07 gennaio 2015

L'italiano che inventò la penicillina

Ricorre il 7 gennaio il centenario della prematura morte di Vincenzo Tiberio. Un nome che risulterà ignoto alla maggior parte dei lettori, a dimostrare quanto il processo di riconoscimento dei meriti scientifici sia segnato dai tortuosi sentieri della fortuna e dai capricci dell’ambiente circostante. Fortunato Tiberio non lo è stato; e neanche sostenuto da un ambiente scientifico troppo provinciale e incapace di valorizzare le intuizioni giovanili. Eppure Vincenzo Tiberio ha scoperto la penicillina trent’anni prima di Alexander Fleming: la sua vicenda ancora attende quel riconoscimento ufficiale ottenuto in una vicenda affine dal fiorentino Meucci, che si vide soffiare la paternità dell’invenzione del telefono dall’americano Bell nel 1876. Tiberio è un ragazzo di buona famiglia nato nel 1868 a Sepino, piccolo borgo molisano. Viene catapultato nella prestigiosa università di Napoli appena maggiorenne per studiare medicina; è ospite degli zii ad Arzano, il paese divenuto poi celebre per il bestseller Io speriamo che me la cavo. Era un’epoca in cui l’acquedotto non esisteva: nell’ampia villa c’è un pozzo per l’approvvigionamento idrico, periodicamente svuotato e ripulito dalle muffe. Il giovane Tiberio è un acuto osservatore e nota che in coincidenza della rimozione delle muffe i familiari sono vittime di disturbi gastrointestinali. Una volta laureato e ammesso nell’Istituto di igiene dell’università diretto dal prof. De Giaxa si dedica a studiare meticolosamente il fenomeno: isola, classifica e coltiva gli ifomiceti, compone e prepara i giusti terreni di coltura. Il risultato è l’articolo Sugli estratti di alcune muffe, pubblicato nel 1905 nella rivista Annali di igiene sperimentale: Tiberio illustra il potere battericida e chemiotattico dell’estratto di muffa nelle infezioni da tifo e colera, somministrate ad alcuni conigli. Un articolo che avrebbe potuto salvare milioni di vite, se pensiamo che la penicillina sarebbe stata introdotta come farmaco top secret solo durante la seconda guerra mondiale ed estesa alle popolazioni civili nel dopoguerra. Invece la palla del suo match point non va oltre la rete: nel suo laboratorio è ritenuto troppo giovane e presuntuoso, impossibile che le muffe abbiano potere antibiotico diretto; per di più Amalia, la donna di cui è perdutamente innamorato, è anche sua cugina. Temendo conseguenze nefaste su un’eventuale prole, da vero gentleman la lascia libera: si arruola come ufficiale medico di Marina e si imbarca, portando il suo genio in missioni a Cuba, Zanzibar e isole greche. Un cervello italiano in fuga ante litteram. Rientrerà in Italia in tempo per coronare il suo sogno d’amore: sposerà la bella Amalia che gli darà tre figlie, sane; ma proprio quando avrebbe potuto riprendere i suoi studi, nominato direttore del laboratorio di microbiologia della Marina di Napoli, trova la morte per un attacco cardiaco, nel 1915. Il resto è storia: il batteriologo dell’ospedale St. Mary di Londra Fleming nel 1928 nota una coltura di stafilococchi contaminata da muffe, che ne impedivano la proliferazione. That’s funny, la sua memorabile affermazione di fronte a quella scoperta casuale: suo il merito di essersi battuto tra l’indifferenza generale per portare avanti la sua conquista, sua la fortuna di scrivere nella lingua giusta due articoli, poi ripresi dai ricercatori di Oxford Florey e Chain. I tre, grazie al generoso contributo di 5mila dollari l’anno della Rockfeller Foundation, furono in grado di isolare i ceppi migliori di penicillina e di trovare il modo di produrne quantità sufficienti, grazie anche all’aiuto di Mouldy Mary, una fruttivendola che li riforniva di angurie avariate. Per poi passare alla raccolta: il premio Nobel del 1945 e, alla morte di Fleming nel 1955, la sepoltura nella cripta della St. Paul Cathedral accanto all’ammiraglio Nelson e al duca di Wellington. E un asteroide con il suo nome. Non è ci dato sapere se Sir Alexander abbia avuto accesso a quel vecchio articolo in italiano; di sicuro Tiberio è ricordato solo con una via secondaria a Roma, per ironia della sorte in quella collina Fleming oggi squassata dai mafiosi della terra di mezzo. E grazie all’opera divulgativa di suo nipote Giulio Capone, medico di base a Roma, sarà ora a lui intitolata la Facoltà di medicina del capoluogo molisano. Vivere e lavorare nell’ambiente giusto è così imprescindibile per innovare? Steve Jobs ci ha proposto la retorica del Stay hungry stay foolish; alla sua morte il blogger Antonio Menna si è divertito a immaginare cosa sarebbe stato di quel motto e del suo impero se fosse nato sotto il Vesuvio anziché a Mountain View. Conclusione: la Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, “perché saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia”. Tiberio e milioni di malati nei primi decenni del Novecento sono stati, forse, vittime della nostra endemica incapacità di valorizzare le intuizioni giovanili.


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