7 dicembre 2018

L’arte sottratta all’Africa

Si tratta di un tema controverso di cui si discute da molti anni: quello della restituzione delle opere d’arte conservate nei musei di tutto il mondo razziate nei Paesi d’origine in epoca coloniale. Che una quantità enorme di opere presenti nei musei europei sia stata sottratta con la violenza o l’inganno ai loro originari possessori non vi è alcun dubbio: solo per citare qualche caso, i Bronzi del Benin o la preziosissima Stele di Rosetta al British Museum di Londra, i manoscritti sempre del Benin alla British Library, lo spettacolare busto di Nefertiti al Neues Museum di Berlino, le circa 70.000 opere di arte africana esposte al Musée du Quai Branly- Jacques Chirac di Parigi o quelle presenti nel Museo reale per l’Africa Centrale a Tervuren, in Belgio – ma è una lista quasi infinita, dal momento che la stragrande maggioranza dei prodotti di arte africana si trova fuori dall’Africa.

Di diritto, tali opere andrebbero rese, e in tal senso è orientata una buona parte dell’opinione pubblica internazionale. Ma di fatto, le restituzioni implicherebbero una serie di complessità notevoli, a partire dalla ricostruzione della storia di ogni singola acquisizione, passando per il problema della ripartizione dei costi, per finire con la vigorosa resistenza opposta dai musei che le posseggono e con la necessità di ristrutturare quelli di destinazione.

Per esemplificare tali difficoltà, si può ripercorrere in breve la storia della Stele di Aksum, rubata dagli italiani nel 1935 agli etiopi, trasportata per due mesi in frammenti da centinaia di soldati fino a Massaua, quindi spedita a Napoli e poi ricostruita a Roma, dove subì danni durante la battaglia di San Paolo e rimase più o meno incustodita fino a quando nel 1947 il governo italiano si offrì di restituirla al Paese d’origine che, tuttavia, a fronte degli enormi costi di trasporto, preferì donarcela, salvo poi reclamarne nuovamente la proprietà nel 1974, in seguito alla deposizione di Hailè Selassiè, ottenendone finalmente il rientro nel 2005 e, dopo un ulteriore periodo di totale incuria e aspre polemiche, anche il restauro a partire dal 2008: l’intera operazione costò all’Italia 6 milioni di euro.

Si può dunque immaginare quali oneri comporterebbe, sotto ogni punto di vista, dare seguito a un principio in via teorica del tutto corretto. Nel 2002 19 grandi musei di tutto il mondo, tra i quali l’Opificio delle pietre dure di Firenze, pubblicarono una Declaration on the importance and value of universal museums, in risposta alle pretese di restituzione da parte della Grecia verso il British Museum, sostenendo in sostanza il proprio ruolo “universale” nella conservazione e trasmissione della cultura. Tale dichiarazione, tuttavia, più che rassicurare i contendenti fece moltiplicare le richieste di restituzione, dando vita a un gran numero di querelles legali che hanno ottenuto non grandi risultati. Nel 2007 l’Etiopia presentò una richiesta formale a diverse istituzioni britanniche per la restituzione del bottino sottratto durante la battaglia di Magdala del 1868, ricevendo solo molto recentemente, in occasione dei 150 anni da quell’evento, dal Victoria and Albert Museum la controproposta di un “prestito a lungo termine”, una formula in base alla quale la proprietà rimarrebbe del museo britannico ma il tesoro potrebbe essere esposto senza oneri nel suo Paese originario per un certo periodo. Nello stesso anno, inoltre, si costituì il “gruppo di dialogo del Benin”, per creare un’esposizione permanente a Benin City con opere in possesso di musei europei, a cui anche il British Museum ha preso parte. E anche la Germania si è poi occupata della questione, iniziando un’opera di inventariazione delle opere in suo possesso con l’obiettivo di ricostruirne una a una le modalità di acquisizione per restituire almeno quelle la cui indebita sottrazione può essere dimostrata. Il passo più eclatante lo ha fatto però Macron, che lo scorso anno durante una visita in Burkina Faso ha dichiarato che le restituzioni sarebbero diventate una priorità del suo governo, e ha incaricato nel contempo due ricercatori di redigere un report sui pezzi d’arte africana subsahariana custoditi nei musei francesi. Tale report, presentato a novembre, delinea un piano alquanto radicale: circa due terzi dei 90.000 pezzi presenti nei musei francesi e acquisiti prima del 1960 dovrebbero essere sottoposti a controllo e, su richiesta dei Paesi d’origine, restituiti, a meno che si riesca a dimostrarne la legittimità del possesso; inoltre, il prestito a lungo termine dovrebbe essere sostituito da una restituzione permanente; infine, la Francia dovrebbe partecipare alla ristrutturazione dei musei destinatari. Se quanto suggerito nel rapporto venisse realizzato anche solo in parte, si tratterebbe di un cambiamento epocale, un vero atto di riparazione per gli inestimabili danni del colonialismo in Africa. Molti in effetti però dubitano che vi siano la volontà o la possibilità reali di portare a termine un progetto tanto ambizioso e costoso.

 

Crediti immagine: J. Audema [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

 


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