09 maggio 2016

L'indiano che rubava i cavalli ai nazisti

di Mariella Radaelli

Ha camminato in due mondi Joe Medicine Crow, quello della sua tribù, i Crow, e con forza mista a saggezza nella terra dell’uomo bianco. Se ne è andato lo scorso 3 aprile alla veneranda età di 102 anni. Era l’ultimo capo-guerriero dei Crow. Servì con onore l’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale guadagnando dalla sua gente nel Montana lo status di ‘war-chief’, per aver superato nel teatro di guerra europeo le quattro prove richieste: rubare un cavallo, condurre con successo un combattimento, strappare l’arma al nemico, toccare il nemico senza ucciderlo. Joe combatté corpo a corpo con un giovane soldato tedesco al quale risparmiò la vita dopo averlo udito piangere e invocare l’aiuto della madre. “Lo lasciai andare immediatamente quando si mise a gridare ‘mamma, mamma’”, dichiarò molte volte. Ricordava anche spesso di quella volta che liberò un branco di cinquanta cavalli da una stalla delle SS. Ne organizzò la fuga precipitosa cavalcando via su uno di essi mentre cantava a squarciagola una canzone Crow. Secondo lo storico Herman J. Viola, curatore emerito del museo degli indiani americani allo Smithsonian Institution di  Washington, il venerabile Joe era un “Tesoro nazionale” poiché ultima memoria vivente della battaglia di Little Bighorn. Era la testimonianza orale dei racconti fatti dal prozio White Man Runs Him (L’Uomo Bianco Lo Gestisce) che gli narrava quel 25 giugno 1876 sin da bambino. L’Uomo Bianco Lo Gestisce fu uno dei sei scout Crow del generale George Armstrong Custer, capo delle truppe federali contro i Sioux e Cheyenne. In quel suo nome c’era l’ammissione schietta di collaborazione con l’uomo bianco nell’osteggiare insieme i loro acerrimi nemici, i Sioux. Joe Medicine era anche un autorevole storico degli indiani d’America e il primo di loro a conseguire un master in antropologia nel 1939. Nel suo libro autobiografico Counting Coup, del 2006, definiva “il combattimento l’arte suprema, ma per noi indiani americani non si riduceva nell’uccidere il nemico. Era soprattutto intelligenza, leadership e onore”. Vi è una lunga incredibile tradizione di partecipazione dei nativi americani nelle fila dell’esercito statunitense. Già nel 1778 il generale George Washington diceva a proposito degli indiani: “Credo che noi li si possa utilizzare in modo eccellente, in qualità di scout e truppe leggere”. E così è stato per tutti gli anni a venire fino all’attualità, secondo una strategia militare vincente che però non fa dimenticare le atrocità delle Guerre indiane, la vergogna nazionale del massacro di Sand Creek ordinato in nome di Dio dal generale John Chivington contro i Cheyenne quel 29 novembre 1864, e le tante altre brutalità fino al massacro di Wounded Knee del 1890. Eppure già in occasione della Guerra del 1812 molte tribù vennero coinvolte per aiutare l’uomo bianco. In quel conflitto nato dalle tensioni commerciali tra il giovane Stato statunitense e l’Impero britannico, i comandanti americani avevano immediatamente colto negli indiani qualità di coraggio, fortezza e spirito combattivo. E pensare che “Il solo indiano buono è un indiano morto” aveva risposto nel 1869 il generale Phil Sheridan a un capo dei Comanches di nome T Toch-a way (Colomba) quando a Fort Cobb, territorio indiano ora in Oklahoma, Tortora aveva cercato di fare una buona impressione su Sheridan dicendo: “Io Tortora sono un buon indiano”. Gli indiani combatterono anche nella Guerra di secessione americana come truppe ausiliarie a fianco di entrambe le fazioni, nordisti e sudisti. Nella Guerra civile appunto, svoltasi tra il 1861 e il 1865 tra gli stati del Nord e gli stati del Sud, gli indiani avevano il ruolo di scout. Scrutavano il nemico, raccoglievano informazioni e soprattutto padroneggiavano la terra. Erano spesso gli occhi e le orecchie dei soldati americani alle prese con territori vastissimi e sconosciuti. I Pellirosse vennero anche reclutati dai Rough Riders di Teddy Roosevelt. Assieme al reggimento di cavalleria furono protagonisti a Cuba nella Guerra ispano-americana del 1898, e si distinsero con azioni pronte ed efficaci. Nel 1916 accompagnarono invece la spedizione del generale John J. Pershing  in Messico a caccia di Pancho Villa. Agli inizi del Novecento avevano già fornito un significativo contributo all’Esercito americano e iniziavano ad esercitare all’interno di esso un ruolo sempre più attivo e importante. In molti avevano mostrato tutta quella inaspettata devozione ancor prima di ottenere la cittadinanza americana, e l’imprescindibile diritto al voto che il Congresso riconobbe loro solamente il  2 giugno 1924 attraverso l’Indian Citizenship Act, anche se alcuni Stati continuarono a impedire loro di votare fino al 1957. Durante la Prima guerra mondiale oltre 12 mila indiani americani servirono l’Esercito. Molti si arruolarono per soddisfare un senso d’avventura. In molti allora non avevano mai lasciato i confini del loro villaggio natale. Il numero degli indiani americani impegnati militarmente crebbe drasticamente durante il Secondo conflitto mondiale: si arrivò