2 ottobre 2019

L’eredità viva di Gandhi

Il 2 ottobre 1869 nasceva a Porbandar, una città costiera nell’area nordoccidentale della Penisola indiana, Mohandas Karamchand Gandhi; in suo onore, il 2 ottobre è giorno di festa in India, dove è stato riconosciuto come Padre della nazione, e l’ONU celebra in questa data la Giornata internazionale della nonviolenza. Queste semplici notazioni danno la misura dell’importanza di un personaggio che ha attraversato in modo decisivo la storia dell’India moderna e tutta la cultura politica del Novecento. Una grandezza ‘anomala’, che per molti versi non corrispondeva ai canoni della politica del tempo. Per la sua mitezza da leader pacato e spesso silenzioso è stato a lungo sottovalutato nella sua capacità di mobilitare larghe masse; quest’uomo schivo che ha cambiato il mondo è stato considerato per esempio troppo mal vestito, troppo poco coperto, per essere ricevuto da papa Pio XI.  Se nessuno nega l’impatto della sua azione sul movimento anticoloniale e l’influenza profonda del suo pensiero non violento sulla riflessione dei movimenti di trasformazione contemporanei, pesano su una valutazione generale alcuni stereotipi e alcune semplificazioni, che impediscono la comprensione della complessità e una più fruttuosa valorizzazione.

La ‘semplicità’ del Mahatma Gandhi è un punto di arrivo difficile da raggiungere senza attraversare il suo lungo percorso, dentro il quale confluiscono sofferte esperienze e diversi filoni culturali. Simbolo della lotta anticoloniale intransigente contro il dominio britannico, della nonviolenza e della disobbedienza civile, dell’opposizione alle discriminazioni e al razzismo, della lotta democratica, elaborò i suoi principi evolvendo in un aspro confronto con la pratica. Prima della strage di Amritsar – dove nel 1919 gli inglesi spararono su una folla indifesa – sperimentò senza successo un approccio più moderato rispetto al dominio britannico; pur essendo convinto pacifista accettò e indirettamente promosse l’impegno bellico degli indiani nella Prima guerra mondiale come passaggio necessario per ottenere l’indipendenza. C’è un Gandhi pragmatico, che rimanendo fedele a sé stesso, incontra Mussolini e si impegna nella ricerca di mediazioni con i dominatori prima e con i secessionisti dopo; la sua complessa biografia politica non accetta semplificazioni. Inoltre, anche i presupposti teorici del suo pensiero sono molto ampi; accanto all’induismo, anche il cristianesimo, il buddismo, l’islamismo. Accanto all’ispirazione religiosa, il contributo fondamentale del pensiero di Tolstoj, la teosofia, la tradizione democratica europea, la profonda conoscenza delle basi del diritto. È da questo crogiuolo di esperienze e di consapevolezza che ereditiamo la tradizione viva del satyagraha, (insistenza per la verità) che sostiene la pratica della disobbedienza civile e dell’ahimsa (nonviolenza); un patrimonio che trova un’eco profonda nei movimenti giovanili di protesta contemporanei.

 

Immagine: Mohandas Gandhi a casa; accanto a lui in primo piano una ruota che gira come simbolo della lotta dell'India per l'indipendenza. Crediti: Ur Cameras. Photo by Margaret Bourke-White//Time Life Pictures/Getty Images [Public Domain Mark 1.0], attraverso www.flickr.com

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