titolo richiama la santa inquisizione e gli atti di pentimento che richiedeva accompagnati dal pubblico ludibrio, finanche simboleggiato da cappelli con orecchie d'asino fatte indossare al condannato, all'eretico. Esiste immagine più desolata e devastante del rogo di un manicomio? Il sinologo del romanzo di Canetti vuole isolarsi, proteggersi dal mondo, vivere protetto dai libri, ma anche al riparo tra le mura domestiche si finisce preda della follia che sta per devastare l'Europa e che per Kein inizia con il matrimonio con la domestica. Sono gli stessi anni in cui Thomas annotava il taccuino. Il sinologo avrebbe fatto meglio ad assumere uno come Louie King che rifiuta di dare alle fiamme i quaderni annotati e li mette in un povero ma provvidenziale sacchetto per il futuro.


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