24 gennaio 2014

L’impero dell’inglese

di Antonio Menniti Ippolito

Una bravissima scrittrice d’origine indiana, Jumpha Lahiri, già insignita del prestigioso premio Pulitzer, è intervenuta nei giorni scorsi a un dibattito letterario all’interno dell’affermato festival annuale della letteratura di Jaipur, in India, parlando con ammirazione dell’editoria italiana. La notizia potrebbe sembrare stravagante, ma non lo è.

Jumpha Lahiri, che si definisce originaria di nessun luogo, è nata a Londra da genitori indiani ed è cresciuta e si è formata negli USA. Da qualche tempo vive in Italia, a Roma, e ci conosce dunque almeno un po’.

Cosa ha detto J. Lahiri? Discutendo di letteratura globale, la scrittrice ha lamentato la scarsa apertura alle traduzioni nel nord America, e, di contro, la straordinaria offerta di libri tradotti in Italia. Sette dei dieci titoli più venduti nella penisola sono traduzioni di lavori scritti in lingue diverse. Liberatorio vedere come in Italia siano accolti scritti provenienti da più parti del mondo, ha chiosato Lahiri, celebrando la nostra apertura e stigmatizzando le chiusure e la tendenza all’autosufficienza del mondo anglossassone.

Un bel riconoscimento. E tuttavia, la disponibilità che mostrano la cultura e il mercato italiani alla contaminazione, può anche rivelarsi in modo diverso e più difficile da interpretare. Nel mese di gennaio, la sede era quella della prestigiosa, e “universale”, Pontificia Università Gregoriana, in sede di presentazione di un volume di storia del papato che un editore italiano aveva deciso di tradurre in lingua inglese, tale scelta è stata criticata come concessione all’imperialismo linguistico dell’inglese. La strategia dell’editore era chiara: quella di diffondere le proprie pubblicazioni al di fuori del nostro limitato mercato, ma è indubbio che l’opzione prescelta presenti anche un carattere delicato: una sorta di cessione di sovranità dell’italiano di fronte allo strabordante inglese. Una questione che appare distinta da quella presentata da Jumpha Lahiri, ma che tale in definitiva non è.

Prendo in considerazione non la letteratura, ma le scienze umane, e in particolare la storia e la storia dell’arte. Il debito che la scienza italiana ha contratto con straordinari studiosi anglosassoni è immenso, basti pensare per la storia dell’arte a Bernard Berenson, o agli studiosi di lingua inglese che si sono occupati della storia italiana contemporanea (Denis Mac Smith) o di quella di singole realtà statuali italiane (Napoli, Firenze, Venezia) trasformando questi scenari ristretti in grandi temi di dibattito internazionale. Qualcosa si è poi rotto. Gli studiosi di provenienza anglosassone hanno iniziato a confrontarsi sempre meno con la nostra lingua pur continuando ad occuparsi delle nostre realtà. Il dibattito storiografico in quei mondi, anche di fronte alla accennata scarsità di traduzioni, si è circoscritto ad una specie di circuito autoreferenziale e parallelo che si alimenta sempre più nella sola cultura nordamericana. Ci troviamo così di fronte a produzioni di studi storici che non ambiscono a costituire parte del dibattito universale, ma che sono solo rivolti a un mondo culturale specifico, che evidentemente di quei prodotti e non di altri sembra sentire bisogno. Troviamo così ricerche ove non altri autori sono citati che quelli di lingua inglese e che non tengono conto di alcuna tradizione di idee e di ricerche estranee a quelle cui ci si riferisce. Un panorama assai discutibile e assai inquietante. Individuando sul web le diverse associazioni storiche nordamericane che si rifanno a grandi tematiche dove l’Italia è protagonista (Studi rinascimentali, Storia della Chiesa, ecc.), l’autoreferenzialità è evidente. Un circuito chiuso che riguarda soprattutto quell’area. Da noi di fatto accade il contrario, nel bene ma anche nel male. Basti vedere i cataloghi di primarie case editrici italiane che offrono un numero enorme di traduzioni e che nel far ciò propongono molti titoli che fanno parte di quello stesso circuito chiuso di cui si è negativamente detto sopra. E si capisce perché: sono spesso testi semplici e didascalici, ottimi per gli studenti universitari dei corsi ultra semplificati che offriamo nelle nostre Università. Una sorta di suicidio, insomma.

Vedendo la cosa da questo punto di vista esportare i nostri lavori in lingua inglese può contribuire a rafforzare la nostra cultura, ad alimentare il dibattito sulla nostra storia che il sistema chiuso di cui si è detto rischia di espropriarci in termini non proprio soddisfacenti, deprimenti, anzi.

Traduzioni, uso di altre lingue. I libri stranieri tradotti in italiano e quelli italiani da noi stessi tradotti in inglese. Un problema complesso.


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