a 44mila uomini tra il 1941 e il 1945 e su entrambe i teatri di guerra, Europa e Pacifico. Incredibile fu il ruolo dei ‘code talkers’ Navajo, gli eroici speaker Navajo che trasmettevano messaggi via telefono e radio nella loro lingua indigena, creando un codice oscuro, indecifrabile per i giapponesi che mai riuscirono a decodificare. Gli eroi navajo presero parte a ogni assalto dei Marines nel Pacifico dal 1942 al 1945. Servirono in tutte le sei divisioni Marines. In realtà l’idea di proporre un codice amerindiano per le comunicazioni di guerra venne da Philip Johnston, figlio di un missionario protestante che aveva trascorso molti anni tra i Navajo. Johnston parlava la loro lingua e combattendo durante la Prima guerra mondiale aveva notato l’uso di un linguaggio in codice basato sulla lingua dei Choctaw, tribù del Sud degli Stati Uniti. La lingua Navajo, sintatticamente complessa e tonale, era ciò di cui si aveva bisogno in contesto di guerra. Risultava assolutamente incomprensibile al nemico. Johnston fece alcune prove. Attraverso la simulazione di un combattimento dimostrò che i Navajo erano in grado di trasmettere in venti secondi un messaggio equivalente nella lingua inglese a una lunghezza di tre righe e che le apparecchiature dell’epoca avrebbero impiegato non meno di trenta minuti a diffondere. Johnson convinse quindi il generale Vogel, comandante del corpo dei Marines, a reclutare 200 Navajo. Nel maggio 1942, i primi 29 reclutati crearono il codice segreto, radunati a Camp Pendleton, Oceanside, California. Svilupparono un minidizionario terminologico militare moderno, con un gergo  non in uso nella loro lingua. Solo qualche esempio: "besh- lo" (pesce di ferro) significava "sottomarino”, "dah-he- tih-hi" (colibrì) "aereo da combattimento" e "debeh-li-zine" (strada nera) "pattuglia". I giapponesi rimasero spiazzati di fronte a questo prontuario rompicapo senza simboli né alfabeto. Il capo dell’intelligence, il generale Seizo Arisue, ammise la loro incapacità di decifrare il codice dei Marines. I code talkers Navajo vennero onorati al Pentagono il 27 settembre 1992 con la medaglia onore del Congresso. “Ho avuto tanti incubi pensando al sangue, ai giapponesi e all’odore di morte. Giapponesi marcescenti mi entravano nella testa”. Sono i ricordi lucidissimi carichi di sofferenza di un veterano indiano americano. Le truppe esperte amerindie della seconda Guerra mondiale si aggiunsero alle nuove truppe reclutate appositamente per combattere l’aggressione comunista durante la Guerra di Corea. “C’era un cameratismo nell’aereonautica che trascendeva le differenze tra le varie etnie quando si serve la propria patria oltreoceano in tempi di guerra”, dichiarò tempo fa il senatore Ben ‘Nighthorse’ Campbell, uomo politico nello Stato del Colorado nonché veterano Cheyenne della Guerra di Corea. Il patriottismo e il comprovato spirito combattivo spiccarono di nuovo negli anni cruenti del Vietnam. Furono impegnati in questo conflitto brutale oltre 42mila indiani di cui oltre il 90 per cento erano volontari. Sono guerrieri nati, soldati per natura, gli indiani d’America. “Hanno l’entusiasmo per il combattimento: è questo il vero segreto che rende l’indiano d’America un soldato di così alto profilo”, aveva dichiarato già nel lontano 1912 il capo di Stato maggiore dell’esercito statunitense. Le ragioni dietro queste adesioni all’esperienza bellica sono profondamente radicate nella loro cultura, dove forza, onore, orgoglio, devozione e saggezza costituiscono una sorta di formula magica dell’arte militare. Gli indiani hanno sempre vissuto l’esperienza dell’esercito probabilmente come possibilità di avventura, opportunità educativa di futuro migliore per l’intera famiglia e occasione di sviluppo della forza interiore, valore spirituale nelle loro società. Negli anni Ottanta e Novanta hanno prestato servizio in tutte le divisioni, laddove fosse auspicabile esserci, a Grenada, Panama, in Somalia, nella Prima guerra del Golfo. Nel nuovo millennio, molti si sono affrettati a rispondere alla chiamata destinazione Iraq e Afghanistan, dove il conto delle vite tra soldati e civili si è quasi perso. Diversi indiani americani sono tornati a casa feriti nel corpo, nel cuore, nella mente, in balia della famosa sindrome post traumatica da stress, diagnosticata per la prima volta ai veterani del Vietnam e che colpisce solitamente dal 20 al 40 per cento dei sopravissuti. Un centinaio di soldati amerindiani sono morti, sui suoli iracheni e afghani, come il sergente Navajo Marshall Westbrook, il guerriero Cherokee Joshua Wheeler, il soldato Cheyenne Sheldon Hawk Eagle, il Comanche Joshua Ware, il Navajo Lee Duane Tadacheene, e la lista è lunga. Ma la morte è uno strumento del ciclo vitale per gli indiani, è la montagna dove la conoscenza culmina e dalla quale parte subito un nuovo inizio, come canta questa preghiera Navajo per i morti: “La casa è d’alba/ la storia è fatta d’alba/sul cammino d’alba/ Oh Dio che ci parli/ I suoi piedi, i miei piedi, riposa/le sue membra, le mie membra, lenisci/le sue piume, le mie piume, ricrea”.

 


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