06 dicembre 2017

L’intelligenza collettiva del Centre Pompidou

Il Centre Pompidou di Parigi ha festeggiato nel 2017 i quarant’anni di attività con lo sguardo sempre più rivolto al futuro, nella consapevolezza che i mutamenti frenetici della contemporaneità impongono un approccio ‘liquido’, che scavalchi i confini tradizionali e le categorie note, e lancia un nuovo format di manifestazione artistica al quale infatti tutte le definizioni standard stanno decisamente strette.

In un mondo sempre più interconnesso, che non può tuttavia non interrogarsi sugli equilibri (o squilibri) in atto nelle diverse aree del pianeta, il progetto Cosmopolis #1: Collective Intelligence apre una riflessione e un percorso di ricerca sui concetti di locale e globale, sulla condivisione del sapere, sul ruolo dell’artista e della pratica artistica nell’ambito delle realtà sociale, urbana e politica.

Cosmopolis è una piattaforma biennale che prevede mostre, ricerche, seminari, dibattiti, proiezioni, performance, brevi residenze per gli artisti e pubblicazioni: impossibile riassumere tutto con un’etichetta, proprio per la natura stessa del progetto. La molteplicità di interventi e azioni si propone infatti di scandagliare e documentare progetti artistici collaborativi che hanno preso forma in diversi continenti (Asia, Africa e Sudamerica) e che, pur mantenendo le radici ben salde nel contesto locale, hanno nello stesso tempo svolto il loro lavoro all’insegna del multiculturalismo, puntando l’attenzione sui conflitti, gli incontri/scontri di culture, la condivisione, l’ecologia, la decolonizzazione, il superamento del concetto di confine.

Sono quindici i collettivi artistici chiamati a confrontarsi: ma anche qui, il termine ‘artista’ sembra alla fine insufficiente; piuttosto si parla di “navigatori”, di “esploratori” che aprono nuove rotte e contaminazioni tra cultura riconosciuta e approcci non convenzionali. Sono artisti, ma anche attivisti, impegnati nel sociale, visionari di nuove geografie cosmopolite in cui il confine tra etica ed estetica è sempre più sfumato.

E certo anche i nomi che hanno i collettivi che partecipano dicono già molto del loro modo di stare al mondo: basti pensare a ‘Invisible borders’ (dalla Nigeria), che attraverso viaggi collettivi di fotografi, videomaker e scrittori pone al centro la risposta artistica all’imprevedibile; oppure a ‘Iconoclasistas’ (dall’Argentina), che sottolinea il valore politico della cartografia come potente mezzo per modificare la percezione di uno spazio o di un campo del sapere; oppure ancora ad  ‘Arquitectura expandida’ (dalla Colombia), concepito come un laboratorio autonomo di costruzione urbana, in collaborazione con comunità che cercano di riappropriarsi del proprio spazio pubblico.

 

 Il trailer della manifestazione


Argomenti
0