20 ottobre 2017

L’arte di essere un altro

Per gloria o per noia; per amore o per rispetto; per alterigia o per ingordigia: molteplici sono i motivi per i quali uno scrittore sceglie di firmarsi con uno pseudonimo. Il nuovo libro di Mario Baudino, Lei non sa chi sono io (Bompiani) è un’avventurosa indagine su chi ha fatto del raccontare il proprio mestiere e per qualche ragione ha deciso di celarsi  ̶  o mostrarsi  ̶   al mondo attraverso un altro nome, se non addirittura un’altra identità. Anche parlando di grandi scrittori, Lei non sa chi sono io tocca qualcosa che riguarda ognuno di noi, qualcosa di connaturato al nostro essere umani.

Romain Gary si era già cambiato nome una volta. All’anagrafe faceva Roman Kacev: troppo lituano, troppo difficile da pronunciare per uno che si era trasferito in Francia. Aveva scelto Gary che rimanda a “bruciare” in russo: perfetto per il suo spirito indomito e per la sua ambizione. Educazione europea, il romanzo d’esordio, uscì nel 1945 e ottenne un enorme successo. Gary divenne uno scrittore di riferimento, ma negli anni anche un diplomatico e un regista. Poi, a un certo punto, decise di sdoppiarsi. Nacque allora Émile Ajar: giovane “arrabbiato” che viveva in Brasile e scriveva con intensità e giovanile slancio, o almeno così sembrò alla critica. Gary coltivò il suo doppio fino alla fine, forse per vincere due volte il premio Goncourt a distanza di vent’anni; forse per prendersi gioco di chi già da un po’ lo considerava un trombone. Sicuramente per fuggire alla noia e per mettere la letteratura ovunque, pure nella vita.

John Banville e Benjamin Black. Teofilo Folengo e Limerno Pitocco. Umberto Poli e Umberto Saba. Carlo Lorenzini e Carlo Collodi. Ettore Schmitz e Italo Svevo… Le motivazioni che guidano alla scelta di un nuovo nome sono diverse. C’è chi dietro il nome lascia intuire un volto, chi invece lo usa per proteggere l’anonimato o creare un gioco di illusioni. Ma forse non è necessario essere uno scrittore per desiderare un altro nome. Chi, almeno una volta nella vita, non ha provato l’irrefrenabile bisogno di essere un altro? Henri Laborit nel suo Elogio della fuga teorizza l’importanza di fuggire di tanto in tanto dalla propria quotidiana esistenza ricercando uno spazio che sia solo nostro, un luogo dove respirare l’aria di una vivificante libertà. Esistono tanti tipi di fughe, compresa quella  ̶  incoraggiata dal caso  ̶  che trasformò Mattia Pascal in Adriano Meis. C’è la fuga favorita dalle droghe e dalle sostanze psicotrope. E quella, celebrata da Laborit, offerta dall’immaginazione: la più pratica ed effimera; la meno onerosa, seppur profondamente efficace. Nelle pratiche dell’immaginazione non può mancare quella della lettura. La lettura, diceva Sartre, è uno dei modi migliori per esercitare la libertà: grazie alle pagine di un libro m’immedesimo in qualcun altro, sperimento nuovi punti di vista, nuove visioni del mondo. Mi alleno all’elasticità e all’apertura mentale.

Tuttavia, è vero pure il percorso inverso. Un esercizio di altrettanto eccitante libertà è l’invenzione di un proprio doppio, terzo, quadruplo: quando insomma si fa letteratura di se stessi. Diceva Paul Valéry che la scelta di usare molti pseudonimi «ha a che fare non tanto con il dissimularsi quanto con il sentirsi vivo in molti esemplari, in altre parole non rinunciare a nessuna delle vite possibili».

Oggi che la molteplicità identitaria è diventata un’aspirazione di massa resa accessibile dai social network, quella dell’eteronimia sembra una pratica modernissima. Tanti e diversi profili Facebook, Twitter, Instagram dove una stessa persona si concede la possibilità di esprimere opinioni talvolta contrastanti. Tante identità e percorsi possibili; tanti tentativi di nascondersi e mostrarsi allo stesso tempo. Qualcuno rende tridimensionale il proprio doppio con un’identità virtuale nel sempre meno frequentato Second Life. Anni fa ho conosciuto una donna che aveva un’esistenza parallela nel mondo della Linden Lab: aveva comprato una casa insieme al suo amante virtuale; con lui usciva a cena, ballava fino a notte fonda e gli aveva persino regalato un cane, anche quello virtuale.

Stendhal era nato Marie-Henri Beyle. La scelta dello pseudonimo non era una fuga nell’anonimato, ma dal padre, Chérubin Beyle, con il quale lo scrittore non aveva mai sentito un vero legame. Stendhal poi era il nome della città prussiana dove Henri si era fermato rientrando fortunosamente dalla Russia: la scelta dello pseudonimo rappresentava anche un nome di battaglia, una sfida. L’identità fittizia è un gioco, mai del tutto conscio, con conseguenze sempre potenti: può portare in superficie qualcosa che si annida in profondità, tratti sopiti del nostro io, in un processo vero sempre, in ogni tempo, per cui la personalità è quella che ci si crea. Già perché attraverso un nome si crea sempre qualcosa. A volte, una maggiore credibilità: un Eric Blair, così snob ed etoniano, non avrebbe potuto raccontare la povertà; non certo come è stato in grado di farlo una volta cambiato il proprio nome in George Orwell. Allo stesso modo, a Charlotte Brontë sembrò una scelta migliore per entrare nel mondo della letteratura un nome da uomo, Currer Bell, per non doversi curare dei pregiudizi riservati da sempre al sesso femminile. Dietro la Pauline Réage di Histoire d’O si celava la fine letterata Dominique Aury, che certo non poteva compromettersi con una storia così pruriginosa, tanto più che avrebbe perso tutto il divertimento di osservare da una posizione privilegiata le reazioni della critica.

Talvolta succede che lo pseudonimo rimanga in vita anche dopo lo smascheramento: Karen Blixen a un certo punto usò il suo vero nome per le pubblicazioni europee e continuò a usare Isak Dinesen per il mercato di lingua inglese, anche se la sua identità non era più un segreto. Il suo era un omaggio al padre perduto, ma forse non solo quello.

Si ha sempre l’impressione che lo pseudonimo crei, celandolo, un giardino immaginativo privato e prezioso, nel quale sentirsi totalmente liberi. Vale per Walter Scott, per J.K. Rowling (che per scrivere gialli ha usato lo pseudonimo di Robert Galbraith), per Joyce Carol Oates (anche Rosamond Smith e Lauren Kelly), vale sicuramente per la nostra Elena Ferrante. In parte anche per la moltiplicazione ossessiva di sé alla Fernando Pessoa, caso unico in tutta la letteratura, “orchestra di un solo uomo dalle infinite identità”.

Ancora una volta la letteratura contiene tutte le risposte, perché il caso del grande portoghese sembra illuminare quanto succede a chi fa un uso molteplice della rete, senza necessariamente essere uno scrittore. Pessoa «non aveva alcuna intenzione di nascondersi, a lui le maschere servivano a ben altro. Erano sontuosi costumi di scena, in una moltiplicazione vertiginosa del proprio sé, ed è impossibile decidere se ciò coincida con una forma di annullamento o di scomparsa, oppure di iperbolica affermazione». Scomparsa e affermazione. Proprio come nell’era dei social.

 

Crediti immagine: frankie’s / shutterstock.com

 


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