11 settembre 2019

L’ingiusta condanna di Beatrice Cenci

Fu uno dei casi di cronaca più celebri della storia: quello di Beatrice Cenci, giustiziata l’11 settembre 1599, assieme al fratello e alla seconda moglie del padre, per aver ucciso quest’ultimo dopo anni di soprusi intollerabili. Quella mattina a Castel S. Angelo per l’esecuzione si radunò una folla enorme, che rimase poi a vegliare il suo corpo fino a sera, per accompagnarla infine alla sepoltura in S. Pietro in Montorio. Beatrice aveva solo 22 anni, era bellissima, si era vendicata di un padre padrone, la cui malvagità era sproporzionata anche per quei tempi violenti, e aveva affrontato il processo, le torture e l’esecuzione con coraggiosa dignità – o almeno così fu raccontato, poiché la giovane fu trasformata immediatamente in un’eroina, e come tale ci è stata tramandata in numerose opere romantiche, da Shelley (The Cenci, 1819), a Stendhal (Chroniques italiennes, 1829), Słowacki (Beatryks Cenci, 1839) e altri ancora.

Tutti a Roma conoscevano ormai la sua storia e quella della sua ricchissima e nobile, ma disgraziata famiglia: la madre morta quando Beatrice era bambina, le seconde nozze con Lucrezia del padre Francesco, gli scontri di questi con i figli maschi per motivi economici poiché, a causa dei frequenti problemi con la giustizia e soprattutto in seguito a una condanna per l’infamante reato di sodomia, Cenci – sorta di materializzazione del Barbablu di Perrault – stava dissipando il patrimonio, la segregazione di Beatrice con la matrigna nella rocca abruzzese di Petrella Salto, dove porte e finestre erano state sprangate, il divieto di matrimonio per non concederle la dote, le continue violenze, forse gli stupri, le richieste inascoltate di aiuto delle due donne rivolte ai loro familiari.

Nel corso di quella prigionia l’odio di Beatrice prese la forma di progetti omicidi, più volte falliti, fino a quando con la connivenza dei fratelli Giacomo e Bernardo e l’aiuto di due sicari, l’ex castellano Olimpio Calvetti e il contadino Marzio Catalano, e di Lucrezia, la ragazza riuscì a uccidere Francesco nel sonno, dopo averlo drogato, il 9 settembre 1598. Il tentativo successivo di simulare un incidente risultò molto poco credibile, e in breve il delitto fu scoperto: Olimpio fu fatto uccidere da Giacomo che non se ne fidava, Marzio fu catturato e condotto nel carcere di Tor di Nona dove confessò poco prima di morire, i Cenci furono arrestati, a lungo interrogati, sottoposti al supplizio della corda. Beatrice fu quella che, pur cedendo come tutti gli altri alle torture, mostrò maggiore lucidità, addossando la colpa a Olimpio, già morto, mentre i suoi congiunti indicarono in lei la maggiore responsabile.

Beatrice non volle, come suggerì il suo celeberrimo avvocato Prospero Farinacci, addurre quale attenuante gli stupri del padre, forse per pudore, e il processo assunse inoltre un carattere di esemplarità assai sfavorevole agli imputati, per il ripetersi in quegli anni di delitti tra le famiglie nobiliari: tranne Bernardo, a cui fu inflitto il carcere a vita grazie alla sua giovane età, i colpevoli furono tutti condannati a morte, le due donne per decapitazione con spada, Giacomo, in modo ancor più atroce, per squartamento.

Il processo era stato seguito dai romani con molta solidarietà verso gli imputati e l’esecuzione richiamò, quindi, un numero straordinario di persone, tanto che vi furono per via del caldo e della ressa diversi morti. Tra il pubblico vi era probabilmente anche Caravaggio, che forse s’ispirò a quei fatti per il suo Giuditta che taglia la testa a Oloferne, ed è attestata inoltre la presenza di Orazio Gentileschi e di sua figlia Artemisia. Si presume – ma con parecchi dubbi – sia lei la ragazza con abito e turbante bianchi di un famoso ritratto attribuito da alcuni a Guido Reni, da altri invece alla sua geniale allieva Elisabetta Sirani: in ogni caso, nell’immaginario di tutti, Beatrice conserva ormai il volto delicatissimo e disperato di quella fanciulla dallo sguardo stupito della persona «colta di sorpresa mentre piange a dirotto» (Stendhal), poco prima di andare al patibolo.

 

Immagine: Ritratto di Beatrice Cenci (Galleria nazionale d’arte antica, Roma). Crediti: Attribuito a Guido Reni [Public domain], attraverso commons.wikimedia.org

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